
Quando ne avevamo scritto dieci giorni fa, l’appuntamento era fissato “tra il 24 e il 28 agosto”. Promessa mantenuta: l’avviso di gara per la banda 26 GHz bassa è stato pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale n. 98 del 26 agosto, Quinta Serie Speciale, e con lui sono arrivati sul sito del Ministero delle Imprese e del Made in Italy il disciplinare e gli allegati tecnici. La macchina prevista dalla delibera AGCOM 232/25/CONS dello scorso ottobre si è messa ufficialmente in moto, con la Fondazione Ugo Bordoni nel ruolo di supporto tecnico al Ministero. Per le onde millimetriche italiane è il giorno del via.
Ricapitoliamo di cosa parliamo. In palio ci sono i diritti d’uso delle frequenze tra 24,25 e 26,5 GHz, la porzione “bassa” della banda 26: spettro a onde millimetriche, quello dove i canali si misurano in centinaia di megahertz e la capacità abbonda, ma la copertura si conta in centinaia di metri. Il disciplinare conferma l’impianto che AGCOM aveva disegnato: cinque lotti nazionali, denominati da L3 a L7, ciascuno da 200 MHz nominali, e accanto a loro la vera novità di questa gara, 42 lotti territoriali. Sono due blocchi da 200 MHz per ciascuna delle diciannove regioni più le province autonome di Trento e Bolzano: per la prima volta in Italia lo spettro per le reti pubbliche si potrà comprare anche a pezzi, una regione alla volta. Non tutta la banda è disponibile, peraltro: due intervalli, 25,109-25,445 e 26,117-26,5 GHz, restano oggi in uso al Ministero della Difesa, e i vecchi diritti d’uso Wireless Local Loop ancora attivi nella banda scadranno al più tardi il 31 dicembre 2026, liberando definitivamente il campo.
Il calendario è stretto. Le domande di partecipazione si presentano esclusivamente via PEC in una finestra di tre giorni, dalle 9 del 23 settembre alle 23:59 del 25 settembre; l’ammissione o l’esclusione verrà comunicata entro i dieci giorni successivi, e i soggetti ammessi presenteranno le offerte iniziali tra il 2 e il 4 novembre. Se tutto fila liscio, entro fine anno sapremo chi si è portato a casa cosa.
Poi ci sono i prezzi, ed è qui che la banda 26 racconta la sua storia. Ogni lotto nazionale da 200 MHz parte da un minimo di 25,7 milioni di euro: tutti e cinque insieme fanno meno di 130 milioni. I lotti territoriali costano in proporzione alla popolazione coperta: si va dai 4,4 milioni della Lombardia e dai 2,5 del Lazio fino ai 115 mila euro del Molise e ai 49 mila euro della Valle d’Aosta. Avete letto bene: duecento megahertz di spettro licenziato, in una regione italiana, al prezzo di un’utilitaria ben accessoriata. Per capire quanto siamo lontani dai fasti delle aste storiche basta il confronto ricordato dagli analisti di Intermonte: nell’asta 5G del 2018 la porzione alta della stessa banda 26, mille megahertz, fruttò circa 164 milioni su un totale di 6,5 miliardi — le battaglie miliardarie si combatterono tutte sui 3,7 GHz e sul 700 MHz.
Non è un mistero il perché. Le onde millimetriche sono il contrario dello spettro pregiato di banda bassa: portano una capacità enorme ma non attraversano i muri, soffrono la pioggia e il fogliame, e ogni cella copre poche centinaia di metri. Sono frequenze che non “coprono” un territorio: lo puntellano, dove serve, con piccole celle fitte. Per dare la misura, i canali 5G sui 3,5 GHz che misuriamo ogni giorno nelle nostre prove sul campo sono larghi al massimo 80 MHz: qui ogni singolo lotto ne mette sul tavolo 200, e un operatore potrebbe accumularne diversi. È lo spettro perfetto per gli hotspot ad altissima densità — stadi, stazioni, aeroporti — e soprattutto per il Fixed Wireless Access, dove un’antenna fissa sul tetto e una linea di vista verso la stazione base trasformano quei canali larghissimi in una connessione domestica da centinaia di megabit. Non a caso a Tokyo, come abbiamo raccontato, Docomo ha iniziato a nascondere le antenne millimetriche nei vetri dei palazzi: è una tecnologia che vive di prossimità e discrezione, non di tralicci in cima alle colline.
Ed è proprio la geografia dei lotti a dire dove il Ministero pensa che questa banda troverà casa. I cinque blocchi nazionali guardano agli operatori mobili — Intermonte si aspetta che TIM, Fastweb+Vodafone, WindTre e Iliad si concentrino lì — mentre i 42 lotti regionali sembrano cuciti addosso agli operatori FWA: la stessa analisi cita Eolo e OpNet, la società del gruppo WindTre che opera sul wireless fisso. Un operatore radicato in due o tre regioni potrà comprarsi 200 MHz solo dove ha la rete, spendendo cifre alla portata di un’azienda media, invece di pagare per una licenza nazionale che non userebbe mai per intero. Sulla carta è la fine di uno dei paradossi storici dello spettro italiano: licenze nazionali per business che nazionali non sono mai stati.
Il commento della redazione è di prudente ottimismo, con un asterisco. La struttura della gara è intelligente: prezzi d’ingresso bassi, lotti su misura, regole scritte dopo una consultazione in cui il mercato aveva chiesto proprio certezze di lungo periodo. Ma lo spettro, da solo, non ha mai acceso una rete. La porzione alta della banda 26 è assegnata dal 2018 e in questi otto anni le onde millimetriche in Italia sono rimaste ai margini, mentre la partita vera della capacità si giocava — e si gioca ancora — sui 3,5 GHz, come misuriamo ogni volta che leggiamo il modem dei router e dei telefoni sul campo. Perché stavolta vada diversamente serviranno i CPE giusti a prezzi civili, piccole celle installate davvero e operatori FWA con la forza di investire. La gara di novembre dirà chi ci crede; i tetti delle case, nei prossimi due o tre anni, diranno chi aveva ragione.