
C’è una porzione di spettro, lassù intorno ai 2 gigahertz, che l’Europa tiene in un cassetto da quasi vent’anni. Fu assegnata nel 2009 con grandi ambizioni — la TV mobile via satellite, ricordate? — e da allora ha prodotto molto poco, tra progetti mai decollati e passaggi di proprietà. Ora quel cassetto si riapre nel momento esatto in cui quelle frequenze sono tornate a valere oro: sono perfette per far parlare i satelliti direttamente con i telefoni. E la Commissione europea ha deciso che stavolta le regole saranno diverse: una sola licenza valida in tutta l’Unione, al posto dei ventisette regimi nazionali di oggi.
La proposta di regolamento, adottata dalla Commissione il 27 maggio e ora al vaglio di Parlamento e Consiglio, riscrive il destino della banda MSS dei 2 GHz, come ricostruisce in dettaglio un’analisi pubblicata oggi dal Corriere Comunicazioni. Il tempismo non è casuale: la decisione del 2008 che regge le attuali assegnazioni scade a maggio 2027, e con lei i diritti d’uso dei due titolari storici, Viasat (che ha ereditato la licenza di Inmarsat) ed EchoStar (subentrata a Solaris Mobile). Per loro la proposta prevede al massimo una proroga transitoria di due anni, alle condizioni attuali e con divieto di cessione. Poi si riparte da zero.
Sei blocchi, un’asta comparativa e una corsia per l’Europa
Due parole su cosa c’è in palio, per capire il valore della posta. La banda MSS dei 2 GHz — 1980-2010 MHz in salita, 2170-2200 in discesa, trenta megahertz accoppiati in tutto — è armonizzata in tutta Europa dal 2008 e sta appena sopra le frequenze che i nostri telefoni usano ogni giorno per l’UMTS prima e l’LTE poi. È questa vicinanza a renderla preziosa: frequenze abbastanza basse da raggiungere un dispositivo mobile senza parabole né antenne dedicate, in una porzione di spettro che i chip dei telefoni sanno già maneggiare. Non a caso il 3GPP l’ha standardizzata per le reti non terrestri.
Il nuovo schema divide la banda in sei blocchi accoppiati da 5 megahertz ciascuno. Due blocchi contigui — 10 MHz accoppiati — andranno in via prioritaria a un sistema sicuro per comunicazioni governative e critiche, da integrare con IRIS², la costellazione europea di cui abbiamo raccontato la firma poche settimane fa: quel percorso è riservato a soggetti stabiliti nell’Unione e controllati esclusivamente da capitali europei, con requisiti di sicurezza stringenti. Gli altri quattro blocchi sono commerciali, ma con un’architettura pensata per non ripetere la storia: due procedure di selezione distinte, una riservata ai nuovi entranti europei — a cui la proposta destina in via prioritaria due dei quattro blocchi — e una aperta anche ai candidati extraeuropei, con un tetto di 10 MHz accoppiati a testa per evitare concentrazioni. Il dettaglio che fotografa il problema: oggi nessun operatore satellitare dell’Unione detiene diritti d’uso in quella banda.
La selezione la gestirà direttamente Bruxelles, con una procedura comparativa: verifica di ammissibilità, esame dell’idoneità tecnica e finanziaria, e — se le richieste supereranno lo spettro disponibile — una graduatoria a punteggio. Chi vince ottiene un titolo unico valido in tutti gli Stati membri, per vent’anni rinnovabili una volta: un orizzonte pensato per finanziare costellazioni, non esperimenti. In cambio arrivano obblighi veri: impegni di copertura e tappe di sviluppo, accesso wholesale su richiesta a condizioni trasparenti e non discriminatorie, sanzioni fino al 5% del fatturato mondiale e revoca in caso di inadempimenti gravi. Persino il trasferimento della licenza richiederà il via libera della Commissione.
Perché proprio ora: il cielo è diventato un mercato
Vista da lontano, è la prima applicazione concreta della filosofia del Digital Networks Act, la riforma delle telecomunicazioni europee presentata a gennaio che immagina un’autorizzazione unica anche per lo spettro satellitare. Ed è la stessa direzione di marcia della proposta sull’Unione dello Spettro di cui abbiamo scritto a luglio: la convinzione, sempre più esplicita, che ventisette sportelli nazionali siano un lusso che l’Europa non può più permettersi quando i concorrenti si chiamano Stati Uniti e Cina. Sul direct-to-device, intanto, il mercato corre senza aspettare i regolamenti: AST SpaceMobile ha appena iniziato a fatturare sul serio, Starlink macina abbonati con T-Mobile, e la stessa banda 2 GHz è al centro degli appetiti di chiunque voglia offrire copertura dallo spazio senza passare dalle frequenze degli operatori terrestri.
Qui sta il punto industriale: chi si aggiudicherà quei blocchi avrà spettro satellitare dedicato e armonizzato su un mercato da 450 milioni di persone, utilizzabile per servizi che parlano — potenzialmente — a smartphone comuni. È un ingrediente che né Starlink né AST oggi possiedono in Europa con queste caratteristiche. Non stupisce che la Commissione voglia scegliere con cura i vincitori, e che il requisito del controllo europeo sia il vero campo di battaglia della trattativa: come si applicherà ai gruppi multinazionali con sedi ovunque è una delle domande lasciate aperte dal testo.
Il commento della redazione
A noi questa proposta pare una lezione imparata, anche se con vent’anni di ritardo. La banda 2 GHz è il monumento europeo alle occasioni perse: assegnata quando si sognava la TV sul telefonino, è rimasta un campo incolto mentre il mondo inventava il direct-to-device. Rimetterla in gioco con una licenza unica, obblighi di risultato e una preferenza dichiarata per chi è europeo davvero è il modo giusto di non ripetere l’errore — e il fatto che stavolta il bando lo scriva Bruxelles, non ventisette capitali, è la parte più moderna del progetto. Restano due incognite che decideranno tutto. La prima è il calendario: tra negoziato legislativo, bando e selezione, il rischio è di arrivare a regole perfette quando Starlink e soci avranno già conquistato i clienti con altre bande e altri accordi. La seconda è la sostanza dietro il requisito del “controllo europeo”: scritto bene, fa nascere un campione continentale; scritto male, diventa un vestito su misura per la solita scatola societaria con la bandiera giusta. Il cielo sopra l’Europa, per una volta, ha le regole prima dei satelliti: adesso servono i satelliti.