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Rete Mobile

Nessun fornitore ad alto rischio, per scelta: la Spagna tiene Huawei nel 5G, dal RAN di Vodafone al core di Telefónica

redazione
Ultimo aggiornamento: 29/09/2026
redazione
9 Minuti di lettura
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Huawei Spagna 5G: un tecnico in giubbotto ad alta visibilità lavora su una BTS di rete mobile sul tetto di un palazzo storico, con i tetti e le cupole di Madrid sullo sfondo

Sei anni dopo il “5G toolbox”, la cassetta degli attrezzi con cui Bruxelles chiedeva ai governi di tenere i fornitori ad alto rischio fuori dalle reti, c’è un Paese dell’Unione che non ne ha designato nemmeno uno. È la Spagna, e un’analisi pubblicata stamattina da Light Reading mette in fila quanto Huawei sia ancora dentro le reti mobili spagnole, dalle antenne di Vodafone e MasOrange fino al cuore 5G di Telefónica. Il quadro arriva mentre la Commissione europea prova a trasformare la vecchia raccomandazione in un obbligo di legge, con una revisione del Cybersecurity Act presentata a gennaio che imporrebbe di togliere i fornitori ad alto rischio dalle reti 5G entro tre anni. Madrid, insieme a Berlino, è in prima fila tra chi si oppone.

Contents
Una legge approvata e mai accesaMasOrange, il piano che si è fermato a metàIl core di Telefónica e le antenne di VodafoneIl commento della redazione

Una legge approvata e mai accesa

Il punto di partenza è normativo, ed è quasi paradossale. All’inizio del 2024 la Spagna ha approvato lo schema nazionale di cybersicurezza per il 5G, la legge che avrebbe dovuto attuare il toolbox europeo. Solo che, secondo la ricerca di Strand Consult citata da Light Reading, quella legge non è mai stata messa in pratica: nessun calendario, nessun piano operativo. Un rapporto preparato da Assembly Research per Connect Europe, l’associazione degli operatori europei ex ETNO, e visionato dal giornale prima della pubblicazione prevista questa settimana, conferma che il governo spagnolo non ha designato alcun fornitore come “ad alto rischio”. Senza designazione non c’è nulla da rimuovere, e la questione resta formalmente aperta mentre nei fatti è chiusa a favore di Huawei. A maggio, secondo quanto riportato da Bloomberg, Spagna e Germania si sono messe di traverso rispetto ai piani della Commissione, e Light Reading aggiunge che il governo di Madrid avrebbe di recente fatto sapere agli operatori che potranno continuare a usare gli apparati cinesi.

I numeri spiegano perché la partita è delicata. Nella stima fornita a inizio anno da Börje Ekholm, l’amministratore delegato uscente di Ericsson, Huawei vale ancora tra un terzo e il 40 per cento del mercato europeo delle infrastrutture di rete mobile. E John Strand, il fondatore della società di analisi danese, mette la Spagna, con Germania e Italia, tra i Paesi più dipendenti dal fornitore cinese. I dati di Strand dello scorso anno attribuivano ai fornitori ad alto rischio, cioè in sostanza a Huawei, il 91 per cento della rete di accesso 5G di Vodafone Spagna e il 58 per cento di quella di MasOrange.

MasOrange, il piano che si è fermato a metà

Il caso più istruttivo è quello di MasOrange, il primo operatore spagnolo per clienti, nato nell’aprile 2024 dalla fusione tra Orange Spagna e MásMóvil e oggi interamente in mano a Orange. Tre mesi dopo la nascita, come aveva raccontato Expansión, il gruppo aveva firmato con Ericsson un accordo in due fasi: entro il 2027 eliminare ZTE e portare Ericsson dal 42 al 63 per cento dei nodi radio, riducendo Huawei dal 54 al 37 per cento; poi, in una seconda fase condizionata al rispetto di certi livelli di qualità, arrivare a un unico fornitore svedese su tutta la rete.

