
Il 28 aprile 2025 è una di quelle date che in Spagna non si dimenticano facilmente. Nel giro di pochi secondi la penisola iberica è piombata nel buio: niente luce, semafori spenti, treni fermi e — dettaglio che ci interessa parecchio da vicino — telefoni che, uno dopo l’altro, hanno smesso di funzionare. Non perché si fossero scaricati, ma perché le antenne a cui erano agganciati avevano esaurito le batterie di riserva. Quel giorno milioni di persone hanno scoperto sulla propria pelle quanto sia fragile l’equilibrio che tiene in piedi le comunicazioni quando salta la corrente. E quel giorno, evidentemente, qualcuno a Madrid ha preso appunti.
A poco più di un anno di distanza, il governo spagnolo ha deciso di trasformare quella lezione in una regola scritta nero su bianco. Il ministro per la Trasformazione Digitale Óscar López ha annunciato — lo ha fatto durante il DigitalES Summit, giovedì 25 giugno — un Regio Decreto (Real Decreto) dedicato alla sicurezza e alla resilienza delle reti di comunicazione elettronica e di alcune infrastrutture digitali. Il cuore del provvedimento è semplice da raccontare e parecchio impegnativo da realizzare: gli operatori dovranno garantire almeno quattro ore di copertura mobile anche quando la rete elettrica va in tilt. L’obiettivo dichiarato è approvare il testo entro la fine del 2026.
Quattro ore di autonomia, introdotte un anno alla volta
Quattro ore non sono moltissime, ma la parte interessante è come ci si arriva. Il decreto prevede un’introduzione graduale spalmata su tre anni: nel primo anno dall’entrata in vigore la copertura “protetta” dovrà raggiungere il 50% della popolazione, salire al 65% nel secondo e arrivare al 75% nel terzo. Una progressione pensata, a detta del ministro, per dare il tempo alle aziende di installare piani di sicurezza, obblighi di ridondanza e batterie senza farsi prendere dal panico. E non riguarda chiunque: le regole si applicano agli operatori e ai fornitori di infrastrutture digitali che servono più di 500.000 utenti oppure fatturano oltre 50 milioni di euro l’anno. In altre parole, i pesci grossi.
Sarebbe però un errore immaginare il tutto come una semplice questione di batterie appese ai tralicci. Il provvedimento ragiona a strati, seguendo la logica di chi sa bene che una rete è una catena e che basta un anello debole per mandare giù il resto. I centri di gestione intermedi — quelli che governano il traffico di intere comunità autonome — dovranno restare operativi per almeno dodici ore senza corrente. I centri di controllo di primo livello, dove risiede l’intelligenza centralizzata della rete e il cui blocco potrebbe mettere in ginocchio l’intero Paese, dovranno garantire ventiquattro ore di autonomia.
Non solo antenne: una resilienza costruita a strati
Il perimetro, del resto, si allarga ben oltre le antenne. Reuters segnala che rientrano nel conto anche cavi sottomarini, sistemi satellitari, data center e punti di interscambio internet, cioè tutto ciò che fa viaggiare e instradare i dati nel sottosuolo invisibile della connettività. Restano fuori, per ovvie ragioni, le reti dedicate alla sicurezza nazionale e alla difesa. Un capitolo a parte lo meritano poi le chiamate d’emergenza, che in Spagna passano dal numero 112. Qui la filosofia cambia: non basta tenere accese le antenne, bisogna fare in modo che la chiamata arrivi comunque a destinazione anche se una rete o una tecnologia si pianta. Gli operatori che forniscono connettività ai centri 112 dovranno presentare piani di sicurezza e resilienza e dotarsi di canali di comunicazione alternativi: un centro potrà per esempio appoggiarsi a più operatori contemporaneamente, oppure combinare rete mobile e rete fissa, così che un singolo guasto non lo lasci muto. È il principio della ridondanza, lo stesso che fa dormire sonni tranquilli a chi progetta sistemi critici: mai un solo punto di rottura.
