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Rete MobileTech

Più dati, meno CO2: le reti mobili tagliano le emissioni del 13% ma il net zero chiede più energia pulita

redazione
Ultimo aggiornamento: 19/08/2026
redazione
11 Minuti di lettura
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Torre 5G con pannelli solari e turbine eoliche al tramonto: le reti mobili tagliano le emissioni operative secondo il rapporto GSMA Mobile Net Zero 2026

C’è un numero che, da solo, racconta dove sta andando l’industria mobile mondiale: dal 2019 a oggi il traffico dati sulle reti è più che quadruplicato, le connessioni sono cresciute del 10%, eppure le emissioni operative degli operatori sono scese del 13%. Non è un gioco di prestigio contabile, ma il risultato fotografato dal nuovo rapporto Mobile Net Zero 2026: State of the Industry on Climate Action, pubblicato il 14 luglio dalla GSMA, l’associazione che riunisce gli operatori mobili di tutto il pianeta. E la parte più interessante non è nemmeno il dato in sé, ma l’accelerazione: nel solo 2024 le emissioni sono calate del 5%, il doppio della riduzione media annua registrata nei quattro anni precedenti.

Contents
Un settore che cresce mentre inquina menoLe rinnovabili fanno la differenza (e l’Europa guida la classifica)Gli impegni ci sono, ma il 2030 è dietro l’angoloSpegnere il vecchio per alimentare il nuovoIl commento della redazione

Un settore che cresce mentre inquina meno

Partiamo dal perimetro, perché quando si parla di sostenibilità i numeri valgono quanto la metodologia che ci sta dietro. Il rapporto analizza i dati di energia ed emissioni di oltre 110 operatori mobili, che insieme rappresentano l’85% delle connessioni mobili globali: non un campione di volenterosi, insomma, ma una fetta larghissima dell’industria reale. Nel 2024 le emissioni operative del settore — quelle dirette più quelle legate all’energia acquistata, in gergo Scope 1 e Scope 2 — sono state stimate in 115 milioni di tonnellate di CO2 equivalente, pari a circa lo 0,2% delle emissioni globali di gas serra.

Lo 0,2% può sembrare poco, ed effettivamente lo è se confrontato con settori come i trasporti o l’edilizia. Ma le reti mobili sono infrastrutture che non dormono mai: ogni antenna, ogni stazione radio base, ogni data center di rete consuma elettricità 24 ore su 24, 365 giorni l’anno. Ed è proprio qui che si gioca la partita: riuscire a servire un traffico che esplode — video, cloud, e sempre più applicazioni di intelligenza artificiale — senza che la bolletta energetica e le emissioni esplodano insieme a lui.

Finora la scommessa sta funzionando. Il merito, spiega la GSMA, va a tre leve che lavorano insieme: l’efficienza energetica degli apparati di nuova generazione, la modernizzazione delle reti e, soprattutto, il ricorso crescente alle energie rinnovabili.

Le rinnovabili fanno la differenza (e l’Europa guida la classifica)

Il vero motore della decarbonizzazione, dice il rapporto senza girarci intorno, è l’energia pulita. Nel 2024 gli operatori mobili hanno acquistato o autoprodotto circa 70 TWh di elettricità rinnovabile: per dare un’idea della scala, è l’equivalente dell’intera produzione rinnovabile dell’Indonesia, un Paese da 280 milioni di abitanti. La quota di elettricità che gli operatori si procurano esplicitamente da fonti rinnovabili — oltre a quella già presente nel mix di rete — è più che raddoppiata dal 2019, passando dal 10% al 24%.

La distribuzione geografica, però, racconta un mondo a più velocità. Gli operatori europei sono i primi della classe, con circa il 70% dell’elettricità proveniente da fonti verdi; seguono il Nord America al 50% e l’America Latina al 45%. Nei mercati emergenti, invece, la situazione è molto più complicata: reti elettriche instabili, mercati energetici poco liberalizzati e scarsa disponibilità di contratti di fornitura verde costringono ancora molti operatori a dipendere dai generatori diesel per tenere accese le antenne.

Ed è qui che il rapporto punta il dito su un attore spesso trascurato nei discorsi sulla sostenibilità delle telecomunicazioni: le tower company. Le 100 maggiori società di torri al mondo gestiscono circa quattro milioni di siti e nel 2024 hanno consumato più di due miliardi di litri di gasolio. Due miliardi di litri: una cifra che da sola spiega perché la GSMA veda nelle towerco «una delle maggiori sfide e opportunità di decarbonizzazione» del settore, tra pannelli solari da installare, batterie di accumulo e sistemi di gestione energetica più intelligenti. Anche sul fronte degli impegni formali le società di torri arrancano: meno di un quarto delle più grandi ha obiettivi climatici validati scientificamente, contro oltre la metà dei fornitori di apparati di rete, dei produttori di smartphone e dei provider cloud.

