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Rete Mobile

Le nozze non fanno la rete: a un anno dalla fusione VodafoneThree il Regno Unito ha ancora il peggior 5G d’Europa

redazione
Ultimo aggiornamento: 24/07/2026
redazione
9 Minuti di lettura
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Antenna 5G su un tetto con lo skyline di Londra sullo sfondo: il Regno Unito ha il peggior 5G d'Europa secondo Opensignal

C’era una volta la promessa di una nuova era. Era il 31 maggio 2025 quando Vodafone UK e Three UK completavano la fusione che avrebbe dovuto rivoltare come un calzino le reti mobili britanniche: un operatore unico da 27 milioni di clienti, un piano di investimenti da 11 miliardi di sterline e l’obiettivo dichiarato di costruire “la migliore rete del Regno Unito”. Dodici mesi dopo, i numeri raccontano una storia diversa: secondo l’ultima classifica di Opensignal, ripresa nei giorni scorsi da Light Reading, il Regno Unito resta ultimo in Europa per qualità dell’esperienza mobile. Ultimo su 29 Paesi. Come prima della fusione.

Contents
I numeri che fanno male: 80% contro il 93,1% della DanimarcaMa la fusione non doveva sistemare tutto?Un problema che va oltre VodafoneThreeVodafone prende il controllo totale: ora niente più alibiIl nostro commento

I numeri che fanno male: 80% contro il 93,1% della Danimarca

Partiamo dai dati, perché sono loro il cuore della notizia. Opensignal ha misurato la cosiddetta “Excellent Consistent Quality”, ovvero la percentuale di tempo in cui la rete offre prestazioni sufficienti a sostenere senza intoppi le applicazioni di tutti i giorni, dalle videochiamate allo streaming. Il Regno Unito si ferma all’80%, il valore più basso tra i 29 Paesi europei analizzati. In cima alla classifica c’è la Danimarca con il 93,1%: tradotto in esperienza quotidiana, significa che un utente danese incontra una rete “che funziona davvero” molto più spesso di un utente londinese.

Il divario si fa ancora più evidente guardando le velocità: la media in download nel Regno Unito è di 84 Mbit/s, contro i 226 Mbit/s della Danimarca. Quasi il triplo. E non parliamo di un Paese qualsiasi, ma della patria di quella Vodafone che per decenni è stata sinonimo di telefonia mobile a livello mondiale.

La fotografia di Opensignal non è nemmeno una sorpresa isolata. Già nel luglio 2025 la società di analisi MedUX aveva certificato, in un rapporto ripreso da Computer Weekly, che il 5G britannico era tra i peggiori d’Europa per velocità in download e upload, latenza e perdita di pacchetti, con una disponibilità 5G ferma al 34%. E ancora prima, nel 2024, la stessa MedUX aveva piazzato Londra all’ultimo posto tra 15 grandi città europee per qualità dell’esperienza 5G. Insomma: il problema viene da lontano, e la fusione non l’ha ancora scalfito.

Ma la fusione non doveva sistemare tutto?

È la domanda che si stanno facendo in molti oltremanica. Quando il matrimonio tra Vodafone e Three è stato approvato, l’argomento decisivo davanti all’autorità antitrust britannica era proprio questo: solo unendo le forze i due operatori avrebbero avuto la scala necessaria per investire seriamente nella rete. Ne è nato un impegno vincolante da 11 miliardi di sterline in dieci anni, con l’obiettivo di portare il 5G Standalone al 99% della popolazione entro il 2030 e fino al 99,95% entro il 2034. Un piano che ha già prodotto contratti miliardari con Ericsson e Nokia per la fornitura delle nuove infrastrutture.

Qualcosa, in effetti, si è mosso. VodafoneThree rivendica di aver eliminato 16.500 chilometri quadrati di “not-spot”, le zone morte senza copertura, grazie al roaming automatico tra le due reti che permette ai clienti dell’una di agganciarsi all’altra. I clienti Three e SMARTY hanno visto migliorare le velocità del 4G e, secondo l’azienda, circa il 71% della popolazione ha oggi accesso alle velocità 5G più alte del gruppo, frutto della condivisione dello spettro combinato.

