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Rete Mobile

Fermi al 3%, servono i due terzi: per l’OPAS di Poste su TIM inizia il conto alla rovescia

redazione
Ultimo aggiornamento: 29/09/2026
redazione
7 Minuti di lettura
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Furgone postale giallo in una via di Milano con una BTS sul tetto di un palazzo: l'OPAS di Poste su TIM al conto alla rovescia

I numeri, per una volta, si leggono in un secondo: al 28 agosto le adesioni all’offerta di Poste Italiane su TIM erano ferme a 53,4 milioni di azioni, il 3,133% degli strumenti oggetto dell’offerta. La soglia fissata da Poste come condizione di efficacia è il 66,67%, i due terzi del capitale ordinario. In mezzo ci sono meno di due settimane: il periodo di adesione si chiude l’11 settembre, e Borsa Italiana ha già precisato che le azioni comprate sul mercato negli ultimi due giorni non potranno nemmeno essere apportate. Il Fatto Quotidiano, nel fine settimana, ha messo nero su bianco quello che a Piazza Affari si sussurrava da giorni: il flop non è escluso.

Riavvolgiamo il nastro per chi si fosse perso le puntate precedenti, che su queste pagine abbiamo seguito una per una. Poste ha annunciato a marzo l’offerta totalitaria sull’ex monopolista, di cui era già primo azionista al 24,8%; a luglio la Consob ha approvato il documento, il consiglio di amministrazione di TIM ha giudicato “congruo” il corrispettivo all’unanimità, e dal 20 luglio gli azionisti possono consegnare i loro titoli. Sul piatto, per ogni azione TIM, ci sono 1,67 euro in contanti più 0,218 azioni Poste di nuova emissione, per un’operazione da circa 10,8 miliardi di euro complessivi; il pagamento è fissato al 18 settembre. Quaranta giorni di borsa per decidere il destino dell’ex monopolista telefonico italiano. Ne sono passati trenta, e i due terzi sono ancora un puntino all’orizzonte.

Prima di gridare al naufragio, però, serve una premessa che gli analisti citati in questi giorni — da Business Online a quelli ripresi da Key4biz — ripetono in coro: un avvio così lento è quasi fisiologico. Nelle grandi offerte pubbliche i fondi istituzionali, che qui controllano circa metà del flottante di TIM, aderiscono tipicamente negli ultimissimi giorni utili: consegnare le azioni prima significa rinunciare a venderle sul mercato se capitasse un prezzo migliore, e nessun gestore ci tiene. Il 3% di oggi, insomma, non è di per sé una condanna; è la calma piatta che precede la settimana in cui si deciderà tutto.

Ma c’è anche una resistenza vera, e ha un prezzo preciso. Asati, l’associazione dei piccoli azionisti TIM, già a metà luglio aveva chiesto formalmente a Poste di migliorare le condizioni: più contanti, meno carta, perché la componente in azioni Poste resta esposta alle oscillazioni di Borsa da qui al regolamento. E i grandi fondi, secondo la ricostruzione di Key4biz, considerano il corrispettivo poco generoso rispetto alle sinergie industriali che Poste stessa stima in circa 700 milioni di euro l’anno: se l’operazione vale così tanto per chi compra, il ragionamento dei venditori è che un pezzo di quel valore debba arrivare anche a chi vende. Da qui l’ipotesi che circola con insistenza: un rilancio del prezzo prima dell’11 settembre, la mossa classica per sbloccare gli indecisi.

E se invece i due terzi non arrivassero? Gli scenari sono scritti nel documento d’offerta. L’OPAS decadrebbe automaticamente: Poste non comprerebbe nulla, non emetterebbe le nuove azioni, e i titoli già consegnati tornerebbero sui conti dei rispettivi proprietari senza costi. Il contraccolpo lo vedrebbe soprattutto il listino: il titolo TIM quota oggi a premio — 7,83 euro — proprio perché il mercato prezza l’operazione, e gli analisti citati da Key4biz stimano un valore fondamentale tra 5,90 e 6 euro in caso di fallimento. C’è però una terza via, spesso dimenticata: Poste ha la facoltà di rinunciare alla propria condizione e accontentarsi di una soglia inferiore, per esempio il 50% più un’azione, sufficiente per il controllo formale dell’assemblea. In quel caso l’offerta resterebbe valida per chi ha aderito, e la scalata si completerebbe più avanti, per altre strade.

Vale la pena ricordare da dove arriva questa offerta, perché la traiettoria dà la misura della posta in gioco. Cinque anni fa TIM era una società indebitata fino al collo, con la rete fissa ancora in pancia e Vivendi come azionista ingombrante. Poi la cessione di NetCo a KKR, che ha alleggerito il debito trasformando TIM in un operatore di servizi; l’uscita progressiva dei francesi; l’ingresso di Poste nel capitale a inizio 2025, prima con la quota rilevata da Cassa Depositi e Prestiti e poi proprio col pacchetto comprato da Vivendi, fino al 24,8%. L’OPAS è l’ultimo miglio di questa marcia: se andrà in porto, l’ex monopolista tornerà sotto un controllo riconducibile, in ultima istanza, allo Stato — Poste è controllata dal Ministero dell’Economia e da CDP — chiudendo un cerchio aperto trent’anni fa con le privatizzazioni. C’è una simmetria storica che ai lettori più stagionati non sfuggirà: la vecchia SIP nacque nell’orbita pubblica, e il pendolo starebbe semplicemente tornando al punto di partenza.

Il commento della redazione parte da una domanda che i nostri lettori ci fanno spesso: perché un sito che legge le reti dal modem si occupa di adesioni e corrispettivi? Perché dall’esito di questa partita dipende chi deciderà gli investimenti di una delle quattro reti mobili del Paese — quella dell’ex incumbent. La TIM che Poste vuole comprare non è più quella della rete fissa — ceduta a KKR, con le torri di INWIT in uscita — ma resta una macchina da ricavi mobili dentro il mercato più affollato d’Europa, quello dove quattro reti si contendono ogni gigabyte. Un controllo stabile, riconducibile in ultima istanza allo Stato, chiuderebbe trent’anni di passaggi di mano; un flop riaprirebbe i giochi su tutto, dalle alleanze al consolidamento. L’11 settembre non si decide un prezzo: si decide chi tiene il timone. E la lezione delle grandi offerte vale anche stavolta: il verdetto vero arriverà negli ultimi tre giorni, quando i fondi scopriranno le carte. Fino ad allora, quel 3% dice poco — ma il conto alla rovescia, quello sì, è già partito.

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