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Rete MobileSAT

Venti Starlink dal dispenser: il volo 13 di Starship apre l’era dei satelliti V3 (e perde un altro booster)

redazione
Ultimo aggiornamento: 29/09/2026
redazione
8 Minuti di lettura
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Starship rilascia uno alla volta i primi satelliti Starlink V3 dal dispenser, con la Terra sullo sfondo

Venerdì sera, quando in Italia erano quasi le 23:51, dalla base di Starbase in Texas si è alzato per la tredicesima volta il razzo più grande mai costruito. Centoventiquattro metri di acciaio, 33 motori Raptor accesi tutti insieme, circa 7.200 tonnellate di spinta: numeri che ormai conosciamo a memoria. La differenza, questa volta, stava nella pancia della nave: per la prima volta Starship non trasportava zavorra o simulatori, ma venti satelliti Starlink di terza generazione, i primi V3 mai arrivati nello spazio. E li ha rilasciati tutti, uno alla volta, dal famoso portello a fessura vicino al muso che gli ingegneri di SpaceX chiamano scherzosamente il dispenser Pez, come il distributore di caramelle.

Contents
Il dispenser funziona, e i satelliti rispondonoPerché i V3 cambiano i numeri della reteIl booster, ancora lui

Il dispenser funziona, e i satelliti rispondono

Andiamo con ordine, perché il volo 13 — raccontato in diretta da SpaceX e ricostruito nei dettagli da Spaceflight Now — è stato un test quasi da manuale per la parte che interessa a chi si occupa di reti. La salita è filata liscia, con tutti i 33 motori del primo stadio regolari e la separazione pulita. La Ship, lo stadio superiore, ha completato la spinta con i suoi sei Raptor senza perdere colpi (a maggio, nel primo volo della versione 3, uno si era spento in anticipo) e una volta in traiettoria ha aperto il portello e ha cominciato a distribuire i venti Starlink V3, uno dietro l’altro, in fila indiana sopra l’oceano.

Un chiarimento importante: quei satelliti non sono entrati in servizio, né dovevano. La traiettoria era volutamente suborbitale — Starship non ha ancora mai raggiunto l’orbita vera e propria — e i venti V3 sono rientrati in atmosfera una ventina di minuti dopo il rilascio, disintegrandosi come previsto dal piano di volo. Ma nel frattempo SpaceX è riuscita a stabilire il contatto con tutti e venti, e sei di loro, equipaggiati con telecamere, hanno ripreso lo scudo termico della nave per aiutare gli ingegneri a valutarne lo stato prima del rientro. Meccanica di rilascio, separazione, comunicazione: tutto quello che serviva dimostrare è stato dimostrato.

La Ship ha poi completato il suo compito con un’eleganza inedita: riaccensione di un Raptor nello spazio (la manovra che servirà per le missioni lunari), rientro atmosferico superato, ammaraggio verticale nell’Oceano Indiano a nord-ovest dell’Australia dopo un’ora e cinque minuti di volo. Per la prima volta la nave non è esplosa ribaltandosi in acqua: è rimasta a galla, tanto che SpaceX ha potuto mandarle vicino un drone per ispezionare da vicino le piastrelle dello scudo. Space.com l’ha definito «lo splashdown più morbido di sempre».

Perché i V3 cambiano i numeri della rete

Se seguite TLCworld sapete perché questo test ci interessa così tanto. I V3 sono i satelliti su cui SpaceX ha costruito la sua richiesta alla FCC di una costellazione da 100.000 satelliti Gen3, e sono macchine di un’altra categoria rispetto ai V2 Mini che il Falcon 9 lancia oggi: troppo grandi e pesanti per qualunque altro razzo, hanno senso solo dentro Starship. Secondo i numeri dichiarati dall’azienda e ripresi da TechCrunch, un singolo lancio di Starship con 60 V3 a bordo equivale a un aumento di capacità in downlink di circa venti volte rispetto a un lancio di Falcon 9. Non un ritocco: un cambio di scala, quello che dovrà trasformare Starlink da rete “di riserva” per le zone scoperte a infrastruttura con capacità paragonabile a quella terrestre.

Ed è qui che il discorso tocca gli operatori mobili. Il direct-to-cell oggi vive di margini stretti: funziona, cresce — in Giappone docomo ha collegato 5 milioni di persone in due mesi — ma la capacità per utente resta quella che è, e non a caso c’è chi, come AT&T, liquida l’ipotesi di un MVNO satellitare come un non-problema. I V3 sono esattamente la variabile che può cambiare quel calcolo: più potenza, più banda, più fasci per cella. Il volo di venerdì non mette ancora un solo V3 in servizio, ma dimostra che la catena logistica per portarceli — razzo, dispenser, satellite — esiste e funziona.

Il booster, ancora lui

Il rovescio della medaglia è tornato puntuale al momento del rientro del primo stadio. Il Super Heavy ha eseguito bene la discesa fino alla manovra finale: al momento di riaccendere i 13 motori del landing burn ne sono ripartiti solo 10, e all’impatto con l’acqua del Golfo del Messico ne risultavano accesi cinque. Ammaraggio troppo veloce, “duro” per usare l’eufemismo di rito, ed esplosione a contatto con l’acqua. È il secondo problema consecutivo per il booster della versione 3, dopo quello di maggio che aveva mancato il punto di ammaraggio previsto. Senza contare che questo volo arrivava già zoppicando: il tentativo del 16 luglio era stato abortito dal computer a motori accesi, con quattro Raptor che non erano partiti e sei motori sostituiti prima del nuovo tentativo.

Il dettaglio non è cosmetico, ed è la prima volta che a guardare non ci sono solo gli appassionati: questo era il primo volo di Starship da quando SpaceX è quotata in Borsa, dopo l’IPO record di giugno. Il titolo, che aveva toccato i 200 dollari, venerdì ha chiuso a 115, e nel dopo-mercato ha perso un altro 2% alla notizia del booster. La filosofia “vola, fallisci, correggi” che ha costruito il Falcon 9 ora deve convivere con gli azionisti — e con la NASA, visto che un rapporto del GAO pubblicato giovedì elenca i ritardi accumulati dal programma lunare che dipende proprio da questa nave.

Il nostro punto di vista è semplice: dei due volti di questo volo, per il mondo delle telecomunicazioni conta molto di più il primo. Il riuso del booster è un problema economico serio — senza recuperare il primo stadio, i conti della costellazione peggiorano parecchio, come ammette la stessa SpaceX nei documenti di quotazione — ma è un problema di ottimizzazione, di quelli che l’azienda di Hawthorne ha sempre finito per risolvere. La dimostrazione che venti V3 possono uscire in fila da quel portello e mettersi a parlare con la Terra, invece, è il mattone che mancava a tutto l’edificio raccontato in questi mesi: le costellazioni da centomila satelliti, il direct-to-device che diventa globale, gli operatori terrestri che si chiedono se il cielo sia un alleato o un concorrente. Da venerdì sera quella domanda è un po’ meno teorica.

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