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Rete Mobile

La vendetta dell’antenna passiva: una sfera di vetroresina sfida il Massive MIMO di Ericsson e Nokia

redazione
Ultimo aggiornamento: 27/08/2026
redazione
7 Minuti di lettura
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Antenne passive multibeam a lente sferica bianca montate tra le travi del tetto di uno stadio, con campo e spalti illuminati sotto

Contents
Attive contro passive, elettronica contro fisicaLa lente che non deforma i fasciPerché i grandi fornitori non ne parlanoIl commento della redazione

Chi alza lo sguardo verso il tetto dell’AT&T Stadium di Dallas, la casa dei Cowboys, nota delle grandi sfere bianche incastonate tra le travi d’acciaio, come palloni finiti lassù per sbaglio. Sono antenne. Le costruisce MatSing, un’azienda californiana, e servono a inondare di 5G decine di migliaia di spettatori con lo smartphone in mano. Fin qui, una curiosità da stadio. Il punto interessante, raccontato in una lunga analisi di Light Reading, è un altro: quelle sfere sono antenne passive, la tecnologia che il settore dava per superata, e stanno cominciando a insidiare la scommessa più costosa di Ericsson e Nokia, il Massive MIMO.

Attive contro passive, elettronica contro fisica

Per capire la sfida bisogna ricordare come funzionano le due famiglie. Le antenne Massive MIMO sono attive: dentro il pannello piatto che vediamo appeso alle BTS ci sono decine di moduli di trasmissione e ricezione — le configurazioni tipiche sono 32T32R e 64T64R, e per il 6G si parla già di 256T256R — che generano digitalmente tanti fasci di segnale, capaci di seguire i singoli utenti mentre si muovono. È la tecnologia di punta del 5G, quella che proprio ieri raccontavamo scendere anche sulle frequenze del 4G. Ma ha due difetti che nessuno nasconde più: costa parecchio e divora energia.

Le antenne passive, invece, non hanno amplificatori né elettronica da alimentare: sono, in sostanza, oggetti di pura fisica delle onde radio. Il loro limite storico era la rigidità: un solo fascio, sagomato una volta per tutte. «In origine, con un’antenna passiva, avevi un fascio solo», spiega a Light Reading Earl Lum, fondatore della società di analisi EJL Wireless Research. «Ma adesso stanno arrivando le antenne multibeam». Il trucco che ha cambiato la partita è la lente: le sfere di MatSing sono lenti di Luneburg, un progetto concepito negli anni Quaranta dal matematico tedesco Rudolf Luneberg, che concentra il segnale come una lente d’ingrandimento concentra la luce.

La lente che non deforma i fasci

Su questa strada si è messa anche Amphenol, il colosso della componentistica che a luglio 2024 ha annunciato l’acquisizione, per 2,1 miliardi di dollari, del ramo antenne di CommScope — il vecchio marchio Andrew, un nome che chi armeggia con le BTS conosce da decenni. Il suo direttore generale per le antenne, Minya Gavrilovic, spiega che l’approccio tradizionale al multibeam passivo, la matrice di Butler, ha un difetto fisico: quando il fascio viene orientato di lato si deforma, perde guadagno e genera interferenza. La novità è la metalente: «Posso puntare il fascio in qualunque punto della lente senza quella degradazione», racconta Gavrilovic. «È una struttura simmetrica, il guadagno non cala». Fasci così puliti che Amphenol ha registrato il marchio CleanBeam, con design cilindrici brevettati e, come primo mercato, proprio gli stadi.

Perché i grandi fornitori non ne parlano

La domanda sorge spontanea: se le antenne passive multibeam sono così valide, perché Ericsson e Nokia non le propongono? Una risposta la offre Lum, ed è di natura commerciale: i grandi fornitori guadagnano molto di più vendendo Massive MIMO, mentre le radio 4T4R — le uniche che servono a un’antenna multibeam passiva — sono ormai merce a basso margine. Nokia, peraltro, un’unità di antenne passive non ce l’ha proprio: su questo fronte è storicamente cliente di Amphenol, non concorrente. Ericsson invece le antenne le fa eccome, avendo comprato la tedesca Kathrein nel 2019, ma non risultano prodotti paragonabili a CleanBeam o alle sfere MatSing.

Nel frattempo qualche riscontro sul campo comincia ad arrivare. Amphenol sostiene di aver vinto un contratto in America Latina dopo che l’operatore aveva provato un Massive MIMO 64T64R di fascia alta: i pannelli passivi a quattro fasci sui 3,5 GHz hanno eguagliato il throughput usando molti meno blocchi di risorsa radio, e la rete è passata al multibeam su scala macro. E Lum vede indizi che Verizon abbia già sostituito alcuni Massive MIMO di Ericsson con antenne MatSing. La sua posizione è netta: fuori dalle aree più dense, il Massive MIMO è semplicemente troppo caro, soprattutto con i costi dell’energia in salita. Gavrilovic usa un’immagine efficace: una rete carica di antenne attive è come una persona costretta a tenere le braccia alzate — più passa il tempo, più trema.

Il commento della redazione

C’è un che di poetico in una tecnologia degli anni Quaranta, senza un transistor a bordo, che tiene testa a pannelli imbottiti di elettronica al centro delle presentazioni sul 6G — le stesse in cui i big si dividono già sulle GPU. Ma la lezione vera non è la nostalgia: è che il Massive MIMO paga il suo punto debole proprio dove serve di più. Con migliaia di utenti connessi nello stesso istante, distribuire fasci digitali su tutto il settore consuma risorse a dismisura; non a caso gli stadi americani preferiscono le sfere, e non a caso ai grandi festival europei gli operatori sudano sette camicie per reggere la folla. La lente, che di fasci ne tiene tanti e tutti uguali senza consumare un watt in più, in quegli scenari gioca in casa.

Attenzione però a non farne una guerra di religione: la capacità del Massive MIMO di inseguire gli utenti resta, per ammissione dello stesso Gavrilovic, «inarguibile», e i dati indipendenti che confrontano le due tecnologie sul campo sono ancora pochi. La lettura più onesta è un’altra: dopo anni in cui la risposta a ogni problema di capacità era «più elettronica», il conto della corrente sta riportando in gioco la fisica ben fatta. Se persino un’antenna di vetroresina a forma di pallone riesce a mettere in discussione il prodotto di punta dei giganti della rete, il messaggio per il 6G è chiaro: la prossima generazione non si giocherà solo su quanti trasmettitori si riescono a stipare in un pannello, ma su quanti watt — e quanti soldi — quel pannello chiederà in cambio.

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