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Rete Mobile

La telefonata batte WhatsApp: a Manila Ookla misura la rivincita del VoLTE

redazione
Ultimo aggiornamento: 29/09/2026
redazione
8 Minuti di lettura
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Ragazza fa una chiamata VoLTE con lo smartphone in una strada di Manila con torre cellulare sullo sfondo

Contents
Un laboratorio a cielo aperto chiamato ManilaI numeri: qualità HD contro «sufficiente»Perché la rete dà ragione alla telefonataLa voce, il 3G che se ne va e l’AI che arrivaIl commento della redazione

C’è un gesto che davamo tutti per archiviato: aprire il tastierino del telefono e fare una chiamata «normale», di quelle che passano dalla rete dell’operatore e finiscono in bolletta. Da anni la voce viaggia soprattutto dentro le app — WhatsApp in testa — e la telefonata classica sembrava roba da call center e da genitori. Poi arriva uno studio come quello che Ookla ha pubblicato oggi, e la prospettiva si ribalta: messe alla prova nelle stesse condizioni, le chiamate VoLTE degli operatori suonano meglio, reggono meglio il segnale debole e si bloccano meno di quelle fatte con le app. Non di poco: in modo misurabile, sistematico, su tutte e tre le reti esaminate.

Un laboratorio a cielo aperto chiamato Manila

Il terreno di prova è la capitale delle Filippine, e la scelta non è casuale. Manila è un mercato mobile-first dove le app di messaggistica dominano la comunicazione quotidiana, servito da tre operatori — Smart Communications, Globe Telecom e DITO Telecommunity — e stretto da una scadenza che conosciamo bene: il regolatore ha messo in calendario lo spegnimento del 3G entro dicembre 2026, con il phase-out già avviato nei mesi scorsi sotto la spinta del ministero del digitale. Tradotto: la voce deve traslocare sul VoLTE, la telefonata trasportata sulla rete 4G, e capire quanto quel trasloco funzioni non è un esercizio accademico.

Ookla — la società di Speedtest, che di mestiere misura le reti — ha condotto quello che definisce un test controllato: stesse zone, stesse condizioni radio, chiamate native da una parte e chiamate via app dall’altra, sulle medesime reti. È il tipo di confronto che di solito manca, perché nella percezione comune la qualità di una chiamata dipende «dal telefono» o «dalla linea», e nessuno va a guardare cosa c’è sotto.

I numeri: qualità HD contro «sufficiente»

Sotto, invece, c’è parecchio. Sulla qualità dell’audio il divario è netto: le chiamate voce degli operatori hanno mantenuto punteggi MOS da «buono» (sopra 4,0) a «eccellente» (sopra 4,3) su tutte e tre le reti, ovvero qualità HD costante. Le chiamate via app si sono fermate a «discreto», sotto la soglia del 4,0. Curioso anche il distacco interno: Smart e DITO hanno fatto meglio di Globe perché usano il codec EVS, l’evoluzione più recente della voce ad alta definizione, mentre Globe è ancora sull’AMR-WB della generazione precedente. Anche dentro il mondo VoLTE, insomma, il codec fa la differenza.

Il vero strappo però arriva ai margini della cella, dove il segnale langue. In condizioni di copertura medio-bassa — potenza ricevuta sotto i -100 dBm, quella situazione da «una tacca» che tutti conosciamo — le chiamate VoLTE hanno continuato a garantire nitidezza HD, mentre quelle via app sono scivolate nelle fasce «scarso» e «pessimo». E c’è il capitolo affidabilità: i tassi di blocco, cioè le chiamate che non riescono nemmeno a instaurarsi, sono risultati sensibilmente più bassi sulla voce nativa. Globe, per dire, ha registrato lo 0,47% sul VoLTE contro l’1,64% delle chiamate OTT sulla stessa rete: più del triplo.

Perché la rete dà ragione alla telefonata

La spiegazione non è magia, è architettura. Quando si chiama col tastierino, la rete riserva alla voce un canale dedicato ad alta priorità: un bearer che viaggia protetto anche quando la cella è congestionata, con protocolli di segnalazione pensati apposta per instaurare e mantenere la chiamata. Quando si chiama con un’app, la voce è un flusso di pacchetti dati come tutti gli altri, consegnati con la logica del best effort: se la rete è scarica e il segnale è buono, la differenza quasi non si sente; se c’è congestione, perdita di pacchetti o jitter, l’app degrada e il VoLTE no. Lo studio lo fotografa con precisione, ma è la conferma sperimentale di qualcosa che gli ingegneri di rete ripetono da anni a un pubblico distratto.

La voce, il 3G che se ne va e l’AI che arriva

Il contesto rende il risultato più interessante della singola classifica filippina. Il VoLTE non è un lusso: è il prerequisito per spegnere le vecchie reti, come racconta la nostra mappa mondiale degli switch-off 2G e 3G — quando il 3G si spegne, la telefonata o passa sul 4G o non passa affatto. Ed è anche la base della prossima ondata: la convergenza tra voce e intelligenza artificiale, con assistenti che vivono dentro la chiamata stessa, come nel progetto di LG Uplus ed Ericsson per la voice AI di rete. Ookla lo dice esplicitamente: senza una base VoLTE solida, l’«AI calling» resta uno slogan. E intanto altrove la telefonata nativa si arricchisce di funzioni che le app non possono replicare, come l’autenticazione delle chiamate contro le frodi lanciata in Brasile.

Il commento della redazione

Due avvertenze doverose, prima dell’entusiasmo. La prima: Ookla vende benchmark e analisi proprio agli operatori, quindi non è un arbitro del tutto disinteressato — anche se la metodologia è dichiarata e i numeri sono verificabili. La seconda: le app non hanno vinto per caso. Hanno vinto perché costano zero anche verso l’estero, funzionano su qualsiasi rete e qualsiasi Paese, e impacchettano voce, video, gruppi e messaggi in un’unica esperienza. Nessun MOS convincerà un utente a rinunciare a tutto questo.

Detto ciò, a noi questo studio conferma una convinzione: gli operatori hanno in mano l’unico servizio voce con qualità garantita dalla rete — e non lo raccontano a nessuno. La telefonata è diventata una commodity invisibile proprio mentre tornava a essere un asset: è il canale che regge quando il segnale è debole, quello su cui costruire l’AI nella chiamata, quello che il declino del 2G e del 3G rende obbligatorio ammodernare. Vale anche per l’Italia, dove il VoLTE è ormai di serie su tutte le reti ma quasi nessun utente sa di usarlo, né sa che quel «suona meglio» ha una spiegazione tecnica precisa. La prossima volta che una chiamata WhatsApp gracchia con una tacca di segnale, l’esperimento potete farlo da soli: riagganciate e richiamate col tastierino. A Manila hanno appena misurato come va a finire.

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