
Ci sono notizie che fanno rumore e notizie che fanno respirare. Quella pubblicata ieri da Dell’Oro Group, una delle società di analisi più ascoltate del settore telecom, appartiene alla seconda categoria: il mercato mondiale delle reti di accesso radio — le antenne e le stazioni base che fanno funzionare i nostri smartphone, per intenderci — ha smesso di cadere. Dopo un crollo da quasi 9 miliardi di dollari di ricavi tra il 2021 e il 2024, il settore ha trovato il fondo nel 2025 e ha appena messo in fila due trimestri consecutivi di crescita anno su anno. Per Ericsson, Nokia, Huawei, ZTE e Samsung, i cinque colossi che si spartiscono quasi tutto il mercato, è la prima boccata d’ossigeno dopo anni in apnea.
Una caduta lunga tre anni
Per capire perché due trimestri di crescita facciano notizia, bisogna riavvolgere il nastro. Il biennio 2020-2021 era stato una festa: gli operatori di mezzo mondo correvano a costruire il 5G, i lockdown avevano reso la connettività una priorità assoluta e i budget per le infrastrutture volavano. Poi la festa è finita, e in fretta. Le grandi coperture 5G nei mercati ricchi sono state completate, i tassi d’interesse hanno reso il debito più caro, e gli operatori — alle prese con ricavi piatti — hanno chiuso i rubinetti degli investimenti. Il risultato è stato quello che la stessa Dell’Oro definisce un “reset pluriennale dell’industria”: quasi 9 miliardi di dollari di ricavi evaporati in tre anni, con ondate di tagli al personale in tutti i grandi vendor di apparati.
Il nuovo report quinquennale, ripreso ieri anche da Mobile World Live, certifica che quella fase è alle spalle. Il 2025 si è chiuso stabile e il primo trimestre del 2026 ha confermato la tendenza, con la classifica dei fornitori immutata: Huawei davanti a tutti su scala globale, Ericsson e Nokia a guidare il mercato fuori dalla Cina, poi ZTE e Samsung.
Sette anni di calma piatta (ma è una buona notizia)
E adesso? La previsione di Dell’Oro per i prossimi cinque anni è di una crescita dei ricavi mondiali all’1 per cento annuo composto fino al 2030. Detta così suona deprimente, ma nel contesto di un settore che arriva da tre anni di emorragia è quasi un lusso: lo scenario base parla di ricavi “sostanzialmente piatti”, sostenuti dagli investimenti ancora in corso sul 5G e da una serie di opportunità emergenti — AI RAN, Cloud RAN, reti private per l’industria e i primissimi cantieri del 6G. I ricavi in calo del 4G, man mano che le reti legacy vengono ridimensionate (un processo parallelo a quello degli spegnimenti del 2G e 3G nel mondo che seguiamo da vicino), saranno compensati dall’espansione del 5G e dalla prima ondata di spesa sul 6G.
Stefan Pongratz, vicepresidente di Dell’Oro per la ricerca sul mercato RAN, tiene però aperte entrambe le porte: “Lo scenario più ottimistico riflette un ruolo più ampio delle reti mobili nell’era dell’AI, man mano che i modelli di traffico evolvono e le macchine diventano una quota crescente del traffico complessivo. Al contrario, l’eccesso di capacità mobile e la crescita debole dei ricavi degli operatori potrebbero pesare sul mercato”. Tradotto: se gli agenti AI e i dispositivi connessi genereranno davvero il traffico che molti prevedono, le antenne torneranno a essere un buon affare; se invece la capacità già installata basterà, i vendor dovranno accontentarsi delle briciole.
Un dato interessante del report riguarda la disciplina degli operatori: la spesa in RAN resterà agganciata al 20-25 per cento degli investimenti complessivi in reti mobili per tutto il periodo. Niente più anni folli, insomma, ma nemmeno tagli drammatici: una quota fissa, prevedibile, quasi da manuale di pianificazione finanziaria. Per chi vende apparati significa poter finalmente guardare oltre il trimestre successivo, un privilegio che nel 2023 sembrava fantascienza.
Il jolly si chiama AI RAN
La vera incognita del quinquennio è l’intelligenza artificiale dentro la rete. Su questo Dell’Oro si era già sbilanciata a fine giugno con una stima che aveva fatto discutere: 35 miliardi di dollari di ricavi cumulati per l’AI RAN tra il 2026 e il 2030. Attenzione però a non farsi ingannare dal numero: secondo gli analisti quella spesa non allargherà la torta, ma sarà in gran parte una riallocazione di budget esistenti. In altre parole, gli operatori compreranno antenne e baseband più intelligenti invece di comprare più antenne. Nel breve periodo domineranno le soluzioni “AI-for-RAN” — algoritmi che migliorano reti esistenti senza stravolgerne l’hardware — mentre il RAN basato su GPU, quello dei progetti più ambiziosi in stile Nokia-Nvidia, supererà il miliardo di dollari solo a fine decennio.
È un quadro che spiega bene anche le mosse delle ultime settimane: la spinta di Rakuten Mobile sull’Open RAN di cui vi abbiamo raccontato proprio stamattina, o la fabbrica robotizzata che Ericsson ha acceso in Texas. Tutti i protagonisti si stanno posizionando per un mercato che non crescerà molto, ma cambierà pelle: più software, più automazione, più intelligenza, stessi (o quasi) dollari.
Il nostro commento
Dalla redazione la leggiamo così: la stabilità è la notizia migliore che questo mercato potesse ricevere, perché restituisce ai vendor la cosa che è mancata negli ultimi tre anni, la prevedibilità. Ericsson e Nokia hanno tagliato decine di migliaia di posti per adattarsi a un mercato più piccolo; ora sanno su quale base pianificare, e possono spostare le energie dalla sopravvivenza all’innovazione. Il rischio, semmai, è che “piatto fino al 2030” diventi un alibi per l’Europa: con la Cina che corre per conto suo e gli Stati Uniti che spingono su AI e 6G, un mercato stagnante è anche un mercato in cui chi non investe scivola indietro senza accorgersene. La partita vera, come sempre, non si giocherà sul volume degli ordini ma su chi controllerà l’intelligenza della rete. E quella, ci scommettiamo, non resterà piatta affatto.