Ad agosto, però, lo stesso quotidiano ha raccontato che il piano si è inceppato. La prima fase è arrivata a metà strada, con Ericsson al 57 per cento e Huawei al 43, e MasOrange ha comunicato al fornitore svedese che la seconda fase non è affatto scontata, accusandolo di non aver centrato gli obiettivi concordati. A ottobre l’operatore metterà a gara la rete, anche per rafforzare la propria presenza sui 3,5 GHz, dove secondo i dati CNMC del primo trimestre conta 6.335 nodi contro i 10.415 di Movistar; sul tavolo ci sono tutte le opzioni, dal mantenere Huawei nella quota attuale fino ad aprire la porta a Nokia o Samsung in alcune province. Un portavoce ha detto a Expansión che “non è stata presa alcuna decisione” sul cambio di strategia e che “non c’è alcuna fretta”. Interpellata questa settimana da Light Reading sul rapporto con Huawei, Orange non ha voluto commentare. Secondo le fonti del giornale, peraltro, Huawei dal 2025 fornisce a MasOrange anche la tecnologia del centro operativo di rete, il NOC, una delle parti più sensibili dell’infrastruttura.

Il core di Telefónica e le antenne di Vodafone

Il dettaglio più pesante riguarda Telefónica. L’ex monopolista spagnolo si affida ad altri fornitori per la rete di accesso 5G, ma per il core 5G standalone del business consumer, scrivono le fonti di Light Reading, il fornitore è Huawei. Il core è il cervello della rete, e la maggior parte degli esperti lo considera un pezzo molto più critico delle antenne: non a caso in Germania, dove gli operatori hanno resistito alle pressioni sul RAN, tutti hanno comunque cambiato fornitore del core. Il contratto, secondo una ricostruzione di The Next Web che cita lo stesso Light Reading, è stato rinnovato a fine 2024 e corre fino al 2030. Telefónica non ha risposto alla mail del giornale. Vodafone Spagna, dal canto suo, ha replicato per iscritto che “rispetta tutte le normative attualmente applicabili in materia di sicurezza delle reti e di obblighi su apparati e fornitori”.

Il contesto politico completa il quadro. Per il governo di Pedro Sánchez, che in questi anni ha coltivato i rapporti con Pechino, un bando degli apparati cinesi rischierebbe ritorsioni e, sostengono Madrid e Berlino, farebbe lievitare il costo delle reti proprio mentre l’Europa spinge sulle infrastrutture per l’intelligenza artificiale. Dall’altra parte c’è chi, come Justin Hotard di Nokia, chiede da mesi perché l’Europa tolleri Huawei mentre la Cina resta chiusa ai fornitori europei. Il tema è lo stesso che abbiamo visto nei conti che l’India sta facendo per sfrattare Huawei e ZTE, ed è lo sfondo dei risultati con cui Ericsson e Nokia sono tornati a vendere, ma dimagriti.

Il commento della redazione

La storia spagnola dice una cosa scomoda sul metodo europeo: una raccomandazione che dopo sei anni non ha prodotto nemmeno una designazione non è una politica di sicurezza, è un auspicio. La Commissione lo ha capito e prova a passare all’obbligo, ma l’obbligo si scontra con due dei tre mercati più grandi dell’Unione, e con contratti come quello del core di Telefónica che corrono fino al 2030. Per chi guarda le reti dal modem, il dato che conta non è la bandiera sull’antenna ma dove sta il cervello: il RAN si sostituisce sito per sito, un core si cambia con una migrazione che dura anni. La lezione per l’Italia, che nella classifica di Strand siede accanto alla Spagna, è che il tempo per decidere si misura in contratti, non in comunicati. E il prossimo appuntamento vero non è a Bruxelles: è alla gara di MasOrange, a ottobre, dove si scoprirà se il prezzo batte ancora la geopolitica.

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