
Per chi costruisce le reti mobili, gli ultimi anni sono stati una lunga traversata nel deserto: due anni interi di fatturati in calo, mentre gli operatori digerivano gli investimenti fatti nella prima ondata del 5G. Ora la traversata sembra finita davvero. Secondo i nuovi dati di Dell’Oro Group, ripresi da Mobile World Live, nel secondo trimestre del 2026 i ricavi mondiali del mercato RAN — le antenne e le radio che formano la parte d’accesso delle reti mobili — sono cresciuti su base annua per il terzo trimestre consecutivo. Crescita modesta, precisa la società di ricerca, ma tre segni più di fila dopo un biennio di segni meno non sono un caso: sono una tendenza.
Stefan Pongratz, vicepresidente di Dell’Oro e decano degli analisti del settore, la mette così: «la correzione da copertura a capacità è in gran parte alle spalle, e il mercato RAN si sta stabilizzando». Tradotto dal gergo: la sbornia di acquisti fatta per coprire i Paesi di 5G è stata smaltita, e ora gli ordini ripartono al ritmo — più lento ma più sano — di chi compra capacità dove serve. La ripresa, avverte l’analista, resta disomogenea tra regioni e fornitori, e la prudenza si vede nell’outlook: nonostante il trimestre sia andato un filo meglio del previsto, la previsione per l’intero 2026 resta invariata, con ricavi mondiali sostanzialmente piatti. È una risalita, non un boom.
Vale la pena ricordare di cosa parliamo, perché “mercato RAN” è una sigla che nasconde l’infrastruttura più visibile delle telecomunicazioni: le radio, le antenne e le bande base appese a tralicci e tetti, tutto ciò che sta tra il telefono e la fibra che corre verso il core. È un mercato che respira per cicli lunghi: quando arriva una nuova generazione, gli operatori comprano a mani basse per coprire il territorio — è successo col 5G tra il 2019 e il 2022 — e poi si fermano a lungo, finché il traffico non satura le celle e li costringe a comprare di nuovo, stavolta per aggiungere capacità dove la rete soffre. Il passaggio dall’una all’altra fase è la “correzione” di cui parla Pongratz: dolorosa per i fornitori, fisiologica per il mercato. Ed è la fase che, numeri alla mano, si sta chiudendo adesso.
Chi sale e chi arranca: Huawei forte, Ericsson sotto le attese
Dentro il dato aggregato, il trimestre ha avuto vincitori e affaticati. Huawei ha messo a segno risultati robusti, mentre Ericsson è andata più piano del previsto. Le gerarchie però non si sono mosse: Huawei, Ericsson, Nokia, ZTE e Samsung restano i primi cinque fornitori mondiali per ricavi, e nel primo semestre si sono spartiti insieme il 96% del mercato — un oligopolio quasi perfetto, con movimenti di quota definiti “modesti” e un panorama competitivo che Dell’Oro giudica sostanzialmente stabile rispetto al 2025. Tra le cose da tenere d’occhio nella seconda metà dell’anno, la società cita le dinamiche delle catene di fornitura e la domanda regionale: un promemoria di quanto questo mercato resti sensibile a fattori che coi progetti radio c’entrano poco, come il caro-memorie che sta già pesando sui progetti di rete.
Il quadro, peraltro, non è nuovo per chi ci segue: già a luglio le previsioni quinquennali di Dell’Oro raccontavano di un mercato che smetteva di cadere e scommetteva su AI e 6G per il prossimo ciclo. La novità di oggi è che i numeri trimestrali, quelli veri, confermano la traiettoria: la frenata è finita nei fogli di calcolo, non solo nelle slide.
La ripresa arriva, ma i campioni europei ci arrivano dimagriti
C’è però un’ombra dentro questa convalescenza, e l’ha messa a fuoco proprio oggi un’analisi di Light Reading: dal 2021 Ericsson e Nokia hanno tagliato circa 8.500 posti di lavoro in Cina, e altri ne arriveranno — l’ultimo capitolo è la chiusura del centro ricerche Nokia di Hangzhou che abbiamo raccontato venerdì, 1.600 posti in meno nella città di Alibaba. Per la testata britannica il conto vero di questa ritirata si pagherà sul 6G: meno ingegneri, meno palestre tecnologiche e meno contatto con il più grande mercato mobile del mondo spingono verso una frammentazione degli standard, con blocchi tecnologici che rischiano di svilupparsi ciascuno per conto proprio. Il paradosso è servito: il mercato riparte, ma i due campioni europei ci arrivano più leggeri di uomini e di presenza proprio mentre Huawei — esclusa dall’Occidente ma padrona in casa — corre.
Il commento della redazione
A noi questi numeri suggeriscono due letture, una rassicurante e una meno. Quella rassicurante: il mercato delle antenne ha ritrovato un equilibrio, e per gli operatori — anche italiani — significa listini più prevedibili e fornitori meno disperati, dopo anni in cui ogni gara sembrava una corsa al ribasso. Quella meno rassicurante sta nella composizione della ripresa: se il trimestre buono lo firma soprattutto Huawei, e se Ericsson rallenta mentre smonta — insieme a Nokia — la propria presenza cinese, allora la “stabilizzazione” nasconde uno spostamento del baricentro tecnologico verso est. Il 96% del mercato in mano a cinque nomi, poi, è un numero che dovrebbe far riflettere chiunque parli di sovranità tecnologica: le reti di mezzo mondo dipendono da un club ristrettissimo, e due dei cinque soci sono off-limits per una metà del pianeta, mentre gli altri si dividono l’altra. La vera domanda per i prossimi trimestri non è quindi se la crescita continuerà, ma dove si depositerà: perché nel ciclo che si apre — quello di AI-RAN e della strada verso il 6G — chi vende oggi le antenne si compra un posto al tavolo dove si progettano quelle di domani. E a quel tavolo, per la prima volta da decenni, l’Europa rischia di sedersi con meno sedie.