
Ad Ancarano, poco più di duemila abitanti in provincia di Teramo, la fine di una battaglia lunga anni si misura in una data: il 31 agosto l’antenna di Iliad piantata nel cuore del centro storico ha smesso di trasmettere, e dal 15 settembre partirà lo smontaggio vero e proprio. Il Comune ha vinto, il comitato che si era mobilitato ha vinto, e il sindaco Angelo Panichi ha parlato di una vittoria per la tutela del tessuto urbano e architettonico del paese. È una notizia che, letta dal municipio, suona come una liberazione. Letta dal telefono di chi ci abita, però, apre una domanda meno rassicurante: e adesso la rete?
Facciamo un passo indietro, perché la storia è istruttiva. L’impianto era una stazione radio base di Iliad, autorizzata e poi contestata perché installata dentro il perimetro del centro storico, a ridosso degli edifici antichi. Da una parte le ragioni classiche di un operatore: coprire un paese vuol dire mettere l’antenna dove serve, e dove serve raramente coincide con la zona industriale in fondo alla valle. Dall’altra un fronte compatto — il Comune e un comitato di cittadini guidato da Aurelio Vittorii, capace di raccogliere oltre quattrocento firme — che ha messo sul tavolo il decoro urbano, la sensibilità paesaggistica del borgo e, com’è quasi sempre, il timore diffuso per la salute.
La partita si è giocata nei tribunali amministrativi. In primo grado il TAR Abruzzo aveva dato ragione a Iliad: è la posizione più consueta, perché la giurisprudenza in materia tende a considerare gli impianti di telecomunicazione come opere di interesse generale, difficili da fermare con il solo argomento urbanistico. Il Comune non si è arreso e ha portato il caso davanti al Consiglio di Stato, che con la Sesta Sezione ha ribaltato il verdetto, accogliendo l’appello del municipio. Da lì la sequenza obbligata: BTS spenta il 31 agosto, rimozione dal 15 settembre.
Qui però conviene togliersi gli occhiali del ricorso e mettersi quelli di chi la rete la usa, e conviene guardare la mappa. Attorno ad Ancarano, sulle mappe di copertura, il paese vero e proprio non ha un solo sito che lo serva da vicino: gli impianti degli operatori stanno tutti a chilometri di distanza, verso Sant’Egidio alla Vibrata, Controguerra, Nereto. L’unica cosa piantata nei pressi dell’abitato, oltre a quella di Iliad, è una microcella — un impianto minuscolo, pensato per coprire un’area ristretta come un insediamento produttivo, non per irradiare un intero centro storico. In pratica, dentro il paese, quell’antenna di Iliad era il presidio più vicino e concreto che ci fosse.
Ed è questo che ribalta la lettura più comoda. Non è una brutta notizia solo “per chi ha Iliad”: è che il borgo, adesso, resta senza un vero sito che lo copra da vicino. In un borgo di pietra, fatto di vicoli stretti e muri spessi, il segnale che arriva da un impianto lontano fatica a entrare nelle case — vale per tutti gli operatori, non per uno solo. Spegnere l’unica antenna che stava dentro il paese significa un buco di copertura reale, non un fastidio teorico. Non è un augurio né una rivalsa: è la conseguenza tecnica di una scelta. E i tempi, quando c’è di mezzo l’urbanistica di un centro storico, non sono mai brevi.
È lo stesso cortocircuito che raccontiamo da mesi su queste pagine. Lo abbiamo visto a Passignano, dove il rogo di un finto cipresso ha lasciato a piedi proprio gli abbonati di Iliad e WindTre, che su quel traliccio poggiavano; e lo vediamo in controluce ogni volta che una tower company come INWIT ricorda quanti siti mancano ancora all’appello. La copertura mobile non è un diritto astratto che piove dall’alto: è ferro e cemento piantati in un punto preciso, e quando quel punto salta — per un incendio, per una sentenza, per una firma di troppo — il paese lo sente subito.
Il paradosso di Ancarano è tutto qui. Il borgo ha difeso il suo skyline, e ha tutto il diritto di farlo: un’antenna a vista tra le case antiche non è un dettaglio, e la legge gli ha dato ragione fino all’ultimo grado. Ma il conto della rete non sparisce con l’antenna: si sposta soltanto, dal municipio alle case. La soluzione seria non è tifare per l’uno o per l’altro, è pretendere che allo smontaggio segua in fretta un impianto alternativo, fuori dal centro ma abbastanza vicino da coprire davvero. Altrimenti il rischio è che, tra qualche mese, la vittoria del paesaggio si legga sul display come un’assenza di segnale. E allora la domanda smetterà di essere urbanistica e tornerà a essere la più concreta di tutte: qui, adesso, prende?