Gli impegni ci sono, ma il 2030 è dietro l’angolo

Sul fronte degli obiettivi, l’industria non parte da zero. A giugno 2026 sono 81 gli operatori mobili con target di riduzione a breve termine basati sulla scienza, un gruppo che rappresenta quasi la metà delle connessioni mobili globali e più di due terzi dei ricavi del settore. Cinquanta operatori si sono impegnati formalmente al net zero, e 46 di questi hanno già ottenuto la validazione della Science Based Targets initiative, l’organismo internazionale che verifica la serietà dei piani climatici aziendali.

Il problema è la traiettoria. Per rispettare il percorso scientifico che l’industria si è data, le emissioni dovranno scendere del 45% entro il 2030 rispetto ai livelli del 2020. Il -13% accumulato in cinque anni è un buon inizio, e il -5% del solo 2024 dimostra che si può accelerare, ma la matematica non lascia scampo: serve fare di più, e più in fretta. «I progressi che stiamo vedendo sono incoraggianti, ma serve fare di più», ammette John Giusti, Chief Regulatory Officer della GSMA. «L’accesso all’energia rinnovabile resta uno dei fattori principali che determinano quanto velocemente gli operatori possono decarbonizzare. I decisori politici hanno un ruolo vitale nel creare le condizioni che consentano gli investimenti nelle infrastrutture per l’energia pulita».

Il messaggio ai governi è esplicito: servono mercati elettrici più aperti, che permettano alle aziende di comprare energia verde con contratti diretti, permessi più rapidi per costruire impianti rinnovabili e reti di distribuzione, e il riconoscimento delle reti di comunicazione come infrastrutture critiche nella pianificazione nazionale della resilienza. Su quest’ultimo punto l’Europa qualcosa sta già facendo: la Spagna, dopo il grande blackout iberico, ha imposto agli operatori reti mobili capaci di resistere quattro ore senza corrente, un esempio concreto di come clima, energia e connettività siano ormai la stessa partita.

Spegnere il vecchio per alimentare il nuovo

Tra le raccomandazioni agli operatori, il rapporto ne mette in fila alcune che i lettori di TLCworld conoscono bene: continuare a migliorare l’efficienza energetica, aumentare la quota di rinnovabili, coinvolgere i fornitori — e spegnere le reti legacy. Le vecchie infrastrutture 2G e 3G consumano energia in modo sproporzionato rispetto al traffico che trasportano, e la loro dismissione libera spettro e risorse per tecnologie molto più efficienti per bit trasmesso. È il grande movimento globale che seguiamo da mesi nella nostra mappa dello switch-off 2G e 3G paese per paese, e che il rapporto GSMA inserisce ufficialmente tra le leve climatiche, non solo tecnologiche.

C’è poi un’altra strada che unisce risparmio energetico e razionalità industriale: la condivisione delle reti. Meno antenne fotocopia significa meno consumi, come dimostra l’accordo nazionale di condivisione 4G e 5G firmato in Vietnam da VNPT e MobiFone, che punta proprio a eliminare le duplicazioni infrastrutturali.

Resta il convitato di pietra: le emissioni Scope 3, quelle della catena del valore. Circa tre quarti dell’impronta carbonica complessiva del settore non sta nelle reti degli operatori, ma a monte e a valle: nella produzione degli smartphone, negli apparati, nei servizi cloud e IT. È il capitolo più difficile da aggredire, perché richiede la collaborazione di migliaia di fornitori, politiche serie di economia circolare e una trasparenza sui dati che oggi è ancora parziale.

E l’intelligenza artificiale? Il rapporto la tratta con la prudenza che merita: se nei data center la domanda energetica legata all’AI sta crescendo in modo vistoso, l’impatto diretto sui consumi delle reti mobili resta per ora limitato. Ma la GSMA invita a monitorare con attenzione, perché l’adozione è appena cominciata — e la storia recente insegna che le curve dell’AI tendono a impennarsi quando meno te lo aspetti.

Il commento della redazione

Diciamolo: in un panorama in cui la sostenibilità aziendale è troppo spesso un esercizio di comunicazione, il dato della GSMA è di quelli sostanziosi. Quadruplicare il traffico riducendo le emissioni del 13% significa che l’efficienza per bit è migliorata in modo drastico, e questo è merito di ingegneria vera: antenne più intelligenti, apparati che si spengono quando non servono, reti progettate per consumare in proporzione al traffico e non a prescindere. Detto questo, non facciamoci incantare dal semaforo verde. Il grosso dell’impronta del settore sta nello Scope 3, dove i progressi si misurano ancora col contagocce, e i due miliardi di litri di diesel bruciati dalle towerco ci ricordano che una parte del mondo tiene in piedi le reti col gasolio. La strada verso il -45% al 2030 è tutta in salita, e senza politiche energetiche serie — permessi rapidi, mercati elettrici aperti, incentivi alle rinnovabili nei mercati emergenti — gli operatori da soli non ce la faranno. La buona notizia è che, per una volta, interesse economico e clima remano nella stessa direzione: ogni kilowattora risparmiato è una bolletta più leggera. E quando risparmio e sostenibilità coincidono, di solito le cose succedono davvero.

Fonti: comunicato stampa GSMA; rapporto Mobile Net Zero 2026.

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