
Ci sono confessioni che arrivano nel posto meno adatto, in coda a una trimestrale. Mercoledì 23 settembre Tuas, la società quotata in Australia che controlla l’operatore mobile singaporiano Simba, ha presentato conti in forte crescita e, durante la call con gli analisti, ha ammesso per la prima volta di aver usato frequenze oltre i limiti concessi dal regolatore. «C’era un uso dello spettro autorizzato dall’IMDA, e poi lo abbiamo usato al di fuori delle limitazioni previste per quello scopo», ha detto il company secretary Tony Moffatt, secondo The Business Times. La banda è quella dei 2.300 MHz, usata per il 4G; la causa, secondo il management, «una combinazione di problemi hardware e software», senza altri dettagli. È la frase che a maggio ha fatto saltare un’operazione da 1,4 miliardi di dollari di Singapore.
Come si perde un’acquisizione per qualche megahertz
Bisogna tornare all’agosto 2025, quando Keppel, il conglomerato che possiede M1, uno dei quattro operatori di Singapore, aveva accettato di venderne il ramo telecomunicazioni proprio a Simba, l’ex TPG Singapore nata nel 2016 dopo un’asta dell’IMDA e ribattezzata nel 2022, per 1,43 miliardi di dollari singaporiani. L’accordo era in attesa del via libera dell’Infocomm Media Development Authority, l’autorità di settore, che lo stava valutando secondo il codice della concorrenza su telecomunicazioni e media, verificando se la fusione avrebbe «ridotto significativamente la concorrenza» e se l’infrastruttura critica avrebbe retto ai requisiti di cybersicurezza. Il 18 maggio, racconta ancora il quotidiano, l’IMDA ha sospeso l’esame «fino a nuovo avviso» perché aveva appreso che Simba «potrebbe aver usato bande di frequenza che non le erano assegnate» per fornire servizi mobili: un fatto che, se confermato, «costituirebbe uso non autorizzato dello spettro, in violazione del Telecommunications Act del 1999 e delle condizioni della licenza». Quattro giorni dopo, il 22 maggio, Keppel e Tuas hanno confermato che l’operazione era morta: la condizione dell’autorizzazione non era stata soddisfatta entro la scadenza prorogata del 21 maggio. Keppel ha attivato un «piano B» di efficienza per M1 in 90 giorni; Tuas si è ritrovata con 322 milioni raccolti dagli istituzionali e 42,5 milioni dai soci per un acquisto che non c’è più, e ancora oggi il consiglio non ha deciso che farne.
Che cosa rischia Simba adesso
L’ammissione di mercoledì chiude la parte dei fatti, non quella delle conseguenze. Nella relazione annuale Tuas scrive che l’IMDA «non ha ancora indicato a Simba quali conseguenze dovrebbero seguire» se accertasse l’uso improprio, e le elenca: sanzioni pecuniarie, modifiche o revoca delle licenze per operare a Singapore, e «conseguenze personali per gli individui coinvolti». Moffatt ha detto di non sapere quando arriverà la decisione. «Restiamo pienamente collaborativi con l’IMDA sulla questione dell’uso non autorizzato dello spettro e attendiamo la loro decisione formale», ha scritto il presidente esecutivo David Teoh nella relazione. Un portavoce dell’autorità, interpellato dal Business Times, ha risposto che l’indagine è ancora in corso e che verranno prese «le appropriate azioni di enforcement» se emergeranno irregolarità.
Il paradosso è che, nel frattempo, il business va benissimo. Nell’esercizio chiuso il 31 luglio l’utile netto è salito del 277 per cento a circa 26 milioni di dollari singaporiani, i ricavi del 24 per cento a 187,6 milioni, l’EBITDA sottostante del 22 per cento a 83,8 milioni, al netto di 3,7 milioni di spese per la due diligence dell’acquisizione fallita. Le linee mobili attive sono passate da 1,3 a quasi 1,5 milioni, con un ricavo medio lordo per utente di 9,42 dollari al mese, più 62.000 clienti di fibra. Tuas prevede ora tra 15 e 30 milioni di spese aggiuntive per adeguarsi ai requisiti di cybersicurezza imposti dai regolatori, e non si considera esclusa da future consolidazioni: «Non credo che ci verrà impedito di partecipare», ha detto Moffatt, aggiungendo però che «non c’è nulla, in questa fase, che faccia pensare che accada a breve». Il mercato ha giudicato diversamente: il titolo ha chiuso a 1,785 dollari australiani, in calo del 23,4 per cento in un giorno, e del 74,8 per cento da inizio anno.
Il commento della redazione
Questa storia ci piace perché rovescia la scala delle cose. Nel racconto abituale delle telecomunicazioni lo spettro è una voce di bilancio, un’asta, un rinnovo: qualcosa che si compra e poi si dimentica. A Singapore è bastato un uso «fuori dalle limitazioni» di una banda 4G, per cause che l’azienda stessa liquida come hardware e software, per far saltare la vendita di uno storico operatore, tenere fermi 364 milioni raccolti dagli investitori e mettere sul tavolo la revoca di una licenza. La lezione tecnica è vecchia come la radio: le frequenze che si usano devono coincidere con quelle assegnate, e i regolatori seri se ne accorgono. La lezione industriale è più nuova: un’autorità che ferma una fusione da un miliardo e mezzo per una violazione dello spettro sta dicendo che la fiducia nell’uso delle frequenze vale più della consolidazione.
Il confronto con altri mercati è istruttivo. Poche settimane fa raccontavamo la revoca della licenza al quarto operatore dello Zambia, per rete mai costruita e contributi non pagati; e l’azione dell’ACMA contro Optus per il blackout delle chiamate d’emergenza. Simba è il caso opposto: un nuovo entrante che cresce, guadagna, arriva a comprarsi un concorrente, e inciampa su una regola di base. Che l’IMDA abbia scelto di non guardare dall’altra parte, con una fusione sul tavolo che lo stesso mercato invocava, dice qualcosa che vale anche da noi, dove il dibattito sullo spettro è tutto su durata e prezzo delle licenze e quasi mai su chi controlla che vengano rispettate. Resta da vedere quale sarà la sanzione. Ma il fatto che un operatore con un milione e mezzo di clienti abbia dovuto ammettere in pubblico di aver sbagliato frequenze, e che il regolatore non abbia ancora deciso se lasciarlo operare, è già una notizia.