
Ci sono trimestrali che si misurano sui decimali e trimestrali che si raccontano con una frase. Quella che Verizon ha presentato venerdì 24 luglio appartiene alla seconda categoria, e la frase l’ha pronunciata l’amministratore delegato Dan Schulman durante la call con gli analisti: Google ha firmato un contratto da oltre un miliardo di dollari per usare la dark fiber di Verizon come sistema nervoso dei propri data center. Non un esperimento, non una lettera d’intenti: un assegno a nove zeri, con la promessa — parole di Schulman — di altri accordi in arrivo entro fine anno per «diversi miliardi di dollari di ricavi nei prossimi anni».
La fibra «spenta» che vale un miliardo
Per chi non mastica gergo da carrier, la dark fiber è la fibra ottica già posata ma non ancora attivata: chilometri di vetro che dormono sottoterra in attesa che qualcuno li accenda. Chi la affitta non compra un servizio di connettività, compra il cavo nudo, e ci mette sopra i propri apparati, la propria luce, i propri protocolli. È la formula preferita dagli hyperscaler, che di controllo sulla propria infrastruttura non ne hanno mai abbastanza, e che oggi hanno un problema enorme e bellissimo: collegare tra loro data center per l’intelligenza artificiale che divorano capacità trasmissiva a ritmi mai visti.
Verizon, che di fibra continentale ne possiede quanta poche altre aziende al mondo, si è trovata seduta su un tesoro proprio nel momento in cui il mercato ha iniziato a pagarlo a peso d’oro. L’accordo con Google, anticipato da Mobile World Live e confermato dalle agenzie, prevede che Big G utilizzi le dorsali spente dell’operatore per la connettività dei suoi data center. I dettagli economici fini non sono stati svelati, ma la soglia psicologica è chiara: oltre un miliardo di dollari, il primo contratto di questa taglia che Verizon porta a casa nella nuova corsa all’infrastruttura AI.
Una trimestrale a due facce, ma con il segno più
L’annuncio è arrivato nel giorno dei conti del secondo trimestre 2026, e non è un caso: Schulman aveva bisogno di dimostrare che la sua cura sta funzionando, e i numeri gli hanno dato una mano. Il comunicato ufficiale parla di 184.000 nuove linee telefoniche postpagate nette, il miglior secondo trimestre consumer degli ultimi cinque anni, e di oltre 550.000 aggiunte nette complessive tra mobile e banda larga. Nel semestre il contatore supera il milione, più del doppio rispetto allo stesso periodo del 2025. La banda larga fissa continua a correre su due gambe: 193.000 clienti in più per il fixed wireless access e 155.000 per la fibra.
Il conto economico racconta una storia più sfumata. I ricavi totali si fermano a 34,3 miliardi di dollari, in calo dello 0,7%, zavorrati da un crollo di quasi il 20% delle vendite di dispositivi: gli americani cambiano smartphone sempre più di rado, e Verizon ha smesso di comprarsi gli upgrade a colpi di sussidi. I ricavi da servizi mobili e broadband, quelli che contano davvero, salgono invece del 2,8% a 23,4 miliardi. E il margine fa notizia: l’EBITDA rettificato tocca il record di 13,7 miliardi, in crescita del 7,2%, con una marginalità mai vista del 40,1%.
L’utile netto, in apparenza, stona: 3,9 miliardi, in calo del 22,9%. Ma la flessione è quasi tutta contabile, frutto di 1,8 miliardi di partite straordinarie tra cui una minusvalenza da 746 milioni sulla cessione del business internazionale di rete fissa e servizi gestiti, più i costi delle uscite volontarie. L’utile per azione rettificato, depurato da queste voci, sale del 6,6% a 1,30 dollari, sopra le attese degli analisti. E la cassa parla chiaro: 6,4 miliardi di free cash flow nel trimestre, +24,4%, che hanno convinto il gruppo ad alzare la guidance su ricavi da servizi, flussi di cassa e utili per l’intero 2026, ritoccando all’insù anche il piano di riacquisto azioni fino a 4,5 miliardi.
La cura Schulman, nove mesi dopo
Per capire da dove arriva questa trimestrale bisogna riavvolgere il nastro. Schulman guida Verizon dall’ottobre 2025 e da allora non ha fatto sconti a nessuno: piani tariffari semplificati, un programma fedeltà nuovo di zecca, tagli al personale e una dieta severa sugli asset non strategici, di cui abbiamo raccontato l’ultimo capitolo la settimana scorsa con la cessione di 274 negozi e altri 500 esuberi. Il consiglio di amministrazione ha gradito, tanto da estendergli il mandato fino a fine 2028.
La strategia ora si gioca su due tavoli. Sul primo c’è la difesa del core business mobile, dove la riduzione del churn e i costi di acquisizione più bassi stanno restituendo ossigeno ai margini — e dove Verizon dovrà presto tornare a investire in spettro, con l’asta della upper C-band appena approvata dalla FCC all’orizzonte. Sul secondo c’è la partita nuova: trasformare la rete in una piattaforma per l’economia dell’intelligenza artificiale, vendendo agli hyperscaler ciò che nessun data center può stampare da sé, ovvero chilometri di fibra già interrata.
Il commento della redazione
A noi questa storia sembra il segnale più concreto visto finora di un cambio di paradigma che covava da mesi. Gli operatori hanno passato due anni a chiedersi come monetizzare l’ondata AI senza avere né i chip di Nvidia né i modelli di OpenAI: la risposta, banale solo in apparenza, era sepolta nei loro cavidotti. La fibra spenta è l’unico asset telecom che gli hyperscaler non possono replicare in fretta, perché scavare costa e i permessi non si comprano col cloud. Non a caso, proprio ieri Nokia raccontava di ordini raddoppiati dai data center: la filiera del networking, vendor e carrier insieme, ha trovato nell’AI il cliente che il 5G consumer non è mai riuscito a essere. La prudenza però resta d’obbligo: un miliardo spalmato su più anni è una bella notizia, non una rivoluzione di bilancio, e il grosso dei conti Verizon continuerà a farlo con le SIM. Ma se davvero, come promette Schulman, questo è solo il primo di una serie di contratti, allora il 24 luglio 2026 potrebbe essere ricordato come il giorno in cui le telco americane hanno smesso di guardare la festa dell’AI dalla finestra.