
Cinquanta stazioni radio base ogni diecimila abitanti. È il numero che, più di tutti gli altri, racconta il quindicesimo Piano quinquennale per l’industria dell’informazione e delle comunicazioni pubblicato lunedì 7 settembre dal ministero dell’Industria e dell’Information Technology cinese, il MIIT, e ripreso oggi da Corriere Comunicazioni. Tradotto: entro il 2030 la Cina vuole una BTS 5G o 5G-Advanced ogni duecento persone. Non una percentuale di copertura: una densità di antenne, scritta come indicatore di piano, con la stessa dignità del fatturato di settore e della potenza di calcolo per l’intelligenza artificiale.
Il documento, secondo Xinhua e China Daily, fissa tredici indicatori e ventisei compiti prioritari distribuiti in sei aree, dalla costruzione delle infrastrutture alla sicurezza di reti e dati. I numeri di testata sono questi: ricavi dell’industria ICT a 4.100 miliardi di yuan nel 2030, investimenti cumulati in infrastrutture dell’informazione per 3.800 miliardi di yuan nel quinquennio (circa 490 miliardi di euro, nel cambio usato da CorCom), crescita media del volume di attività di telecomunicazione del 7 per cento l’anno, intensità di ricerca e sviluppo al 4,8 per cento. Sul mobile, oltre alle cinquanta BTS per diecimila abitanti, il piano chiede una penetrazione degli utenti 5G e 5G-A al 95 per cento e più di 6,5 miliardi di terminali collegati alle reti, contando smartphone, oggetti IoT e apparati industriali. Sul fisso, 320 milioni di abbonati a connessioni da almeno un gigabit.
Quante antenne mancano
Per capire cosa significhi l’obiettivo sulle BTS conviene partire da dove la Cina è oggi. A fine giugno 2026, secondo i dati del MIIT ripresi da CorCom, il Paese contava circa 5,1 milioni di stazioni base 5G, pari a circa il 69 per cento del totale mondiale. Con una popolazione di poco più di 1,4 miliardi di persone, il dato dell’ultimo censimento campionario dell’Ufficio nazionale di statistica, fanno circa 36 BTS ogni diecimila abitanti. Il piano ne vuole cinquanta: in termini assoluti, e sono conti della redazione, significa arrivare intorno ai sette milioni di stazioni base entro il 2030, cioè quasi due milioni di BTS in più in poco più di quattro anni. È un ritmo che nessun altro mercato può immaginare, e che la Cina considera la semplice prosecuzione di quanto già fatto: il 5G, ricorda Xinhua, copre oggi tutti i centri urbani e più del 95 per cento dei villaggi amministrativi, mentre la fibra gigabit arriva in ogni contea.
La filosofia dichiarata è quella dello “sviluppo moderatamente anticipato” della capacità: reti e risorse di calcolo devono crescere prima che la domanda arrivi al picco, non dopo. È l’esatto contrario del ragionamento che domina in Europa, dove ogni nuovo sito deve dimostrare il proprio ritorno sull’investimento prima di essere costruito, e dove la discussione sulla densificazione arriva dalle tower company più che dai ministeri: la settimana scorsa INWIT ha stimato tra 7.000 e 12.000 i nuovi siti che servirebbero all’Italia, chiedendo di legare il rinnovo delle frequenze a impegni di costruzione. A Pechino il vincolo lo scrive direttamente il piano.
La rete come pezzo della macchina dell’AI
Il resto del documento spiega perché la densità di antenne è diventata un indicatore nazionale. Il traguardo più citato dai media cinesi non riguarda le reti ma il calcolo: 9.800 EFLOPS di potenza per l’intelligenza artificiale entro il 2030, contro i 2.185 EFLOPS misurati a fine giugno (già in crescita del 177 per cento in un anno) e i circa 2.450 di fine luglio. Per arrivarci il piano prevede cluster da diecimila schede acceleratrici e nodi da centomila o più, l’adattamento delle infrastrutture ai chip nazionali e una rete unica di calcolo che collega hub, nodi regionali e strutture edge in base a energia, domanda e latenza.
He Baohong, chief engineer della CAICT, l’accademia del ministero, lo ha spiegato così a China Daily: la strategia passa “dalla costruzione di singoli centri di calcolo alla tessitura delle risorse in una rete di calcolo connessa a livello nazionale”. In questa architettura la rete mobile non è più solo accesso: è, nelle parole di CorCom, “il sistema di accesso distribuito alle risorse computazionali”, che avvicina l’elaborazione a dove i dati nascono. Ed è la stessa logica che abbiamo visto in fabbrica, con il pilota delle reti 5G industriali con il core in casa, e negli hangar di Pechino dove il 5G-Advanced viene ridisegnato attorno all’uplink dei robot. Il piano cita anche un’integrazione più stretta tra il 5G e BeiDou, il sistema satellitare cinese di navigazione, e lo sviluppo di capacità di calcolo collocate nello spazio.
Il 6G senza data
Poi c’è la sesta generazione. Il piano chiede di accelerare la ricerca sulle tecnologie di base, di proseguire le sperimentazioni e di sviluppare stazioni base 6G, apparati di core network, sistemi ottici intelligenti di trasporto e accesso e persino smartphone 6G. Ma sul lancio commerciale la formula è prudente fino all’ambiguità: i servizi 6G andranno avviati “al momento opportuno”. Nessun anno, nessun trimestre. È una scelta che pesa, perché arriva dal Paese che avrebbe tutti i mezzi per scrivere una data. Wang Zhiqin, vicepresidente della CAICT, ha inquadrato il quinquennio come la finestra per passare “dalla leadership di scala alla leadership di sistema”: prima si consolida, poi si corre.
Completano il quadro gli obiettivi verdi: PUE sotto 1,2 per i nuovi data center iperscala ed emissioni per unità di attività di telecomunicazione in calo del 17 per cento.
Il commento della redazione
La cosa più interessante di questo piano non è il numero grosso sul calcolo, che farà i titoli, ma la scelta di misurare la rete mobile in antenne per abitante. Chi legge TLCworld sa che la velocità reale di un 5G dipende più dalla densità dei siti e dall’ampiezza dello spettro che dal logo sullo schermo, e sa che in Italia la densificazione viaggia tra i conti dei gestori, le tower company e i ricorsi dei Comuni contro le antenne. Pechino toglie il problema dal mercato e lo mette in un indicatore ministeriale, con l’idea esplicita di costruire prima che serva. Non è un modello importabile, e il piano lo dice da solo quando parla di sistema industriale “controllabile” e di chip nazionali: quella rete serve a un progetto di sovranità tecnologica, non a far navigare meglio gli utenti. Ma il contrasto resta istruttivo: da una parte un Paese che ha già il 69 per cento delle BTS 5G del mondo e ne pianifica quasi due milioni in più, dall’altra un continente in cui i campioni delle antenne, come abbiamo visto nei conti di Huawei e dei rivali europei, arrivano al 6G dimagriti. E proprio sul 6G la Cina, per una volta, non mette la data: dice molto su quanto sia davvero pronto, ovunque, il passo successivo.
Fonti: Corriere Comunicazioni (8 settembre 2026), Xinhua e gov.cn (7 settembre 2026), China Daily (7 e 8 settembre 2026), South China Morning Post (8 settembre 2026), Ufficio nazionale di statistica cinese. I calcoli sulla densità attuale e sul numero di BTS al 2030 sono della redazione, a partire dai dati ufficiali citati.