Sul piano pratico, tutto questo si traduce in un cantiere enorme. Oggi la gran parte delle stazioni radio e delle macro-celle prende corrente direttamente dalla rete elettrica locale, con batterie tampone pensate per reggere qualche manciata di minuti, non ore di blackout. Portare migliaia di siti a funzionare quattro ore in autonomia significa ripensare l’hardware: accumulatori al litio ferro fosfato (le celebri LFP, apprezzate perché sopportano bene il calore e si compattano in poco spazio), generatori, sistemi ibridi. E qui spuntano i grattacapi più concreti: molti impianti sui tetti lavorano già al limite del peso sopportabile, per cui aggiungere armadi di batterie più capienti vuol dire spesso rinforzare le strutture. Senza contare che le radio 5G, sotto carico, hanno una fame di energia tutt’altro che trascurabile, e dimensionare male i backup significa o sprecare capitale o rischiare le sanzioni. Lo ha riconosciuto con onestà anche Alfonso Álvarez, amministratore delegato di Cellnex, che in un’intervista ha lasciato intendere come nei prossimi mesi serviranno investimenti aggiuntivi per allungare l’autonomia delle antenne. Il costo complessivo dell’operazione? Il ministro, prudentemente, non si è sbilanciato.
Bastano davvero quattro ore?
A questo punto la domanda sorge spontanea: quattro ore sono sufficienti? Se guardiamo al blackout del 2025, che secondo le ricostruzioni durò intorno alle sedici ore prima del pieno ripristino, la risposta onesta è “no, non bastano a coprire l’intera durata di un evento estremo”. È una critica che è circolata parecchio, e a ragione. Ma è anche una lettura un po’ ingenerosa, perché le quattro ore non sono pensate per sostituire la rete elettrica: sono un cuscinetto, una finestra di sopravvivenza. Quattro ore in cui puoi fare una telefonata, contattare i soccorsi, avvisare la famiglia, ricevere un’allerta della protezione civile, capire cosa sta succedendo intorno a te. In un’emergenza, la differenza tra zero e quattro ore di rete è semplicemente abissale, e nel frattempo si guadagna tempo prezioso per portare in campo i generatori. Vale la pena ricordare, peraltro, che quel blackout fu causato da un insieme di fattori tra cui un’improvvisa sovratensione sulla rete: non un capriccio passeggero, ma il tipo di evento sistemico che è lecito aspettarsi torni a presentarsi.
E l’Italia? Il precedente spagnolo da tenere d’occhio
E noi? L’Italia, sotto questo profilo, si affida per ora alla cornice generale della direttiva NIS2, senza un obbligo specifico di autonomia della rete mobile durante i blackout. Il che rende il caso spagnolo un precedente regolatorio da seguire con grande attenzione, perché la Spagna si conferma uno dei Paesi europei più disposti a muoversi in fretta sulle telecomunicazioni: lo sta facendo anche sullo spegnimento delle vecchie reti 2G e 3G, un altro fronte caldissimo che tocca tutto il continente. Madrid sta insomma scrivendo, un decreto alla volta, un piccolo manuale di resilienza che prima o poi finirà sotto gli occhi di Bruxelles e, presumibilmente, anche di Roma. Non sarebbe la prima volta che un’idea spagnola in materia di reti ed energia fa scuola nel resto d’Europa.

Il punto di TLCworld
Il nostro pensiero, da queste parti, è che la mossa spagnola sia tanto pragmatica quanto sacrosanta. Per anni la resilienza delle reti è rimasta un concetto vago, un bel principio scritto nelle direttive ma privo di numeri a cui aggrapparsi. Trasformare “la rete deve essere resiliente” in “la rete deve reggere quattro ore per il 75% della popolazione” è esattamente il salto che serviva: un obiettivo misurabile, verificabile e perfino contrattualizzabile. Certo, il diavolo si nasconderà nell’attuazione — nei controlli, nelle sanzioni, nella tentazione di limitarsi al minimo sindacale — e quattro ore restano un pavimento, non un soffitto. C’è poi un dettaglio che nessun decreto può risolvere: se la tua rete regge ma lo smartphone in tasca è al 5% di batteria, la copertura più solida del mondo serve a poco. La resilienza, alla fine, è anche una faccenda nostra, fatta di abitudini e di power bank tenuti carichi. Ma che qualcuno abbia finalmente messo nero su bianco quanto a lungo deve resistere il segnale quando tutto il resto si spegne, beh, è una di quelle notizie che fa piacere raccontare. Perché dietro un’antenna che resta accesa, in fondo, c’è sempre qualcuno che riesce a dire “sto bene, non vi preoccupate”.