
La Russia ha aspettato sette anni per dare il via libera al 5G e, una settimana dopo averlo fatto, ha già deciso chi ne resta fuori. Il protocollo della Commissione statale per le radiofrequenze (ГКРЧ, l’organo che in Russia assegna lo spettro) del 31 agosto contiene una clausola che la stampa di settore ha scovato solo oggi: è vietato offrire servizi 5G agli operatori che non hanno ricevuto frequenze nella banda 4630-4990 MHz, con la sola eccezione delle società che appartengono allo stesso gruppo di chi le ha ricevute. Tradotto: il 5G lo faranno MTS, MegaFon, Beeline e T2, i quattro operatori di rete, più i due marchi “virtuali” che stanno sotto il loro tetto, Yota (di MegaFon) e Rostelecom (casa madre di T2). Tutti gli altri MVNO, una sessantina di aziende con oltre 40 milioni di SIM, restano al 4G. A confermarlo a ComNews è stato l’ufficio stampa del ministero dello Sviluppo digitale, e la notizia è rimbalzata in poche ore su iXBT e sugli altri siti tecnologici russi.
Il via libera del 31 agosto: LTE riciclato e 90 megahertz a testa, gratis
Per capire la clausola bisogna tornare alla decisione madre, quella che ComNews aveva ribattezzato “il regalo ai quattro grandi”. Due i pilastri. Il primo è la neutralità tecnologica: le bande già assegnate per l’LTE possono essere riutilizzate per il 5G, quindi gli operatori possono accendere il nuovo standard sulle antenne che hanno già. Il secondo è una dote di 90 MHz ciascuno nella banda 4,63-4,99 GHz, assegnati senza asta e senza pagare nulla. Il calendario del ministero prevede il 5G “a brevissimo” nelle città con più di un milione di abitanti sulle frequenze esistenti, e la banda dei 4,9 GHz accesa nei punti più frequentati delle stesse città entro la fine del 2028, con l’estensione della copertura nei tre anni successivi.
C’è poi un terzo elemento, meno visibile ma pesantissimo: dal 2027 parte il passaggio graduale alle stazioni radio base di produzione nazionale, da completare entro la fine del 2031. Le BTS straniere installate prima del 1° settembre 2026 possono continuare a lavorare, e proprio questa finestra ha fatto dire a Eldar Murtazin, analista di Mobile Research Group, che la decisione “mette una croce” sulle BTS russe per il futuro prevedibile: gli operatori partono con l’hardware che hanno, e secondo lui il 5G commerciale si vedrà già prima della fine dell’anno. MTS, per bocca dell’amministratrice delegata Inessa Galaktionova, ha ricordato di aver speso circa 50 miliardi di rubli in ammodernamenti e di aspettare le prime BTS 5G da Irteya, il costruttore di apparati del gruppo.
Perché 4,9 GHz e non 3,5: la banda che nessuno voleva comprare
Il dettaglio che rende il caso russo unico è la banda. Nel resto del mondo il 5G è nato sui 3,4-3,8 GHz, la n78, che secondo The Moscow Times serve circa l’80% delle reti 5G del pianeta. In Russia quelle frequenze sono occupate dagli apparati militari e dalle comunicazioni satellitari, e il governo ha scelto di non liberarle. In cambio agli operatori è stata offerta la porzione attorno ai 4,8 GHz, che in gergo 3GPP è la banda n79: gli stessi operatori l’avevano definita utile solo come banda di supporto e a febbraio 2026 si erano rifiutati di comprarla all’asta, giudicandola antieconomica. Il compromesso è tutto qui: le frequenze arrivano gratis, ma non sono quelle che il mercato voleva.
La fisica non fa sconti. Secondo i calcoli di MTS riportati dal quotidiano, in un contesto urbano denso il segnale a 4,8-4,99 GHz copre efficacemente circa 300 metri, e per una rete equivalente a una sui 3,5 GHz servono da una volta e mezzo a due volte le BTS. L’analista Aleksej Bojko aggiunge che solo “qualche punto percentuale” degli smartphone già in mano ai russi supporta le frequenze assegnate, e che per il primo anno l’icona 5G comparirà in punti isolati delle grandi città. Il refarming dell’LTE è quindi l’unico modo per far vedere qualcosa in fretta. È il tema che avevamo trovato raccontando quanto costa davvero il 5G “vero”: senza spettro medio in abbondanza, il logo arriva prima della rete.
I virtuali fuori dalla porta: le reazioni
La clausola sugli MVNO ha diviso il mercato. MegaFon la difende come “economicamente fondata e giusta”: i virtuali, dice, non sostengono i costi della rete, mentre le frequenze 5G sono arrivate con obblighi di copertura che solo i quattro titolari devono onorare. Sul fronte opposto SberMobile, il marchio mobile della più grande banca del Paese, avverte che limitare l’accesso a una parte degli operatori “può metterli in condizioni di disparità e influire sullo sviluppo del mercato”. Alfa-Mobile la prende con filosofia, perché oggi in Russia il 5G commerciale non esiste, e Oleg Teplov di PSB non la legge nemmeno come un divieto vero e proprio, confidando che prima del lancio di massa le regole tengano conto anche dei virtuali.
I numeri in gioco però non sono piccoli. Secondo ComNews Research il mercato russo degli MVNO ha chiuso il 2025 con 111 miliardi di rubli di ricavi e oltre 40 milioni di SIM, e i tre “quasi virtuali” di casa dei grandi operatori (Yota, T2 e MGTS) valgono da soli 11,2 milioni di schede e 66 miliardi di ricavi. La linea tracciata dal protocollo separa esattamente il pezzo di mercato che i quattro controllano da quello che sfugge loro. E non sembra un episodio isolato: ComNews ricorda che Forbes aveva riferito di un gruppo di lavoro del ministero al lavoro su misure contro il dumping tariffario dei virtuali e perfino su un possibile divieto di creare nuovi Full MVNO. Beeline, T2 e gli MVNO delle banche Gazprombank e VTB non hanno voluto commentare.
Il commento della redazione
Che uno Stato riservi il nuovo standard a chi ha pagato le frequenze e costruisce le antenne ha una logica industriale, e anche in Europa l’accesso dei virtuali al 5G passa per i contratti con l’operatore ospitante. Ma qui la scelta è scritta nel protocollo che assegna lo spettro, non in un listino all’ingrosso, ed è stata presa dal regolatore invece che dal mercato. È la differenza tra un prezzo e un muro. In un Paese dove il 5G nasce già zoppo, su una banda che pochi telefoni supportano e con l’obbligo di passare a BTS nazionali che ancora non esistono in serie, togliere dal tavolo anche la concorrenza dei virtuali riduce l’unico stimolo che avrebbe potuto spingere i quattro a investire in fretta. Seguiamo da mesi come la Cina tenga le frequenze in mano al ministero e come l’India faccia i conti per sostituire i fornitori stranieri: la Russia unisce le due strade e ci aggiunge una lista chiusa di chi può vendere il servizio. Se Murtazin ha ragione e il 5G commerciale arriverà entro dicembre, sarà interessante misurare quanto di quel 5G sia davvero nuovo e quanto sia LTE con un’altra etichetta. Sui virtuali la partita sembra solo rimandata: la clausola vale oggi, quando il 5G non c’è, e sarà il lancio di massa a dire se il muro resta o diventa un prezzo.