
La decisione più costosa del 6G non riguarda le frequenze, le antenne o l’intelligenza artificiale. Riguarda il modo in cui si passa dal 5G al 6G senza rifare tutto, e chi si aspettava che uscisse dalle riunioni plenarie del 3GPP a Madrid, dal 14 al 18 settembre, è rimasto deluso. Come racconta stamattina Light Reading, l’organismo che scrive gli standard delle reti mobili non ha trovato l’accordo su quali opzioni di migrazione ammettere, e quante, e ha rinviato il verdetto alla prossima plenaria, a dicembre a Boston. Non è un dettaglio da ingegneri: da quella scelta dipendono il costo, i tempi e le prestazioni delle prime reti 6G, e quindi anche quando e come le vedremo noi.
La base è decisa: si chiama MRSS
Un punto fermo c’è. La base della migrazione sarà il Multi-RAT Spectrum Sharing, MRSS, il meccanismo che permette di accendere il 6G nello stesso spettro del 5G, condividendolo. Agli operatori serve per dare al 6G una copertura decente fin dall’inizio, usando le bande basse del 5G, oltre a capacità e prestazioni nei primi anni, e potrebbe consentire di riutilizzare parte delle radio 5G già installate. Chi ha seguito il passaggio dal 4G al 5G riconoscerà il parente stretto, il DSS, la condivisione dinamica fra 4G e 5G che vediamo tutti i giorni sui 700 e sui 2100 MHz e che nelle nostre prove sul campo raramente entusiasma. La differenza, promettono i sostenitori, sta nel progettarla bene fin dall’inizio: secondo Emil Olbrich, presidente della società di consulenza PrimeLime, che ha partecipato alle riunioni e letto i contributi delle aziende, la perdita di efficienza dovrebbe stare intorno al 3% o meno, ma le simulazioni presentate a Madrid erano tante e non c’è stato il tempo di discuterle.
Le tre opzioni sul tavolo, e la quarta strada
Il dibattito è su cosa aggiungere all’MRSS. Le opzioni in discussione sono tre, e Olbrich le ha riassunte in un post su LinkedIn ripreso da Light Reading. La prima, quella con più sostegno, è una doppia connettività ancorata al 6G; la seconda, ancorata al 5G, è quella che piace meno, perché somiglia troppo al 5G Non Standalone, l’architettura di transizione che in molti non vogliono rifare; la terza, una doppia registrazione, secondo Olbrich finirà nel gruppo che si occupa dei servizi e diventerà «silenziosamente una funzione di interlavoro più che un’opzione di migrazione». La sua previsione è che a dicembre passi la prima e muoia la seconda.
C’è però una quarta posizione, robusta: nessuna opzione, solo MRSS. La sostengono, sempre secondo Olbrich, Apple, Deutsche Telekom, Ericsson, Jio, Korea Telecom, Nokia, T-Mobile e Telstra. «MRSS e carrier aggregation 6G con handover rapido verso il 5G quando serve: sarebbe l’architettura di migrazione più semplice e pulita», dice Gabriel Brown, analista di Omdia. L’argomento è che ogni opzione ammessa oggi si porta dietro i suoi compromessi per sempre. Ed è la linea della NGMN Alliance, l’associazione che riunisce alcuni dei più grandi operatori del mondo, che alla vigilia di Madrid ha aggiornato le sue indicazioni: l’MRSS deve restare la base, e qualunque alternativa dovrà essere giustificata da esigenze di dispiegamento, impatto sull’hardware, fattibilità e costo totale, per meritare «la complessità aggiuntiva di standardizzazione, implementazione e gestione». Laurent Leboucher, presidente della NGMN e direttore tecnico di Orange, mette la questione in termini economici: il percorso di migrazione «determinerà il costo del dispiegamento del 6G e quindi la sostenibilità economica delle nuove funzionalità», e l’MRSS per essere dispiegabile deve avere poco overhead di segnalazione e funzionare bene con l’hardware 5G già in campo.
La lezione del 5G
Quello che rende la discussione più tesa del solito è il ricordo delle scelte fatte per il 5G. Nel passaggio dal 4G, ricorda Light Reading, furono accettate cinque opzioni e ne vennero implementate due. «Pensavamo che la scelta fosse meglio, allora, e non lo era davvero», dice Olbrich. Guangyi Liu, esperto capo di China Mobile e membro del consiglio NGMN, è ancora più diretto: «Il 5G ci ha insegnato una dura lezione: troppe opzioni di migrazione hanno portato frammentazione, lanci ritardati e costosi adeguamenti. Per il 6G non ripetiamolo: con il 6G Standalone come obiettivo, l’MRSS deve essere la nostra base, e ogni alternativa deve dimostrare di valere la complessità in più». Parte dell’indecisione di Madrid, spiega Brown, dipende anche dal fatto che non c’era chiarezza né sulle prestazioni dell’MRSS né sull’architettura della core network 6G, su cui le aziende hanno idee diverse e che sarà definita solo a dicembre. Il 3GPP ha tempo fino a marzo 2027, quando il 6G passerà dalla fase di studio a quella di scrittura delle specifiche. «Se sbagli quella decisione, è un flop da miliardi», dice Olbrich. Tre mesi in più, da quel punto di vista, sembrano ben spesi.
Il commento della redazione
Chi legge il modem sa che le sigle di questa storia hanno conseguenze concrete. Il 5G Non Standalone, cioè l’opzione 3 di allora, è il motivo per cui ancora oggi nelle nostre misure in Salento il 5G si aggancia solo sotto carico e il logo sullo schermo dice poco sulla rete che c’è davvero; il DSS è il motivo per cui un 5G sui 700 MHz va come un buon 4G. Sono compromessi che il settore si è scelto per partire prima, e che si trascina da anni. Per questo il fronte del «solo MRSS» ci pare quello giusto: una sola strada, pulita, con il 6G Standalone come destinazione, costringe tutti a costruire la rete nuova invece di appoggiarla su quella vecchia.
Resta il dubbio sull’MRSS stesso. Il DSS aveva promesse simili e, nelle nostre misure, un 5G in condivisione col 4G non regge il confronto con una portante dedicata; il 3% di perdita citato da Olbrich è una stima da simulazione, e la NGMN chiede infatti ancora prove su overhead e riuso dell’hardware. Ieri abbiamo raccontato le previsioni che danno al 6G una partenza lenta, con l’Europa a metà strada tra America e mercati emergenti. Una migrazione semplice è la cosa che può accorciare quella rincorsa più di qualunque banda nuova. Dicembre, a Boston, dirà se il settore ha davvero imparato la lezione.
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