
C’è un pezzo di etere che l’Europa custodisce come un fortino: sono i 224 megahertz compresi tra 470 e 694 MHz, la cosiddetta banda sub-700, l’ultima grande porzione di spettro “pregiato” ancora off-limits per le reti mobili. In questi giorni la Commissione europea ha adottato la relazione sugli sviluppi nell’utilizzo di questa banda, un adempimento previsto dall’articolo 7 della decisione UHF del 2017, e il documento — anticipato in Italia dal Corriere Comunicazioni — fotografa una situazione in pieno movimento: la televisione digitale terrestre resta la padrona di casa almeno fino al 2030, ma alla porta bussano sempre più forte le comunicazioni mobili, la protezione civile e, novità dei tempi che viviamo, la difesa.
Perché quei 224 megahertz valgono oro
Per capire la posta in gioco bisogna partire dalla fisica. Le frequenze sotto il gigahertz si propagano lontano, superano i muri, coprono le valli: con pochi tralicci si serve un territorio enorme. È il motivo per cui la banda 470-694 MHz è da decenni la spina dorsale della TV terrestre europea — in Italia significa l’intera piattaforma del digitale terrestre che entra gratuitamente in milioni di case — ed è lo stesso motivo per cui gli operatori mobili la guardano da anni con occhi affamati. Le bande basse sono merce rarissima: il 700 e l’800 MHz, sottratti alla TV nei due refarming precedenti, sono già stati divorati da 4G e 5G, e ai gestori resta il problema di coprire campagne e aree interne senza moltiplicare i siti.
La decisione UHF del 2017 aveva messo un punto fermo: la banda sub-700 resta al broadcasting e ai sistemi PMSE — i radiomicrofoni e gli apparati di produzione di eventi e spettacoli — almeno fino al 2030. Ma la stessa decisione imponeva alla Commissione di monitorare l’evoluzione e riferire a Parlamento e Consiglio. La relazione appena adottata è esattamente questo: un check-up di metà percorso che valuta l’efficienza d’uso dello spettro alla luce dei progressi tecnologici, dei nuovi comportamenti di consumo televisivo e delle esigenze di connettività che cambiano.
Cosa dice la relazione: la TV regge, ma la fila si allunga
Il quadro che emerge non è una rivoluzione, ma un cambio di clima. Digitale terrestre e PMSE restano gli utilizzi principali della banda e tali resteranno almeno fino alla scadenza della garanzia europea. Il consumo televisivo però migra progressivamente verso il broadband e lo streaming, e questo — ragionano a Bruxelles — impone di chiedersi se un’esclusiva così ampia sarà ancora giustificata nel prossimo decennio. Nel frattempo la lista dei pretendenti si è allungata: oltre agli operatori mobili, che non hanno mai smesso di chiedere l’apertura della banda, si sono fatte avanti la protezione civile, con l’esigenza di comunicazioni broadband dedicate alle emergenze, e la difesa, che dopo il 2022 ha riscoperto quanto contino le radiocomunicazioni sicure a lunga portata. Alcuni Stati membri stanno già ragionando sull’uso degli spazi bianchi del digitale terrestre per questi impieghi.
Nella relazione trova spazio anche la tecnologia che potrebbe fare da ponte tra i due mondi: il 5G Broadcast, che permette di diffondere contenuti televisivi in modalità unidirezionale verso smartphone e dispositivi mobili, senza SIM e senza consumare giga, riutilizzando proprio le frequenze UHF. Per la Commissione è una delle tecnologie chiave del futuro della banda: consentirebbe alle emittenti di raggiungere il pubblico in mobilità restando padrone delle proprie frequenze. I test in mezza Europa, Italia compresa, si moltiplicano, anche se gli operatori mobili restano scettici sulla sostenibilità economica del modello, come ha rilevato il gruppo consultivo RSPG nella sua valutazione sul futuro della banda pubblicata a fine 2025.
La partita vera si gioca alla WRC-31
Il calendario è la chiave di lettura di tutto. La conferenza mondiale delle radiocomunicazioni del 2023 ha già concesso ad alcuni Paesi un’attribuzione mobile su base secondaria nella banda, e soprattutto ha fissato l’appuntamento decisivo: alla WRC-31 il dossier 470-694 MHz tornerà sul tavolo per un possibile riassetto complessivo. La garanzia europea per il digitale terrestre scade nel 2030, un anno prima. Non è un caso: la relazione adottata adesso serve proprio a preparare il terreno per la decisione politica che l’Europa dovrà prendere su cosa fare della banda dopo quella data, con i broadcaster schierati per la proroga dell’esclusiva e la GSMA che da anni chiede di aprire almeno una parte dello spettro al mobile.
Il tutto mentre il resto del mondo corre: come abbiamo raccontato ieri, la FCC americana ha appena approvato l’asta della upper C-band, mettendo sul mercato 440 megahertz in un colpo solo. E l’Europa arriva a questa partita con le casse degli operatori già sotto pressione, tra investimenti 5G da completare e il conto — potenzialmente fino a 40 miliardi di euro — per la rimozione dei vendor ad alto rischio dalle reti.
Il commento della redazione
La nostra impressione è che questa relazione sia molto più importante di quanto il suo tono burocratico lasci intendere. Per la prima volta un documento ufficiale della Commissione mette nero su bianco che l’esclusiva televisiva sulla banda sub-700 non è più un tabù: è una posizione da difendere con argomenti, non più una rendita di posizione. La TV terrestre resta centrale in Paesi come l’Italia, ma il tempo lavora contro di lei: ogni anno che passa sposta spettatori verso lo streaming e rafforza le ragioni di chi vuole almeno una condivisione della banda. La strada più sensata ci sembra quella indicata dal 5G Broadcast e dagli usi flessibili: evitare sia l’immobilismo di chi vorrebbe congelare tutto al 2030, sia la tentazione di un terzo refarming brutale, che in Paesi affollati di emittenti come il nostro — dove persino spegnere la TV in definizione standard è un’operazione delicata — rischierebbe di trasformarsi in un incubo tecnico e politico. L’appuntamento con la WRC-31 sembra lontano, ma chi lavora nello spettro sa che cinque anni, in questo mestiere, sono dopodomani.