
Due settimane fa aveva parlato di fisica. Ieri Peter Osvaldik, direttore finanziario uscente di T-Mobile, ha parlato di strategia, ed è stato ancora meno gentile. Dal palco della Global TMT Conference di Citi, riferisce Light Reading, ha liquidato l’idea che Starlink possa diventare un concorrente serio della sua rete 5G con una frase che nel settore gira già da ore: “Immaginate se noi, come management, nel giro di due mesi cambiassimo una dozzina di volte la strategia su come costruire una rete mobile. Ci ridereste in faccia e mi caccereste dal consiglio, giustamente”. Il bersaglio è la sequenza di piani con cui SpaceX, dopo la maxi quotazione in Borsa di quest’anno, ha raccontato agli investitori come intende sfidare AT&T, Verizon e la stessa T-Mobile. La conclusione di Osvaldik non lascia spazio a interpretazioni: “Dal punto di vista del mobile, non è affatto una minaccia competitiva”.
Quattro piani, quattro muri
Il ragionamento, così come lo riporta Light Reading, passa in rassegna le ipotesi una per una. La prima è quella originaria: il satellite in orbita bassa che sostituisce la rete terrestre parlando direttamente con il telefono. Qui torna la fisica di cui Osvaldik aveva già parlato alla conferenza Evercore di fine agosto, e che avevamo raccontato: un segnale che parte da 350 chilometri arriva a terra troppo debole per entrare negli edifici. “La fisica semplicemente non permette al direct-to-cell di essere un prodotto sostitutivo. Non passa attraverso gli edifici, i muri. Non passa nemmeno attraverso il parabrezza di una Tesla”, ha detto, con una battuta che nel contesto suona come un messaggio a un indirizzo preciso.
La seconda ipotesi è che Starlink si faccia operatore virtuale, appoggiandosi alla rete di uno dei tre grandi. Su questo, dice il CFO, SpaceX ha trovato un muro compatto: AT&T, T-Mobile e Verizon non sono disponibili a un accordo da MVNO, e sono altrettanto ferme nell’escludere una via d’ingresso dal retro, cioè l’acquisto di un operatore virtuale già esistente, per ragioni regolatorie. La terza è costruirsi la rete da soli, ma secondo Osvaldik SpaceX non ha “un percorso verso il giusto livello di spettro”. E poi c’è la quarta, la più recente e quella su cui il CFO è stato più caustico: le femtocelle.
Il piano delle femtocelle e il numero che lo affonda
Il piano è quello presentato da SpaceX nella sua prima conference call sui risultati da società quotata, il 4 agosto, che The Mobile Network ha ricostruito in dettaglio. L’idea è usare lo spettro comprato da EchoStar, la cui saga seguiamo da mesi, per una rete ibrida: i satelliti sopra, e sotto una miriade di piccole stazioni radio agganciate alle parabole Starlink già installate su case e aziende, con il satellite che fa da backhaul. Elon Musk l’aveva descritta così: “Invece di dover installare queste stazioni radio base grandi, molto costose e difficili da collocare, siamo ragionevolmente fiduciosi di poter installare un gran numero di piccole stazioni, in sostanza parabole Starlink che offrono anche connettività nelle bande mobili, dappertutto”. Gwynne Shotwell aveva aggiunto di aspettarsi di “acquisire parecchi dei loro clienti, perché il nostro servizio sarà migliore”.
La risposta di Osvaldik è un numero: secondo le stime di T-Mobile servirebbero “oltre un miliardo di femtocelle per avere una copertura esterna equivalente, con tutti i problemi di interferenza e di backhaul” che ne deriverebbero. È un piano, ha detto, “di cui tutti quelli che se ne intendono stanno ridendo, e che ha tradito il fatto che lì non c’è una strategia”. The Mobile Network, in un’analisi meno sarcastica ma convergente, metteva il dito sulla stessa piaga: una rete di piccole celle costruita sulle parabole dei clienti mette la copertura dove stanno le parabole, non dove serve, cioè nei centri urbani affollati, negli snodi di trasporto e nei grandi spazi interni. Per arrivare lì SpaceX dovrebbe negoziare tetti, edifici e arredo urbano come qualunque altro operatore.
Verizon fa eco, e il satellite resta un complemento
Nelle stesse ore, alla conferenza Communacopia di Goldman Sachs, il CEO di Verizon Dan Schulman ha detto una cosa simile con un tono diverso: “Non abbiamo visto alcun impatto misurabile sulla crescita della nostra banda larga da nessun fornitore satellitare in orbita bassa, Starlink compresa. Più mi addentro nella fisica del satellite, più mi convinco che, sia per la banda larga a casa sia per il direct-to-device, il satellite è un servizio complementare nel medio-lungo periodo, non un concorrente diretto. Semplicemente non possono competere senza una rete terrestre nelle aree urbane e suburbane”.
Sulla banda larga fissa Osvaldik è stato più sfumato: Starlink, ha riconosciuto, non ha gli stessi problemi del direct-to-cell perché usa “risorse spettrali diverse e antenne esterne alimentate”, e continuerà ad avere successo “dal profondo rurale verso la frangia suburbana”, mentre T-Mobile attacca “dall’urbano verso i sobborghi medi e densi”. Due segmenti diversi dello stesso mercato, insomma. Intanto la partnership esclusiva tra T-Mobile e Starlink per il servizio satellitare sui telefoni resta in piedi almeno fino a fine anno, con un uso che, secondo i dati riportati da Light Reading, vale lo 0,0002 per cento del traffico della rete. E i tre grandi operatori americani stanno lavorando alla joint venture annunciata a maggio per mettere in comune spettro e offrire ai fornitori satellitari un’unica piattaforma: un modo, osserva la testata, per tenere il rapporto con lo spazio su un piano wholesale e chiudere la porta alla concorrenza diretta.
Il commento della redazione
C’è una lettura facile di questa storia, ed è quella del titolare che difende il proprio orto. Osvaldik vende un servizio satellitare che compra proprio da Starlink, e ha tutto l’interesse a ridimensionare chi domani potrebbe passargli davanti. Va tenuto presente. Ma i suoi argomenti sono verificabili, e da lettori di reti li troviamo solidi: la propagazione da 350 chilometri, la capacità per fascio, il fatto che una rete di femtocelle senza siti scelti dall’operatore copra i giardini dei clienti e non le stazioni ferroviarie. Sono le stesse cose che misuriamo noi dal modem quando un segnale che all’aperto sembra ottimo si spegne dietro un vetro basso emissivo.
La parte più interessante, però, è il contrasto con l’Europa. Qui, come abbiamo raccontato martedì, quattro grandi operatori discutono un consorzio per tenersi lo spettro satellitare dei 2 GHz e non dipendere da Starlink; negli Stati Uniti i tre grandi rispondono con una joint venture e con una risata. Sono due modi di dire la stessa cosa: chi possiede la rete terrestre non ha nessuna intenzione di cedere il volante a chi possiede solo il cielo. La domanda che resta aperta è se SpaceX, con i miliardi della quotazione e 65 megahertz di spettro in mano, decida di fare quello che Osvaldik dice che non può fare, cioè comprarsi tetti e siti come un operatore qualunque. A quel punto la risata finirebbe, e comincerebbe una gara normale. Che è esattamente il tipo di gara che i tre grandi non vogliono.