
C’è una Vodafone nuova nei numeri presentati oggi a Londra, e somiglia sempre meno a quella che gli italiani hanno conosciuto per trent’anni. Il primo trimestre dell’anno fiscale 2027 — da aprile a giugno 2026 — si chiude con ricavi per 10,3 miliardi di euro, in crescita del 9,7% sull’anno precedente, e con una promessa che la ceo Margherita Della Valle mette nero su bianco nel trading update: la guidance per l’intero anno sale, e il gruppo conta di chiudere nella parte alta della nuova forchetta. «Un buon inizio d’anno», lo definisce la manager italiana, parlando di una «crescita diffusa» in tutti i segmenti. Dietro la formula da comunicato, però, c’è una trasformazione che merita di essere raccontata: la Vodafone che ha venduto l’Italia a Swisscom e la Spagna a Zegona sta diventando un gruppo più snello in Europa e molto più pesante in Africa. Ed è una traiettoria tutt’altro che casuale: è il progetto che Della Valle porta avanti dal 2023, quando prese in mano un gruppo in crisi d’identità promettendo meno bandierine sulla mappa e più disciplina nei conti.
I numeri del trimestre: crescono tutti, ma non allo stesso modo
Partiamo dai ricavi da servizi, la metrica che gli operatori guardano per prima: 8,6 miliardi di euro, in aumento del 9,8% su base annua. Un balzo che va però letto con le lenti giuste, perché una parte consistente arriva dal perimetro e non dal mercato: al netto di acquisizioni e cambi, la crescita organica si ferma a un più sobrio 5,2%. La differenza la fa soprattutto il Regno Unito, dove i ricavi da servizi segnano un roboante +20,8% grazie al primo trimestre pieno con Three consolidata, mentre la crescita organica britannica è di appena lo 0,6%. È l’effetto ottico delle fusioni: i ricavi si sommano, il mercato sottostante resta quello di prima — e chi vuole capire quanto lavoro resti da fare sulla rete unificata può rileggere la nostra analisi sul primo anno di VodafoneThree, con il 5G britannico ancora in fondo alle classifiche europee.
La notizia forse più attesa arriva dalla Germania, primo mercato del gruppo e sua grande spina nel fianco degli ultimi anni: i ricavi da servizi tornano a crescere dell’1,2% organico, dopo un anno fiscale 2026 chiuso in sostanziale parità. Non è ancora una ripresa brillante, ma per un’operazione che aveva perso milioni di clienti TV con la riforma dei contratti condominiali è un’inversione di rotta vera. Bene anche il resto d’Europa (+1% organico), mentre la Turchia continua a correre con numeri gonfiati dall’inflazione (+30,2%) e l’Africa si conferma il motore strutturale del gruppo con un +12,6% organico.
La mossa Safaricom: l’Africa entra in pancia (e la guidance sale di un miliardo)
Il vero cambio di passo del trimestre, però, non sta nei ricavi: sta in un’operazione societaria chiusa il 30 giugno. Vodacom, la controllata sudafricana, ha completato l’acquisto di un ulteriore 20% effettivo di Safaricom, portando la quota del gruppo al 55%: dal 1° luglio il colosso keniota — che opera anche in Etiopia ed è la casa madre di M-Pesa, la piattaforma di mobile money più famosa del continente — viene consolidato integralmente nei conti di Vodafone. L’effetto contabile immediato è vistoso: la rivalutazione della quota già detenuta regala 2,9 miliardi di euro di plusvalenza, spingendo l’utile operativo del trimestre a 3,9 miliardi. Ma ridurre tutto alla partita contabile sarebbe ingeneroso: con questa mossa Vodafone si assicura il controllo pieno dell’asset più redditizio dell’Africa orientale, in un continente dove la penetrazione dei servizi digitali ha ancora anni di crescita a doppia cifra davanti.
L’effetto industriale è ancora più interessante. Con Safaricom dentro il perimetro per nove mesi, Vodafone alza la guidance sull’EBITDAaL rettificato dell’anno da 11,9-12,2 a 13,0-13,3 miliardi di euro — 1,1 miliardi del ritocco arrivano proprio dal Kenya e dall’Etiopia — mentre il flusso di cassa libero atteso resta tra 2,6 e 2,9 miliardi, perché quest’anno il consolidamento non porta cassa aggiuntiva. E il gruppo si sbilancia: l’obiettivo dichiarato è chiudere nella parte alta di entrambe le forchette.
Tagli in Europa, crescita comprata altrove
C’è poi il lato meno luccicante del trimestre, quello che i comunicati chiamano «Simplicity»: oltre 1.200 posizioni di lavoro tagliate in tre mesi tra Europa e funzioni centrali, dentro un piano che punta a un miliardo di euro di riduzione netta dei costi operativi europei entro il 2030. I costi di ristrutturazione toccheranno quest’anno il picco di circa 700 milioni, di cui 400 legati all’integrazione con Three nel Regno Unito. È il prezzo della semplificazione, e ricorda da vicino quanto sta accadendo in casa dei fornitori: anche Nokia ha appena presentato conti in crescita accompagnati da tagli pesanti in Europa. Il continente che ha inventato il GSM continua a essere il posto dove le telco crescono poco e risparmiano molto — un tema che si intreccia con il conto da 40 miliardi stimato dalla GSMA per ripulire le reti europee dai fornitori cinesi.
Il commento della redazione
La nostra impressione è che questo trimestre fotografi meglio di qualsiasi presentazione strategica la Vodafone di Della Valle: un gruppo che ha smesso di voler essere ovunque in Europa e ha scelto due scommesse precise, la scala nel Regno Unito e la crescita strutturale in Africa. I numeri le danno ragione sul breve — guidance alzata, margini in miglioramento, Germania fuori dal tunnel — ma la distanza tra il +9,8% dei ricavi riportati e il +5,2% organico racconta che buona parte della crescita, oggi, è comprata con le acquisizioni, non conquistata sul mercato. La partita vera si giocherà proprio lì: trasformare la scala britannica in una rete finalmente all’altezza e la cassa africana in valore per gli azionisti, senza che l’Europa continentale resti solo il capitolo dei tagli. Vista dall’Italia, che di questa storia è stata protagonista fino a ieri e oggi è spettatrice, resta una piccola vertigine: la Vodafone che cresce è quella che ha scelto di non essere più qui.