
La data è slittata di qualche mese, e la parte più rumorosa del piano è sparita dal discorso. Parlando la settimana scorsa alla conferenza Communacopia + Technology di Goldman Sachs, il direttore finanziario di SpaceX Bret Johnsen ha detto che il servizio mobile via satellite verso gli smartphone, quello “di qualità 5G”, partirà nel primo semestre del 2028. Ad agosto, nella call sui conti, l’obiettivo era la fine del 2027. E sulla domanda che conta di più per gli operatori, se SpaceX costruirà davvero una rete terrestre per fare loro concorrenza in città, la risposta è diventata un “teniamo aperte tutte le opzioni”. Lo racconta Light Reading, che ha seguito l’intervento e lo ha messo in fila con le risposte, tutt’altro che tenere, arrivate nella stessa settimana da AT&T, Verizon e T-Mobile.
Una nuova costellazione, un nuovo calendario
Il piano industriale, nella versione di Johnsen, ha tre tappe. Nel corso del 2027 SpaceX manderà in orbita, con Starship, una nuova costellazione di satelliti direct-to-device in orbita bassa; nella prima metà del 2028 accenderà il servizio; e quel servizio sarà “completamente diverso da qualunque cosa esista”, un “5G di piena qualità” e non il solo testo che oggi T-Mobile offre con la prima generazione di satelliti. Il direttore finanziario ha respinto l’idea che il mobile sia una “distrazione” per un’azienda impegnata a investire nella banda larga satellitare e nelle infrastrutture per l’intelligenza artificiale, a terra e in orbita: il mobile, nella sua descrizione, resta uno dei tre pilastri su cui SpaceX sta spendendo, non un esperimento a margine. Tutto, però, dipende da Starship: il prossimo volo, il quattordicesimo, previsto entro fine mese, sarà secondo Johnsen il primo “che genera ricavi”, perché porterà in orbita satelliti V3 di produzione per la banda larga, dopo il volo di luglio con i primi V3 dimostrativi. I satelliti direct-to-device di nuova generazione derivano dallo stesso modello: “cambieremo il carico utile e dal prossimo anno saremo in grado di consegnare i satelliti per costruire la nostra rete mobile”.
Le femtocelle che nessuno ha nominato
Il mese scorso la dirigenza di SpaceX aveva messo nero su bianco l’intenzione di competere frontalmente con gli operatori americani, non solo di riempire i buchi di copertura nelle zone remote, e l’arma indicata erano piccole celle da tetto, chiamate femtocelle, da installare accanto alle parabole Starlink. Un’idea accolta con scetticismo dagli analisti e con aperta derisione dagli operatori. Davanti agli investitori Johnsen non ha pronunciato la parola. Ha detto che l’azienda ha tempo “per capire esattamente se ci sono altri asset di cui abbiamo bisogno”, e ha ricordato che lo spettro comprato da EchoStar, in banda media, quello con cui SpaceX ha chiuso il cerchio delle sue frequenze americane, ha già l’autorizzazione della FCC sia per l’uso dallo spazio sia per quello terrestre: “se ci serve, possiamo mettere in piedi soluzioni terrestri, oppure lavorare con gli operatori esistenti. Siamo aperti a molti modi diversi di farlo”. Light Reading legge tra le righe due cose: che SpaceX spera ancora in un accordo da operatore virtuale con uno dei tre grandi, nonostante tutti e tre abbiano detto di non essere interessati, come John Stankey di AT&T con la frase “un problema che non ho”; e che il silenzio sulle femtocelle somiglia a una marcia indietro. Quale che sia il piano per la rete, SpaceX non è pronta a raccontarlo, o non ce l’ha ancora.
La settimana delle risposte
Gli operatori, intanto, hanno usato lo stesso circuito di conferenze per spiegare perché non hanno paura. Peter Osvaldik, direttore finanziario di T-Mobile, ha detto che l’industria “ride” della strategia delle femtocelle e che “la fisica semplicemente non permette al direct-to-cell di essere un prodotto sostitutivo”. Dan Schulman, amministratore delegato di Verizon, ha definito Starlink “non un concorrente diretto”, che “non può competere senza una rete terrestre nelle aree urbane e suburbane”. Stankey, senza fare nomi, ha aggiunto che “l’idea di servire la mobilità dall’esterno non è semplicemente il modo in cui le reti sono architettate oggi”, e che celle piccolissime “dispiegate a caso” non risolveranno il problema. Johnsen ha risposto a modo suo: l’industria wireless “non innova da decenni”, il servizio che si compra oggi è “in gran parte lo stesso” di sempre, mentre un prodotto “senza zone morte, con roaming globale”, venduto allo stesso prezzo o poco meno, sarebbe “piuttosto magico”. E sulla joint venture satellitare annunciata dai tre grandi per la copertura rurale ha lasciato cadere una parola pesante: “un cartello, forse. Non sono un avvocato, lascio che se la sbrighino loro”.
Il commento della redazione
Tra le due settimane di dichiarazioni c’è una differenza di sostanza che vale la pena isolare. Gli operatori parlano di fisica, e sulla fisica hanno ragione: un satellite a qualche centinaio di chilometri non entra in un appartamento al terzo piano, e lo dice anche chi il servizio lo vende. SpaceX parla di calendario e di spettro, e su quelli ha dei fatti in mano: le frequenze in banda media autorizzate anche a terra sono un asset che nessun altro operatore satellitare possiede. Il punto è che quelle frequenze, usate da terra, richiedono esattamente ciò che Johnsen ha smesso di nominare: siti, tanti, in città. Il rinvio al 2028 non è drammatico, sei mesi su un progetto che dipende da un razzo ancora in fase di test sono fisiologici. Il segnale vero è il cambio di tono: da “vi ruberemo i clienti” a “siamo aperti a lavorare con gli operatori” in quattro settimane. Per chi guarda dall’Europa, dove gli accordi con Starlink Mobile per il 2028 si firmano da partner e non da rivali, è la notizia migliore della settimana: il quarto operatore che scende dal cielo, per ora, sta cercando una porta d’ingresso a terra.