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Rete Mobile

Basta antenne fotocopia: VNPT e MobiFone firmano la condivisione nazionale delle reti 4G e 5G in Vietnam

redazione
Ultimo aggiornamento: 24/07/2026
redazione
12 Minuti di lettura
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Torre di telecomunicazioni con antenne 4G e 5G condivise tra VNPT e MobiFone sopra le risaie del Vietnam

C’è un momento, nella vita di ogni mercato mobile, in cui costruire l’ennesima antenna smette di avere senso. Il Vietnam sembra averlo raggiunto ufficialmente il 10 luglio 2026, quando VNPT e MobiFone — il secondo e il terzo operatore del Paese — hanno firmato un memorandum d’intesa per condividere le infrastrutture 4G e 5G su scala nazionale. Non un accordo locale, non un esperimento su qualche provincia rurale: una cornice che copre l’intero territorio e che, nelle intenzioni del governo di Hanoi, dovrebbe cambiare il modo stesso in cui gli operatori vietnamiti competono tra loro.

Contents
Tre operatori di Stato, migliaia di antenne fotocopiaCosa prevede l’accordo (e cosa c’è dietro)Il 5G vietnamita corre (ma i conti vanno fatti bene)Una terza via tra la rete unica e la giunglaIl nostro commento

La notizia, riportata da Vietnam News, arriva al termine di mesi in cui il regolatore ha spinto con insistenza crescente in questa direzione. E per capire perché un accordo del genere sia più interessante di quanto sembri a prima vista, vale la pena fare un passo indietro e guardare com’è fatto oggi il mercato mobile vietnamita.

Tre operatori di Stato, migliaia di antenne fotocopia

Il Vietnam è uno dei pochi grandi mercati al mondo in cui tutti e tre i principali operatori mobili sono di proprietà statale. Viettel, controllata dal Ministero della Difesa, domina con circa il 56% degli abbonati mobili; VNPT, con il marchio VinaPhone, segue attorno al 23%; MobiFone chiude il podio con circa il 18%. Una struttura di mercato che sulla carta dovrebbe favorire il coordinamento, e che invece per vent’anni ha prodotto l’esatto contrario: una corsa alla copertura in cui ciascun operatore ha costruito la propria rete di stazioni radio base, i propri sistemi di trasmissione, i propri tralicci.

Il risultato è sotto gli occhi di chiunque passeggi per Hanoi o Ho Chi Minh City: nelle grandi città è normale trovare tre o quattro stazioni radio base di operatori diversi nello stesso isolato, ciascuna con la sua antenna, il suo shelter, il suo generatore. Secondo le stime riportate dalla stampa locale, la spesa complessiva del settore per queste infrastrutture duplicate ammonta a miliardi di dollari, senza contare l’impatto urbanistico di una selva di tralicci che le amministrazioni locali faticano a governare.

Finché si parlava di 3G e 4G, il modello — per quanto inefficiente — reggeva. Con il 5G i conti smettono di tornare. Le frequenze più alte usate dalla quinta generazione coprono aree sensibilmente più piccole rispetto a quelle di 4G e 3G: per ottenere una copertura paragonabile, il numero di stazioni base necessarie può crescere di tre-cinque volte. Moltiplicate quel fattore per tre reti parallele e avrete la ricetta perfetta per un disastro finanziario, o quantomeno per un 5G che arriva tardi e costa caro agli utenti finali.

Cosa prevede l’accordo (e cosa c’è dietro)

Il memorandum firmato da VNPT e MobiFone prevede la condivisione delle infrastrutture 4G e 5G su tutto il territorio nazionale. L’obiettivo dichiarato è permettere a entrambi gli operatori di ampliare la copertura senza aumentare in proporzione il numero di nuovi siti, ottimizzando sia gli investimenti (CAPEX) sia i costi operativi (OPEX). Il CEO di VNPT, Huỳnh Quang Liêm, ha inquadrato l’intesa nel solco delle tendenze globali del settore: ottimizzare le risorse, ridurre gli investimenti ridondanti, rafforzare la competitività e contribuire alla trasformazione digitale nazionale. Gli ha fatto eco Trần Đức Thành, amministratore delegato facente funzione di MobiFone, che ha parlato di maggiore efficienza negli investimenti di rete, di ammodernamento delle infrastrutture e di sviluppo sostenibile.

Dietro le dichiarazioni di rito, però, c’è una regia piuttosto esplicita: quella del Ministero della Scienza e della Tecnologia, che da mesi chiede agli operatori di smetterla di competere sulle antenne. Il ministro Nguyễn Mạnh Hùng — che del settore telecom è un veterano, avendo guidato Viettel per anni — è stato tutt’altro che diplomatico in un recente incontro con il settore, riportato da VietnamNet: gli operatori, ha detto, hanno gareggiato per vent’anni su chi avesse più copertura e più stazioni base; ora è il momento di passare dalla competizione infrastrutturale alla condivisione, e i grandi — VNPT e Viettel — devono condividere con i più piccoli, MobiFone in testa.

Non si tratta solo di moral suasion. Il decreto 163 vietnamita configura la condivisione delle infrastrutture come un obbligo di legge, da attuare tramite contratti che tutelino le parti, e il Dipartimento delle Telecomunicazioni si è impegnato a fare da intermediario tra i tre big per accelerare gli accordi. Il piano è articolato: le amministrazioni locali dovranno individuare nelle proprie pianificazioni urbanistiche le aree, le strade e le zone pubbliche in cui tralicci e stazioni base dovranno essere condivisi; la condivisione attiva — quella che riguarda anche gli apparati radio, non solo i siti fisici — è prevista in particolare per l’espansione nelle aree remote e meno servite; e in caso di emergenze come disastri naturali, gli operatori dovranno sostenersi a vicenda con roaming e infrastrutture comuni.

