
Il 5 settembre 2016 un operatore appena nato accese la rete e rese gratuite le telefonate in India. Dieci anni dopo, nel giorno dell’anniversario, il presidente di Reliance Jio Akash Ambani ha scritto ai dipendenti una lettera con un solo passaggio davvero nuovo: «Jio oggi è molto più di una società di telecomunicazioni. Stiamo costruendo tecnologia originale in India, nella connettività, nei prodotti digitali, nelle soluzioni per le imprese e nell’intelligenza artificiale. L’opportunità davanti a noi è portare queste tecnologie nel mondo e rafforzare la posizione dell’India come creatrice di tecnologia per il pianeta». Tradotto dal linguaggio delle celebrazioni: l’operatore che ha svuotato il mercato indiano vuole diventare, all’estero, un fornitore di rete. È un’ambizione da prendere sul serio e da misurare con un metro severo, perché il primo banco di prova fuori dall’India è già in corso e non sta andando come sperato.
I numeri del primo atto
Le cifre della lettera raccontano un decennio senza paragoni. Jio ha raggiunto 50 milioni di clienti in 83 giorni e i 100 milioni in meno di sei mesi, dopo aver regalato il servizio per il primo semestre. Al 30 giugno 2026 conta 533,3 milioni di clienti e fa transitare oltre 23 exabyte di dati al mese. In dieci anni ha aggiunto quasi 500 milioni di clienti netti: più dei tre maggiori operatori americani messi insieme, e 1,3 volte il concorrente indiano più vicino. Il resto lo abbiamo raccontato la settimana scorsa, quando la SEBI ha dato il via libera all’IPO record di Jio Platforms: un mercato ridotto a tre operatori privati più la pubblica BSNL, e un prospetto che destina i proventi della quotazione a ripagare i debiti della rete già costruita.
Il capitolo nuovo era stato annunciato, con meno enfasi, all’assemblea degli azionisti di Reliance del 19 giugno. Lì Ambani aveva elencato cinque impegni: fare del 5G standalone la spina dorsale digitale del Paese e migrare tutti i clienti al 5G entro il 2030, spingere la banda larga domestica con JioAirFiber, che ha superato i 13 milioni di case, digitalizzare le piccole imprese, portare l’intelligenza artificiale a tutti e, quinto punto, «portare le capacità tecnologiche dell’India nel mondo» con le innovazioni proprietarie del gruppo. La lettera dell’anniversario prende quel quinto impegno e lo mette al centro.
Cosa vuol dire vendere la rete
Dietro la formula «tecnologia made in India» c’è una cosa precisa: lo stack 5G che Jio dichiara di aver sviluppato in casa, dal core cloud-native al software della rete di accesso radio fino ai sistemi per l’accesso fisso senza fili, da offrire ad altri operatori in licenza o come servizio gestito. L’ambizione non è di ieri. All’India Mobile Congress dell’ottobre 2024 il vicepresidente Aayush Bhatnagar spiegava a Light Reading che Jio stava «già parlando con operatori globali» e descriveva una rete da 1,1 milioni di celle 5G, TDD e FDD, costruita con «un mix di radio di terze parti e radio indigene». Il dettaglio conta: la rete più grande dell’India non gira interamente su apparati Jio, e lo stack proprietario convive con i fornitori tradizionali.
Il braccio operativo della strategia è Radisys, società americana di software per reti che Reliance ha comprato nel 2018 per una settantina di milioni di dollari e ha poi rafforzato nell’accesso fisso senza fili con l’acquisizione di Mimosa Networks. È attraverso Radisys che Jio ha provato per la prima volta a esportare la propria rete, e il posto scelto è stato il Ghana.
Il banco di prova del Ghana
Il Ghana aveva affidato il 5G del Paese a un modello insolito: una sola rete all’ingrosso, costruita da Next Gen InfraCo con il sostegno del governo e la tecnologia di Radisys, protetta da una licenza esclusiva su cui tutti gli operatori al dettaglio avrebbero dovuto appoggiarsi. Era lo stack indiano venduto chiavi in mano a un mercato emergente. Poi il regolatore ha tolto l’esclusiva. Con un provvedimento in vigore dal 15 luglio 2026, l’Autorità nazionale delle comunicazioni ha modificato la licenza di NGIC eliminando la clausola che le riservava l’infrastruttura 5G all’ingrosso, al termine di un procedimento aperto a marzo e chiuso dopo le obiezioni della società. La motivazione ufficiale è l’interesse pubblico a «un mercato 5G all’ingrosso competitivo»; quella pratica, anticipata dal ministro delle Comunicazioni Sam George, sta in un numero: a marzo NGIC aveva 49 siti attivi, contro un obiettivo governativo di 1.200 entro il 2027.
Il seguito è un’asta. A luglio il Ghana ha messo in gara undici lotti nelle bande 700 MHz, 2,3 GHz e 3 GHz, con basi d’asta complessive sopra i 230 milioni di dollari; la scadenza per le domande, prorogata al 27 agosto, ha portato quattro candidature, di cui finora sono state aperte solo le buste amministrative. I vincitori non ci sono ancora. NGIC conserva licenza e frequenze fino al 2034, ma da monopolista è diventata uno dei concorrenti, e l’amministratore delegato di Telecel ha già avvertito che una gara al miglior offerente rischia di consolidare MTN, che in Ghana pesa per circa l’80 per cento dei clienti dati. Il primo esperimento di Jio come fornitore all’estero non è fallito: ha perso il privilegio che lo rendeva facile.
Il commento della redazione
La tentazione, leggendo la lettera, è ripetere il ragionamento che tutti fecero nel 2016 e che si rivelò sbagliato: un nuovo entrante non può riscrivere l’economia di un mercato. Jio lo fece. Ma il mestiere del fornitore è diverso da quello dell’operatore, e la differenza sta proprio nelle condizioni che hanno reso possibile il primo decennio: un mercato interno di oltre un miliardo di persone, le tasche profonde di Reliance, spettro e regole di casa propria, un’unica rete su cui far maturare il software prima di venderlo. All’estero Jio non ha nessuna di queste cose, e il Ghana lo ha mostrato con la brutalità di un conteggio di siti. Chi compra lo stack di un altro operatore compra anche la sua referenza, e finché la rete più grande che monta quel software resta quella di Jio, con dentro «un mix» di radio altrui, la referenza vale per l’India e poco altro.
C’è però un motivo per non liquidare tutto come retorica da anniversario. Il mercato dei fornitori sta cambiando forma: l’India fa i conti per sfrattare Huawei e ZTE dalle proprie reti 4G, e chi cerca un’alternativa ai tre grandi occidentali e ai due cinesi trova un’offerta sottile. Uno stack sviluppato da un operatore con 533 milioni di clienti e 285 milioni di utenti già sul 5G è, sulla carta, l’unico candidato con volumi reali alle spalle. Il problema non è la credibilità tecnica, è la prova sul campo. Se il quinto impegno di Ambani ha un senso, lo dirà il secondo contratto all’estero, non la lettera. E lo dirà il Ghana, quando aprirà la seconda busta.