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Rete MobileTech

Quaranta miliardi per sfrattare Huawei e ZTE: il conto della GSMA che gela Bruxelles

redazione
Ultimo aggiornamento: 19/08/2026
redazione
8 Minuti di lettura
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Tecnici sostituiscono apparati radio su un traliccio di rete mobile in Europa: la rimozione dei vendor ad alto rischio Huawei e ZTE dalle reti UE

C’è un numero che da questa mattina rimbalza tra Bruxelles e le sedi degli operatori europei: 40 miliardi di euro. È il costo massimo stimato dalla GSMA, l’associazione mondiale dell’industria mobile, per rimuovere dalle reti dell’Unione Europea gli apparati dei fornitori considerati «ad alto rischio», ovvero — senza troppi giri di parole — i cinesi Huawei e ZTE. Il problema? La Commissione Europea aveva messo in conto una cifra fino a quattro volte più bassa. E quando tra chi scrive le regole e chi le deve applicare c’è di mezzo uno scarto da quasi trenta miliardi, la discussione smette di essere tecnica e diventa politica.

Contents
Un conto che non tornaPerché i numeri ballano così tantoChi l’ha già fatto sa quanto fa maleE l’Italia? È tra i Paesi più espostiIl nostro punto di vista

Un conto che non torna

Partiamo dai fatti. A gennaio 2026 la Commissione ha presentato la proposta di revisione del Cybersecurity Act, che trasformerebbe in obbligo vincolante quella che finora era una raccomandazione: escludere i fornitori ad alto rischio dalle infrastrutture critiche. Per le reti mobili il calendario è stringente: 36 mesi dalla pubblicazione della lista dei fornitori interessati per rimuovere i componenti chiave, con scadenze successive per reti fisse e satellitari. Bruxelles ha stimato l’impatto per gli operatori mobili in 3,4-4,3 miliardi di euro all’anno per tre anni: in totale, tra i 10 e i 13 miliardi.

Lo studio pubblicato oggi dalla GSMA, ripreso tra gli altri da Mobile World Live e Mobile Europe, racconta un’altra storia. La sola sostituzione degli apparati nelle reti mobili costerebbe tra i 16 e i 22 miliardi, a cui vanno aggiunti circa 5 miliardi per le reti fisse e altri 9-12 miliardi per le reti di trasporto. Totale: 30-40 miliardi. E non è finita: secondo l’associazione, l’uscita di scena di due costruttori del calibro di Huawei e ZTE ridurrebbe la concorrenza tra i fornitori rimasti, con un ulteriore aggravio stimato in 8,5 miliardi tra il 2027 e il 2030. Meno concorrenti, prezzi più alti: un tema che conosce bene chi segue il mercato mondiale delle antenne, dove già oggi pochi vendor si spartiscono la stragrande maggioranza degli ordini fuori dalla Cina.

Perché i numeri ballano così tanto

Come è possibile che due istituzioni serie arrivino a cifre così distanti? La risposta sta tutta nella baseline, cioè nel punto di partenza del calcolo. Hosuk Lee-Makiyama, direttore del think tank ECIPE, l’ha messa giù semplice: le stime della GSMA sono «lorde, non incrementali». Tradotto: gli apparati di rete non vivono in eterno. Radio, core e piattaforme di trasporto vengono rinnovati comunque, man mano che finisce il supporto software e arrivano tecnologie nuove. Se dallo studio si scorporassero i costi di sostituzione che gli operatori avrebbero sostenuto in ogni caso, sostiene Lee-Makiyama, il risultato si avvicinerebbe parecchio ai numeri della Commissione.

La stessa Corte dei Conti europea, in una revisione precedente, aveva fotografato il problema: una stima parlava di 24 miliardi di costi aggiuntivi in dieci anni, un’altra ribatteva che gran parte degli apparati 4G interessati era comunque vicina alla finestra naturale di sostituzione. Ma attenzione a liquidare la questione con un «tanto andava cambiato lo stesso»: ritirare un apparato con anni di anticipo non è gratis. Ci sono la riprogettazione, l’integrazione, i test, l’accesso ai siti, la migrazione del software e la continuità del servizio da garantire. Tutte voci che un calcolo fatto solo sull’hardware rischia di non vedere.

Chi l’ha già fatto sa quanto fa male

L’Europa, peraltro, non parte al buio: altri l’hanno preceduta e le cicatrici si vedono. Negli Stati Uniti il programma «Rip and Replace» per rimuovere Huawei e ZTE dalle reti rurali è stato finanziato con 4,98 miliardi di dollari e ha accumulato ritardi su fondi, permessi, catene di fornitura e manodopera. Il Regno Unito ha ordinato l’uscita di Huawei dal 5G entro fine 2027, ammettendo costi più alti e rollout rallentati. In Danimarca è successo perfino che TDC NET si sia vista riconoscere un indennizzo da 80 milioni di corone, perché la rimozione imposta è stata trattata alla stregua di un esproprio. Sono precedenti che pesano, mentre i vendor occidentali si attrezzano: non a caso Ericsson ha appena acceso una fabbrica 5G in Texas proprio per rispondere alla domanda di apparati «a chilometro geopolitico zero».

E l’Italia? È tra i Paesi più esposti

Per noi italiani la faccenda è tutt’altro che accademica. A fine 2022 il 51% della RAN 5G italiana era targato Huawei o ZTE, settimo posto in Europa per dipendenza dai vendor cinesi; a fine 2024 la quota era scesa attorno al 35%, complice il golden power esercitato dal governo, che già nel 2022 aveva imposto a TIM e Vodafone prescrizioni per la dismissione graduale degli apparati cinesi. TIM ha impostato la rotta con Ericsson e Nokia sulla rete d’accesso e un core interamente Ericsson, ma per gli altri operatori il conto della transizione resta in gran parte da pagare. Nel frattempo Huawei continua a spingere sull’innovazione altrove, come dimostra la rete 5G-Advanced GigaUplink accesa a Pechino: il paradosso di un fornitore messo alla porta in Europa e lanciatissimo in casa propria.

Il nostro punto di vista

La redazione ha un’opinione netta: questo non è un derby tra sicurezza e portafoglio, e chi lo racconta così sbaglia. La sicurezza delle reti è un requisito, non un optional, e il quadro comune proposto da Bruxelles è un passo avanti rispetto al patchwork volontario del Toolbox 5G del 2020, applicato in modo imbarazzantemente diseguale tra i Ventisette. Detto questo, la GSMA un punto lo segna: imporre la stessa scadenza a reti messe in condizioni diversissime — chi ha il core cinese e chi solo qualche antenna in campagna, chi ha apparati nuovi e chi ferri vecchi già in pensione programmata — è una ricetta per sprechi e disservizi. La via d’uscita esiste e i numeri stessi la suggeriscono: priorità alle funzioni critiche e ai siti sensibili, sostituzioni meno urgenti allineate ai cicli di ammodernamento già pianificati, e compensazioni quando un ordine di sicurezza manda in pensione anticipata asset perfettamente funzionanti. Se invece si sceglierà la linea del tutto-e-subito senza un piano industriale, il conto — che siano 13 o 40 miliardi — finirà come sempre nell’unico posto dove nessuno dei contendenti lo vuole vedere: nelle bollette di chi la rete la usa ogni giorno.

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