
C’è un modo semplice di leggere i conti semestrali che Huawei ha depositato lunedì: l’utile è crollato del 37%, festeggino i concorrenti. E c’è un modo più interessante, che emerge incrociando il resoconto di Light Reading con i numeri del deposito ufficiale: quell’utile non è evaporato, è stato speso. Un yuan su quattro di tutto quello che Huawei incassa finisce oggi in ricerca e sviluppo, e la cifra assoluta — 121,4 miliardi di yuan in sei mesi, circa 18,1 miliardi di dollari — è il record della sua storia.
I numeri del semestre
Partiamo dalla fotografia. Nel primo semestre 2026 il colosso di Shenzhen ha messo a bilancio ricavi per 467,8 miliardi di yuan, circa 69,5 miliardi di dollari, in crescita del 9,6% sull’anno scorso: le vendite, insomma, vanno bene. L’utile netto però si è fermato a 23,4 miliardi di yuan (3,5 miliardi di dollari), contro i 37,1 miliardi dello stesso periodo 2025. A eroderlo è stata la colonna dei costi, salita del 12% complessivo: le spese amministrative sono aumentate del 24%, gli oneri finanziari sono quasi raddoppiati a 5,3 miliardi di yuan, e su tutto svetta la ricerca, cresciuta di un quarto in un anno fino a rappresentare il 25,95% dei ricavi.
C’è anche un dato che agli analisti non sarà sfuggito: il flusso di cassa operativo è andato in rosso di 40 miliardi di yuan, quando un anno fa era positivo per 31. Huawei, che essendo una società non quotata pubblica i conti solo per i suoi obbligazionisti, non ha spiegato ufficialmente il perché dell’impennata dei costi. Ma la lista dei fronti su cui sta investendo parla da sola: chip avanzati, intelligenza artificiale, sistemi per l’auto a guida autonoma, energia verde — il tutto mentre continua a sostenere i due mestieri storici, le reti e gli smartphone, con questi ultimi appesantiti anche dal rincaro globale delle memorie che sta colpendo l’intero settore.
Vale la pena fermarsi un attimo su quel rosso di cassa, perché per un’azienda «normale» sarebbe un campanello d’allarme serio: significa che, nel semestre, la gestione corrente ha bruciato più denaro di quanto ne abbia generato. Per Huawei il quadro è diverso: non deve rispondere a un listino ma ai sottoscrittori dei suoi bond, ha alle spalle anni di utili accumulati e può permettersi di finanziare la transizione attingendo alle riserve. Resta il fatto che un gruppo abituato a macinare cassa ha scelto consapevolmente di andare sotto: non è il segno di un’azienda che tira il freno, è il segno di una che ha schiacciato l’acceleratore fino in fondo.
ZTE ha scelto la strada opposta
Il confronto più eloquente è quello con l’altra grande cinese degli apparati. La settimana scorsa raccontavamo il semestre record di ZTE, trainato dal computing per l’AI mentre il business storico degli operatori arretrava. Ebbene, davanti allo stesso mercato — capex degli operatori in calo, ricavi carrier giù del 9% — ZTE ha tagliato la ricerca del 14%, portandola al 14% dei ricavi, quasi quattro punti in meno di un anno fa. Anche lì l’utile è sceso, del 45%, ma la direzione strategica è opposta: ZTE difende i margini alleggerendo il laboratorio, Huawei svuota la cassa per riempirlo ancora di più.
Non è una sfumatura contabile, è una scommessa industriale, e le due aziende partono da posizioni molto diverse. ZTE è quotata a Shenzhen e Hong Kong, deve rendere conto al mercato ogni trimestre e ha trovato nel computing per l’intelligenza artificiale un motore di ricavi che compensa la frenata degli operatori. Huawei vive sotto sanzioni americane dal 2019 e ha dovuto ricostruirsi in casa pezzi di filiera che chiunque altro compra a catalogo, a partire dai semiconduttori. Quella fabbrica di alternative costa, e si vede. Per dare una scala: 18 miliardi di dollari in sei mesi sono cifre da gigante del software più che da fornitore di apparati, e la quota sui ricavi — il 26% — è quasi il doppio di quella di ZTE.
Il commento della redazione
La tentazione di leggere questi conti come una crisi è forte, ma sarebbe una lettura pigra. Un’azienda in crisi taglia la ricerca per salvare l’utile — è la mossa che rassicura nel trimestre e presenta il conto dopo qualche anno. Huawei sta facendo l’esatto contrario: sacrifica l’utile di oggi, e perfino la cassa, per allargare il vantaggio tecnologico di domani. L’abbiamo vista all’opera poche settimane fa a Pechino, con il 5G-Advanced spinto sull’uplink per le fabbriche di robot: quelle demo non nascono dal marketing, nascono da laboratori che qualcuno ha pagato.
Il contrasto che fa più riflettere, però, non è quello con ZTE: è quello con l’Occidente. Mentre a Shenzhen la ricerca sale del 25% in un anno, l’ex CTO di Nokia denuncia pubblicamente lo smantellamento dei Bell Labs, il luogo dove è nato il transistor, e i campioni europei degli apparati misurano ogni trimestre col bilancino dei margini per non deludere la Borsa. È una differenza di natura, prima ancora che di strategia: Huawei non ha azionisti da accontentare ogni novanta giorni, e può permettersi di trattare 37 punti percentuali di utile come il prezzo di un biglietto per il futuro. Se tra qualche anno il 6G, i chip per l’AI di rete o l’auto connessa parleranno più cinese che europeo, la spiegazione non sarà un mistero: sta già scritta, nero su bianco, nella riga «ricerca e sviluppo» di questo semestrale. Per chi gestisce le reti — e per chi le regola — il messaggio è meno astratto di quanto sembri: la dipendenza tecnologica di domani si decide nei bilanci di oggi. Il banco di prova arriverà con i conti di fine anno: se la crescita dei ricavi terrà anche col piede così a fondo sull’acceleratore, la scommessa di Shenzhen avrà trovato la sua prima conferma.