
Quattro nomi che insieme fanno più di metà del mobile europeo, un tavolo riservato e una porzione di spettro che vale pochi megahertz ma un intero mercato. Secondo un’indiscrezione di Bloomberg, rilanciata questa mattina da Mobile World Live e Telecompaper, Deutsche Telekom, Orange, Vodafone e Telefónica stanno discutendo la creazione di un consorzio per presentarsi insieme alla gara europea sullo spettro satellitare dei 2 GHz, con l’obiettivo di offrire servizi direct-to-device, cioè il satellite che parla direttamente con il telefono in tasca. Le fonti citate dall’agenzia precisano che i colloqui sono in una fase iniziale e che nessuna decisione definitiva è stata presa, né sul consorzio né sull’offerta. I portavoce dei quattro gruppi hanno rifiutato di commentare.
La notizia, in sé, sta tutta qui. Ma per capire perché quattro concorrenti storici pensino di sedersi dallo stesso lato del tavolo bisogna guardare al bando che li sta attirando, e che noi avevamo raccontato a metà agosto: la proposta di regolamento adottata dalla Commissione europea il 27 maggio per riassegnare la banda MSS dei 2 GHz, quella che oggi è nelle mani di due società americane, Viasat ed EchoStar, con diritti d’uso in scadenza a maggio 2027.
Un terzo a Bruxelles, un terzo all’Europa, un terzo al mondo
La logica del bando è quella che Bloomberg riassume in una frase: la Commissione vuole tenere un terzo della banda per operatori locali. In concreto, come avevamo ricostruito, i trenta megahertz accoppiati della banda vengono divisi in sei blocchi da 5 MHz. Due sono destinati a un sistema governativo sicuro da integrare con IRIS², la costellazione europea costruita dal consorzio guidato da SES, Eutelsat e Hispasat, che secondo Bloomberg non entrerà in servizio prima del 2029 e partirà dalla banda larga, con capacità direct-to-device limitate affidate a Hispasat. Altri due blocchi sono riservati ai nuovi entranti europei, e per accedervi bisogna essere controllati in maggioranza da capitali europei. Gli ultimi due sono aperti a tutti, europei e non, con un tetto di 10 MHz accoppiati per ciascun operatore.
È in quella corsia riservata che i quattro grandi vorrebbero infilarsi. Il dettaglio che rende l’operazione interessante è aritmetico: i due blocchi europei valgono 10 MHz accoppiati, esattamente il massimo che un singolo soggetto può detenere. Un consorzio con dentro i quattro maggiori operatori del continente, se dovesse vincere, si prenderebbe l’intera fetta riservata all’Europa. Dall’altra parte c’è chi quel bando lo contesta: SpaceX, scrive Bloomberg, si oppone alla proposta di limitare l’accesso delle società internazionali, e a Washington il presidente della FCC Brendan Carr aveva già evocato la reciprocità come risposta, come riportava Light Reading a fine maggio. La stessa testata segnalava che le licenze di EchoStar sono destinate a passare a SpaceX nell’ambito della vendita del suo spettro, ma che con il nuovo schema Starlink dovrebbe comunque ripresentarsi da zero.
Il paradosso dei partner americani
Qui sta la parte più curiosa della storia, perché ciascuno dei protagonisti ha già un piede nel direct-to-device, e quasi sempre con un socio americano. Deutsche Telekom, ricorda Bloomberg, è tra i partner europei con cui SpaceX ha firmato accordi per il servizio satellitare sui telefoni: la stessa Starlink Mobile che 4iG ha appena portato in Ungheria. Vodafone ha una joint venture paritaria con AST SpaceMobile, e proprio quel 50 e 50, osserva l’agenzia, andrebbe ritoccato per poter concorrere sullo spettro riservato a un soggetto europeo. E SpaceX, nota ancora Bloomberg, oggi non ha i diritti di spettro per offrire il servizio in autonomia nell’Unione: ha bisogno delle frequenze degli operatori terrestri, o di quelle che uscirebbero da questa gara.
Tradotto: i quattro grandi si trovano nella posizione di chi ha già venduto il biglietto per un servizio che, in Europa, non può ancora funzionare senza di loro. Prendersi lo spettro dei 2 GHz in prima persona significa cambiare il rapporto di forza con i fornitori dello spazio, americani in testa. Chi possiede le frequenze decide chi vola.
Che cosa si può fare con dieci megahertz
Vale la pena tenere i piedi per terra, letteralmente. Dieci megahertz accoppiati sono una quantità di spettro modesta: meno di una singola portante 4G di un operatore terrestre in banda 1800. Il direct-to-device, però, non nasce per questo. Nasce per i buchi: le valli senza copertura, le rotte di navigazione, le emergenze. Lo aveva detto con brutale chiarezza il responsabile tecnico di T-Mobile, che quel servizio lo vende: la fisica non fa sconti, e il satellite nel telefono resta una ruota di scorta. Un consorzio a quattro, se nascesse, comprerebbe una ruota di scorta europea. Non è poco, ma non è una rete.
C’è poi il calendario, che in questa vicenda è il vero convitato di pietra. La proposta della Commissione è all’esame di Parlamento e Consiglio, e Light Reading faceva notare che la stessa Bruxelles ha previsto una proroga fino a due anni per gli attuali titolari, senza però consentire loro un servizio direct-to-device completo. È il segnale che tra negoziato legislativo, bando e selezione comparativa, i tempi non saranno brevi. Nel frattempo Starlink e AST continuano ad accendere servizi con lo spettro prestato dagli operatori terrestri, e ogni mese che passa sposta clienti e abitudini.
Il commento della redazione
Su TLCworld seguiamo le reti dal lato del terminale e delle misure, e da quel punto di vista questa notizia ha due facce. La prima è positiva: per la prima volta i grandi operatori europei sembrano voler giocare in proprio una partita che finora avevano delegato a fornitori d’oltreoceano, e lo fanno sull’unico terreno in cui il vantaggio è strutturale, quello dello spettro riservato a chi è europeo davvero. Il fatto che si tratti di quattro concorrenti che valutano di mettersi insieme dice quanto sia diventata chiara la lezione: sul satellite nessuno di loro, da solo, ha la scala per una costellazione, ma insieme hanno il mercato.
La seconda faccia è quella che ci preoccupa. Un consorzio di questa taglia, se dovesse vincere la corsia riservata, prenderebbe tutto lo spettro europeo disponibile per i nuovi entranti, e i “nuovi entranti” a quel punto sarebbero i quattro operatori più grandi del continente. Non è esattamente lo spirito con cui Bruxelles aveva scritto quella corsia. Servirà capire, prima che nasca qualcosa, chi metterebbe i satelliti, con quali tempi e a quali condizioni di accesso per gli operatori più piccoli, quelli che in Italia e altrove non compaiono in questa lista. Perché il rischio, altrimenti, è di sostituire una dipendenza con un’altra: oggi da Starlink, domani da un club a quattro. Intanto restiamo ai fatti: sono colloqui iniziali, nessuno conferma, e la gara non è ancora stata scritta. Ma il solo fatto che se ne parli racconta che il cielo europeo, dopo vent’anni di cassetto chiuso, è tornato a essere conteso.