Il punto è che integrare due reti mobili nazionali è un’operazione chirurgica che richiede anni, non mesi. Lo conferma un dettaglio rivelatore: ancora a gennaio 2026 Opensignal continuava a misurare le reti Vodafone e Three separatamente, perché le prestazioni reali sul territorio restavano troppo diverse per considerarle un’unica rete. Ci sono migliaia di siti duplicati da consolidare, frequenze da riorganizzare, sistemi da unificare. E nel frattempo, mentre si smonta e si rimonta, l’esperienza degli utenti può addirittura peggiorare prima di migliorare.

Un problema che va oltre VodafoneThree

Sarebbe però ingeneroso scaricare tutta la colpa sulla fusione. Il ritardo del 5G britannico ha radici strutturali che gli analisti citano da anni: regole urbanistiche che rallentano l’installazione di nuove antenne, la rimozione forzata degli apparati Huawei che ha costretto gli operatori a rifare pezzi di rete già costruiti, uno spettro in banda media usato in modo frammentato e una redditività del mercato mobile a lungo tra le più basse d’Europa. Quattro operatori che si facevano la guerra sui prezzi, con ricavi per utente ai minimi, non avevano semplicemente le risorse per costruire reti da primato.

È esattamente il ragionamento che la GSMA ha messo nero su bianco nel rapporto sul consolidamento di cui abbiamo parlato pochi giorni fa: meno operatori, più capacità di investimento. Il Regno Unito è il primo grande banco di prova europeo di questa teoria, ed è per questo che il resto del continente lo osserva con tanta attenzione. Se la scommessa VodafoneThree pagherà, i fautori del consolidamento avranno l’argomento definitivo. Se fallirà, l’avranno i suoi critici.

C’è poi il contesto europeo, che non brilla: sempre secondo Opensignal, nel primo trimestre del 2026 solo 11 reti in Europa avevano un dispiegamento diffuso di 5G Standalone, e la maggior parte del tempo di connessione degli utenti europei viaggia ancora sul 4G. Il continente che ha inventato il GSM arranca dietro Stati Uniti, Cina, Corea e Giappone anche sulla generazione di rete che avrebbe dovuto segnare il riscatto. Il caso britannico è la versione estrema di un malessere condiviso.

Vodafone prende il controllo totale: ora niente più alibi

Nel frattempo, dietro le quinte, l’assetto societario è cambiato. A maggio 2026 Vodafone ha annunciato l’acquisto del 49% di VodafoneThree ancora in mano a CK Hutchison per 4,3 miliardi di sterline, un’operazione raccontata anche dal Guardian che dovrebbe chiudersi entro fine anno, dopo il via libera delle autorità. A quel punto il gruppo guidato da Margherita Della Valle avrà il controllo pieno dell’operatore britannico: decisioni più rapide, nessun socio con cui mediare, ma anche nessuno con cui dividere le responsabilità se i risultati non arriveranno.

E qui la vicenda si intreccia con l’altra grande notizia della settimana: l’ingresso di Xavier Niel come primo azionista di Vodafone con il 16,2% rilevato da e&. Il fondatore di Iliad, che di reti e di prezzi aggressivi se ne intende, avrà tutto l’interesse a vedere il piano britannico produrre risultati misurabili, e in fretta. La pressione su Newbury, insomma, è destinata a salire da ogni direzione.

Il nostro commento

Qui in redazione la leggiamo così: bocciare la fusione dopo un anno sarebbe frettoloso, ma i dati di Opensignal sono un promemoria salutare contro la retorica delle “sinergie” che risolvono tutto per decreto. Le fusioni creano le condizioni per investire; non costruiscono le antenne al posto degli operatori. Il vero esame per VodafoneThree non è la classifica di oggi, che fotografa in gran parte l’eredità del passato, ma quella del 2027-2028, quando il consolidamento dei siti sarà completato e il 5G Standalone dovrà coprire davvero il Paese. Se allora il Regno Unito sarà ancora ultimo, non ci saranno più integrazioni in corso dietro cui nascondersi. Nel frattempo, il paradosso resta godibile: nella patria di Vodafone si naviga peggio che in qualsiasi altro angolo d’Europa. A volte i figli del calzolaio vanno davvero in giro con le scarpe rotte.

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