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Il quarto operatore scende dal cielo: SpaceX promette che Starlink Mobile ruberà clienti ad AT&T, Verizon e T-Mobile

redazione
Ultimo aggiornamento: 19/08/2026
redazione
8 Minuti di lettura
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Costellazione di satelliti Starlink che illumina il Nord America notturno e si collega a uno smartphone gigante: Starlink Mobile sfida gli operatori USA

C’è un momento preciso in cui un fornitore di nicchia smette di essere una curiosità e diventa una minaccia, e per i tre grandi operatori mobili americani quel momento è arrivato questa settimana. Gwynne Shotwell, presidente di SpaceX, ha dichiarato agli investitori — a margine della prima trimestrale del gruppo da società quotata — che Starlink Mobile intende conquistare “parecchi” clienti oggi serviti da Verizon, AT&T e T-Mobile, affiancando alla costellazione satellitare una vera rete terrestre. Non è una frase buttata lì: è la seconda volta in poche settimane che Shotwell tocca pubblicamente l’argomento, e a Wall Street il messaggio è arrivato forte e chiaro, con i titoli dei tre carrier finiti immediatamente sotto pressione.

Per capire perché stavolta la minaccia viene presa sul serio bisogna guardare i numeri che l’accompagnano. Nel trimestre chiuso al 30 giugno, riportato da Reuters, SpaceX ha registrato ricavi per 7,8 miliardi di dollari contro i 4,1 dello stesso periodo dell’anno scorso: quasi il doppio. Le perdite operative si sono ridotte da 970 a 143 milioni, e l’azienda prevede di raggiungere un run rate di 100 miliardi di dollari di fatturato entro dicembre. Il motore di tutto è proprio Starlink, che ormai vale oltre metà dei ricavi del gruppo: +66% di fatturato nel trimestre, +79% di reddito operativo e una base abbonati raddoppiata a 12 milioni. L’unico neo è l’ARPU, sceso del 22% per effetto dell’espansione in mercati meno ricchi e dei piani tariffari più economici — un problema che i tre carrier americani conoscono benissimo, visto che è la ragione per cui difendono con le unghie i loro clienti premium. Gli stessi clienti che Shotwell ha appena dichiarato di voler andare a prendere.

L’arma segreta, poi tanto segreta non è: lo spettro. L’anno scorso SpaceX ha completato l’acquisizione di 65 MHz di frequenze da EchoStar, un’operazione da quasi 20 miliardi di dollari che all’epoca era stata letta soprattutto in chiave direct-to-cell, cioè per far parlare i satelliti direttamente con gli smartphone nelle zone senza copertura. La dichiarazione di Shotwell ribalta la prospettiva: quelle frequenze possono alimentare anche una rete cellulare terrestre, trasformando Starlink da servizio complementare — il tappabuchi delle aree remote — a operatore mobile completo, con il satellite a fare da copertura universale e le antenne a terra a gestire il traffico dove serve capacità. È la convergenza cielo-terra di cui si parla da anni, ma percorsa nella direzione opposta: non è l’operatore terrestre che si compra il satellite, è il satellite che scende a terra. La partita dello spettro EchoStar, del resto, l’avevamo raccontata anche sul fronte opposto: AT&T ha pagato 23 miliardi per la sua porzione delle stesse frequenze, segno che tutti sapevano quanto quella moneta valesse.

C’è un dettaglio che rende la vicenda quasi teatrale. Poche settimane fa il numero uno di AT&T, John Stankey, aveva liquidato con una battuta l’idea di ospitare Starlink come operatore virtuale sulla propria rete: “un problema che non ho”, disse, spiegando di non voler dare una mano a chi domani potrebbe diventare un concorrente. Visto da oggi, quel rifiuto sembra preveggente e al tempo stesso inutile: il concorrente è arrivato lo stesso, solo dalla porta principale invece che da quella di servizio. E ha pure una catena di montaggio tutta sua: il tredicesimo volo di Starship, che abbiamo seguito qui, ha appena dimostrato il rilascio in volo dei satelliti V3, quelli con capacità dieci volte superiore, e il quattordicesimo test è già in agenda questo mese. Nessun operatore al mondo può lanciarsi in orbita l’infrastruttura da solo, al ritmo di un razzo al mese.

Detto questo, la prudenza degli analisti è sacrosanta. Craig Moffett di MoffettNathanson, una delle voci più ascoltate del settore, ha definito “straordinariamente difficile” per Starlink competere frontalmente con i tre carrier nei prossimi cinque anni senza un accordo MVNO con uno di loro. I numeri gli danno ragione: Verizon, AT&T e T-Mobile hanno impiegato decenni e centinaia di miliardi per costruire le loro reti, con decine di migliaia di siti ciascuno, negozi, spettro pregiato in tutte le bande e — dettaglio non secondario — la fedeltà abitudinaria di trecento milioni di americani. Con 65 MHz e una costellazione, per quanto formidabile, non si replica tutto questo in un lustro. Le strade alternative esistono: un’acquisizione (il mercato americano non manca di operatori in difficoltà, come ha mostrato la parabola di EchoStar), oppure un modello ibrido in cui il grosso del traffico passa dal cielo e la rete a terra copre solo le aree dense. Ma ognuna di queste scorciatoie ha un conto salato allegato.

E l’Europa? Per ora osserva, ma farebbe bene a non sentirsi spettatrice. Il servizio direct-to-cell di Starlink è già attivo con operatori partner in diversi Paesi, e il giorno in cui la costellazione potrà offrire un servizio mobile decente senza passare da un partner locale, l’unica vera barriera rimasta saranno le licenze nazionali sullo spettro. Le authority europee, AGCOM compresa, hanno in mano una leva regolamentare che i colleghi americani stanno per veder mettere alla prova: come si tratta un operatore che non ha bisogno di costruire nulla nel tuo Paese per servirlo?

Il commento della redazione: la notizia vera non è che Starlink voglia fare l’operatore mobile — Musk lo lascia intendere da anni — ma che ora abbia i mezzi per provarci e lo dica ufficialmente agli investitori, con il vincolo di verità che una società quotata si porta addosso. Il paradosso è che i 18 miliardi di investimenti trimestrali di SpaceX oggi vanno per l’85% all’intelligenza artificiale, non alle telecomunicazioni: la telefonia mobile è la terza priorità di un’azienda che sta già combattendo su due fronti giganteschi. I tre carrier possono consolarsi così, per ora. Ma la storia delle telecomunicazioni insegna che i mercati protetti da barriere “invalicabili” — il rame, le licenze, le torri — sono esattamente quelli dove i nuovi entranti, quando finalmente trovano il varco, fanno più male. Il varco, stavolta, passa quattrocento chilometri sopra le nostre teste. E per una volta la domanda giusta non è se Starlink diventerà il quarto operatore americano, ma quanto costerà agli altri tre impedirglielo.

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