
La corsa si è fermata a quattro punti dal traguardo. Alle 17.30 di venerdì 25 settembre si è chiusa la riapertura dei termini dell’offerta pubblica di acquisto e scambio di Poste Italiane su TIM, e in serata il gruppo ha diffuso i risultati provvisori: in cinque sedute sono state portate in adesione altre 409.957.676 azioni, circa il 19,195 per cento del capitale. Sommate al 20,104 per cento che Poste già possedeva e al 46,523 per cento raccolto nel periodo di adesione chiuso l’11 settembre, fanno 1.832.917.988 azioni, cioè l’85,822 per cento di TIM. Un risultato enorme, ma sotto il 90 per cento. E quel 90 è la soglia che conta.
Perché il 90 per cento cambia tutto
Il comunicato di Poste lo scrive in una riga asciutta: sulla base dei risultati, se confermati, «non si sono verificati i presupposti» per il diritto di acquisto previsto dall’articolo 111 del Testo unico della finanza né per la procedura congiunta. Tradotto: sopra il 90 per cento Poste avrebbe potuto comprare in modo coattivo le azioni rimaste agli altri e togliere TIM dalla Borsa in poche settimane, cioè il delisting che è l’obiettivo dichiarato da quando l’offerta totalitaria è stata annunciata, il 22 marzo. Sotto il 90 per cento, quella scorciatoia non c’è. I risultati definitivi arriveranno entro le 7.29 del 1° ottobre e il pagamento a chi ha aderito nella riapertura, 1,97 euro in contanti più 0,218 azioni Poste di nuova emissione per ogni azione TIM, è fissato per il 2 ottobre. Poste precisa di non aver comprato azioni TIM fuori dall’offerta nel periodo.
Chi ha seguito la storia sulle nostre pagine ricorda le tappe. A fine agosto le adesioni erano ferme al 3 per cento; il 7 settembre Poste ha aggiunto trenta centesimi in contanti e rinunciato alla soglia dei due terzi; l’11 settembre il primo periodo si è chiuso al 66,627 per cento, a quattro centesimi dai due terzi. La riapertura ha fatto il resto, raccogliendo il 57,5 per cento circa delle azioni che dopo il primo giro erano ancora in circolo. È il comportamento tipico di un’offerta italiana, ma stavolta la coda non è bastata.
I numeri della riapertura dicono anche come si è mosso il mercato nell’ultima settimana. Le adesioni complessive, contando primo periodo e riapertura, hanno raggiunto il 65,718 per cento circa del capitale; le azioni consegnate fra il 21 e il 25 settembre valgono circa il 24 per cento di tutte quelle oggetto dell’offerta, e l’accelerazione si è concentrata negli ultimi giorni, come già era successo a inizio mese: secondo Key4biz, alla vigilia della chiusura Poste era al 75,6 per cento, poi l’ultima seduta ha aggiunto una decina di punti. Resta fuori un 14,2 per cento del capitale, di cui una parte, a questo punto, difficilmente si muoverà senza una nuova mossa di Poste.
Le strade per uscire dalla Borsa
Che cosa succede adesso non lo ha ancora detto Poste. Key4biz, riprendendo le ricostruzioni della stampa finanziaria, mette in fila le due ipotesi principali. La prima è comprare sul mercato il 4,18 per cento che manca per arrivare al 90 e far scattare lo squeeze-out: una strada rapida, con un delisting possibile fra fine ottobre e novembre. La seconda è la fusione di TIM in Poste o in una società controllata, per esempio PosteMobile: con oltre i due terzi del capitale Poste controlla l’assemblea straordinaria e può deliberarla, liquidando i soci di minoranza che non hanno aderito, ma i tempi tecnici porterebbero l’addio a Piazza Affari all’inizio del 2027. Sono scenari, non decisioni, e li riportiamo come tali.
Per i piccoli azionisti rimasti fuori le conseguenze sono concrete. Con l’85,8 per cento in mano a Poste, il flottante si è ristretto al punto che, secondo quanto riportato da Key4biz citando MF, il titolo rischia di diventare poco liquido, con scambi difficili e prezzi più nervosi; chi non ha aderito non incassa il corrispettivo dell’offerta e non ha più alcun peso nelle assemblee, dove Poste ha ormai la maggioranza qualificata.
E la rete?
Per un sito che si occupa di reti, il punto è sempre lo stesso: che cosa se ne farà Poste. Il pezzo mobile del gruppo esiste già ed è PosteMobile, l’operatore virtuale che nel primo semestre ha superato i 5 milioni di clienti e che da aprile viaggia interamente sulla rete TIM, dopo la migrazione dalle SIM su rete Vodafone partita a febbraio. L’amministratore delegato Matteo Del Fante, a maggio, aveva detto che la combinazione delle attività di Poste nelle telecomunicazioni con il segmento consumer di TIM, cioè il marchio TIM al dettaglio, Kena e TIMVISION, «creerà l’operatore mobile numero uno in Italia, dando avvio alla prossima fase del consolidamento domestico». Nell’immediato, per chi ha una SIM, non cambia nulla: le antenne sono le stesse e le offerte pure. Cambia chi decide quanto investirci.
Il nostro commento
L’85,8 per cento è un controllo pieno a tutti gli effetti pratici e una piccola sconfitta sul piano formale: Poste voleva un’uscita dalla Borsa pulita e veloce, e il mercato le ha consegnato quasi tutto tranne l’ultimo pezzo. Il costo di quel 4,18 per cento, in tempo o in denaro, è un dettaglio da cronaca finanziaria. Il fatto industriale resta quello che scriviamo da marzo: il primo operatore mobile italiano per numero di clienti sta per diventare una divisione di un gruppo in cui la telefonia siede accanto ai conti correnti, alle assicurazioni e all’energia. In un mercato con quattro reti fisiche, TIM, Fastweb+Vodafone, WindTre e Iliad, la domanda che conta non è quando TIM uscirà da Piazza Affari, ma quali priorità avrà la rete dentro la «Platform Company» che Poste ha disegnato a luglio. Quando lo sapremo, lo misureremo dal modem.
Fonti: comunicato Poste Italiane sui risultati provvisori della riapertura dei termini (25 settembre 2026) via TG Poste; Corriere Comunicazioni e Mobile World Live (28 settembre 2026); Key4biz (26 settembre 2026).