
C’è un censimento in corso nelle reti mobili indiane, e non riguarda gli utenti. Il Department of Telecommunications, il ministero che a Nuova Delhi governa le licenze, ha chiesto agli operatori di elencare quanti apparati di Huawei e ZTE hanno ancora accesi e quanto costerebbe sostituirli. Lo scrive Moneycontrol, ripreso ieri da Light Reading, e il dettaglio che pesa è il mandante: il DoT raccoglie i dati per conto del Ministry of Home Affairs, il ministero dell’Interno, che sarà poi a decidere se trasformare il censimento in un programma di rip and replace, cioè smontare e rimpiazzare. Per ora è una valutazione, nessuna decisione. Ma quando è l’Interno a fare le domande, la risposta di solito non è tecnica.
Il buco lasciato aperto nel 2021
Per capire perché la questione si riapre adesso bisogna tornare al giugno del 2021, quando entrò in vigore la National Security Directive on the Telecommunication Sector: da quel momento gli operatori indiani possono comprare apparati di rete solo da fornitori certificati come «fonte fidata» dal National Security Council Secretariat. Ericsson, Nokia e Samsung hanno ottenuto la certificazione, insieme a produttori locali come Tejas e HFCL. Huawei e ZTE no, e questo li ha di fatto tagliati fuori dal 5G indiano, che Jio e Airtel hanno costruito dall’ottobre 2022 senza un solo pezzo cinese. Il punto è che la direttiva vale solo per gli acquisti nuovi: quello che era già installato ha potuto restare, con la possibilità di fare manutenzione e sostituzioni puntuali previa autorizzazione. È questo il perimetro su cui il governo vuole ora vederci chiaro, e che Light Reading descrive come il cuore dell’esercizio: gli apparati entrati in rete prima dell’obbligo.
Non è la prima volta che Nuova Delhi chiede l’elenco: nell’aprile 2025 il DoT aveva già ordinato agli operatori di dichiarare gli apparati cinesi ancora attivi, come raccontò allora RCR Wireless. La differenza, stavolta, è che alla domanda «quanto ne avete» si aggiunge «quanto costa toglierlo». Un censimento diventa un preventivo.
Chi ha gli armadi pieni
La mappa dei fornitori spiega chi rischia di pagare. Reliance Jio, il primo operatore del Paese, è nato nel 2016 e ha sempre costruito la sua rete senza apparati cinesi: per lei il censimento è una formalità. Bharti Airtel, Vodafone Idea e la statale BSNL invece hanno usato per anni Huawei e ZTE, soprattutto nel 4G e, per BSNL, nella vecchia rete 2G. Le stime circolate sulla stampa indiana nel 2020 parlavano di circa il 30% della rete Airtel e di attorno al 40% di quella di Vodafone Idea affidate a fornitori cinesi, con Vi più esposta perché più lenta nel passaggio dal 3G al 4G. Sono numeri di sei anni fa, e da allora entrambi gli operatori hanno firmato contratti pluriennali con Nokia, Ericsson e Samsung per 4G e 5G, quindi la quota è certamente scesa. Ma quanto sia scesa è esattamente ciò che il governo vuole sapere.
Il conto, secondo le stime di settore citate nel report originale, potrebbe arrivare a 3 miliardi di dollari per Airtel e Vodafone Idea insieme. Ed è qui che la faccenda si fa delicata, perché le due aziende non sono nelle stesse condizioni. Airtel ha i conti in ordine e un 5G che cresce. Vodafone Idea è un operatore in convalescenza, tenuto in vita da aumenti di capitale e dalla conversione dei debiti verso lo Stato in azioni, che ha portato il governo indiano a essere il primo azionista con circa il 49%, e sta ancora cercando i soldi per finire il 4G e accendere il 5G. Chiederle di smontare e ricomprare una fetta della rete che funziona già è un’altra cosa rispetto a chiederlo a Jio. Light Reading lo dice senza giri di parole: gli operatori indiani faticano ancora a monetizzare gli investimenti 5G e stanno spendendo pesantemente in fibra e ammodernamento. Chi paga, se il governo o gli operatori, è la domanda che il report lascia aperta.
Gli altri hanno già pagato, e non è andata liscia
L’India non parte al buio, perché altri l’hanno preceduta e le loro esperienze sono istruttive. Negli Stati Uniti il programma di rimborso della FCC per i piccoli operatori rurali, nato nel 2021 con 1,9 miliardi di dollari, si è scoperto sottofinanziato quasi subito: le richieste sono arrivate vicine ai 5 miliardi e per anni i rimborsi sono stati parziali. Solo nell’aprile 2025 il fondo è stato coperto per intero, con la scadenza per i lavori fissata all’8 maggio 2026. A giugno, nel rapporto semestrale al Congresso, la FCC ha riferito che i progetti completati erano 53 su 126, e ha concesso proroghe da tre a sei mesi alla maggior parte degli altri per ragioni che vanno dai ritardi di fornitura ai nidi di uccelli migratori sui tralicci. Cinque anni, e siamo a metà.
Il Regno Unito ha scelto la via legislativa: il Telecommunications (Security) Act del 2021 e le direttive ai 35 operatori del 2022 impongono di togliere tutta Huawei dalle reti 5G pubbliche entro il 31 dicembre 2027. L’Europa continentale invece è ancora ferma alla discussione sul prezzo: a luglio abbiamo raccontato come la GSMA abbia stimato fino a 40 miliardi di euro per sfrattare Huawei e ZTE dalle reti dell’Unione, contro i 10-13 messi in conto dalla Commissione. Lì la disputa era tutta sulla differenza tra costo lordo e costo incrementale, perché gli apparati si rinnovano comunque. Ed è la stessa obiezione che gli operatori indiani potranno sollevare: molto del 4G cinese installato prima del 2021 si avvicina alla finestra naturale di sostituzione, e la differenza tra «rimpiazzarlo nel 2029» e «rimpiazzarlo ora per legge» è il vero costo del programma.
Un pezzo di una partita più grande
La notizia arriva in una settimana in cui i due fronti della stessa guerra sono ben visibili. Da un lato Huawei ha appena chiuso un semestre con la spesa in ricerca ai massimi storici, segno che la chiusura dei mercati occidentali non ne ha fermato la macchina. Dall’altro Nokia sta uscendo dalla Cina, chiudendo sedi e tagliando posti insieme a Ericsson: il disaccoppiamento delle reti procede in entrambe le direzioni. In mezzo c’è l’India, che con la quotazione record di Jio ha appena mostrato al mondo un mercato mobile che vale, e che oggi si chiede quanto sia disposta a spendere per averlo interamente in mano a fornitori non cinesi.
Il commento che ci sentiamo di fare è di metodo. Il rip and replace, ovunque sia stato tentato, ha avuto un difetto ricorrente: la decisione politica arriva prima del conto, e il conto poi si scopre più alto. Che Nuova Delhi abbia messo il preventivo prima della decisione è, se non altro, l’ordine giusto. Resta da vedere se, quando i numeri arriveranno sulla scrivania dell’Interno, saranno letti come una spesa o come un prezzo. Per Vodafone Idea, la risposta a quella domanda potrebbe contare più di qualsiasi asta di frequenze.
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