C’è anche un tassello ulteriore, che agli osservatori europei suonerà familiare: il ministero vuole che i grandi operatori vendano capacità agli operatori virtuali, per far nascere un ecosistema MVNO più vivace. In un mercato dove la concorrenza sui prezzi è storicamente debole — proprio perché tutti gli attori principali rispondono allo stesso azionista pubblico — l’ingresso di operatori virtuali aggressivi potrebbe essere l’unico vero pungolo competitivo.

Il 5G vietnamita corre (ma i conti vanno fatti bene)

Tutto questo avviene in un mercato 5G che cresce a ritmi notevoli. A inizio 2026 il Vietnam contava circa 40.000 stazioni base 5G attive e circa 23 milioni di abbonati alla quinta generazione, numeri che ne fanno uno dei mercati 5G più dinamici del Sud-est asiatico. L’obiettivo dichiarato dal governo è coprire il 99% della popolazione entro il 2030.

Ma la distribuzione degli sforzi è tutt’altro che uniforme. Viettel, forte della sua stazza, ha superato le 30.000 stazioni 5G a fine 2025 e conta di aggiungerne circa 20.000 nel 2026, puntando al 98% di copertura della popolazione. VNPT sta espandendo la propria rete in banda C e ha iniziato a sfruttare le frequenze a 700 MHz ottenute in licenza, con un obiettivo di 16.000 stazioni per coprire il 50-60% della popolazione. MobiFone, che dal febbraio 2025 è passata sotto il controllo del Ministero della Pubblica Sicurezza, concentra invece il suo 5G su città, aree urbane e parchi industriali. È evidente che, in questo quadro, l’accordo con VNPT è per MobiFone una boccata d’ossigeno: le permette di offrire copertura dove da sola non arriverebbe mai, e di destinare i propri investimenti dove rendono di più.

Per VNPT il calcolo è speculare: dividere i costi dell’espansione con un partner significa avvicinarsi ai numeri di Viettel senza dissanguarsi. E per il regolatore, che di fatto ha orchestrato l’intesa, il messaggio è chiaro: meglio due reti solide e complementari che tre reti zoppe che si pestano i piedi.

Una terza via tra la rete unica e la giungla

Il caso vietnamita è interessante anche per quello che non è. Non è una rete unica all’ingrosso in stile malese: la Malaysia ci ha provato con DNB e il suo modello single wholesale network, salvo poi fare marcia indietro e aprire a una seconda rete 5G affidata a U Mobile, riconoscendo che il monopolio infrastrutturale, per quanto elegante sulla carta, soffoca gli incentivi a investire. E non è nemmeno il laissez-faire all’europea, dove la condivisione nasce da accordi commerciali tra privati: da noi funziona così, come dimostra l’accordo di RAN sharing tra TIM e Fastweb+Vodafone in Italia, figlio di logiche industriali e non di decreti.

Il Vietnam sceglie una terza via: reti multiple e concorrenti, ma con la condivisione infrastrutturale imposta (o quantomeno fortemente indirizzata) dallo Stato come obbligo sistemico. È un approccio che solo un mercato interamente statale può permettersi, e che altrove solleverebbe legittime domande antitrust. Ma tocca un nervo scoperto che riguarda tutti, Europa compresa: quanto ha senso, nell’era del 5G e presto del 6G, che ogni operatore costruisca la propria rete fotocopia? È la stessa domanda che attraversa il dibattito sul consolidamento mobile europeo riaperto dal report GSMA: là si parla di fusioni, qui di condivisione, ma il problema di fondo è identico — l’economia delle reti mobili non regge più la moltiplicazione degli investimenti paralleli.

C’è naturalmente un rovescio della medaglia, e la stessa stampa vietnamita non lo nasconde: quando la copertura diventa un bene condiviso, smette di essere un elemento di differenziazione. Gli operatori dovranno competere su qualità del servizio, affidabilità della connessione, esperienza del cliente e servizi digitali — dal mobile money alle piattaforme per le imprese, fino agli assistenti virtuali basati su intelligenza artificiale. Per l’utente finale è una prospettiva tutt’altro che sgradevole; per gli operatori, abituati a vendere “più tacche”, è una piccola rivoluzione culturale.

Il nostro commento

Da parte nostra, l’accordo VNPT-MobiFone ci sembra una di quelle notizie che diventano importanti col senno di poi. Non c’è un’inaugurazione con nastro tagliato, non c’è un record di velocità da sbandierare: c’è una firma su un memorandum che, se attuato sul serio, ridisegnerà la geografia delle antenne di un Paese da cento milioni di abitanti. Il condizionale è d’obbligo, perché i memorandum d’intesa sono per definizione promesse, e la storia delle telecomunicazioni è piena di accordi di condivisione annunciati in pompa magna e attuati col contagocce. Ma la combinazione di pressione regolatoria, obbligo normativo e convenienza economica lascia pensare che stavolta le condizioni ci siano tutte. E se il modello funziona, non ci stupiremmo di vedere altri mercati emergenti — dove il 5G rischia di restare un lusso urbano — guardare a Hanoi con interesse. La lezione, in fondo, è semplice: le antenne doppie non le paga l’operatore, le paga sempre il cliente.

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