
I tre grandi operatori mobili americani si fanno concorrenza su tutto, e per una volta hanno firmato la stessa carta. AT&T, T-Mobile e Verizon hanno sottoscritto l’accordo definitivo che dà vita alla joint venture annunciata a maggio per eliminare le dead zone, le aree degli Stati Uniti dove nessuna rete mobile arriva, usando il satellite in direct-to-device, cioè il collegamento diretto fra satellite e smartphone normale. Il comunicato, diffuso oggi da AT&T e ripreso da Light Reading, nomina anche il primo amministratore delegato ad interim, Paul Roth, e dice che la società sarà governata da un consiglio con un rappresentante per ciascuno dei tre fondatori. Quello che non dice è altrettanto interessante.
Da maggio a oggi: lo spettro in comune
L’idea era stata presentata a metà maggio come «accordo di principio», con i tre amministratori delegati a fare da testimonial. Il punto tecnico, allora come oggi, è uno: mettere in comune «risorse limitate di spettro» terrestre per aumentare la capacità e offrire ai fornitori satellitari «una piattaforma unificata» per raggiungere più clienti, anziché costringere ogni costellazione a integrarsi separatamente con ogni operatore. Nella nota di maggio John Stankey di AT&T parlava di «un’autostrada rurale, un parco nazionale, una barca o un’emergenza», Srini Gopalan di T-Mobile ricordava di aver «lanciato la prima rete direct-to-device nazionale via satellite per messaggi e dati» e Dan Schulman di Verizon prometteva «più opzioni per i clienti» e «più concorrenza fra i fornitori satellitari».
L’accordo definitivo conferma la lista dei benefici promessi, parola per parola. Per i clienti: quasi azzerare le zone senza servizio, una connettività ridondante quando le reti a terra vengono meno «per disastri naturali estremi o altre interruzioni insolite», prestazioni più costanti e un accesso più semplice ai servizi satellitari attraverso i vari fornitori, e «specifiche tecniche comuni» per un’esperienza uniforme. Per l’industria: più fornitori satellitari messi in condizione di competere, un’integrazione tecnica più facile per gli operatori mobili, compresi quelli rurali con cui la JV intende lavorare, una piattaforma «neutrale rispetto alla tecnologia», un uso più efficiente dello spettro nazionale in licenza e la compatibilità dei dispositivi, con un approccio basato sugli standard che coinvolga chi fa sistemi operativi, app e telefoni. Gli accordi satellitari esistenti di ciascun operatore restano in piedi, e ognuno può continuare per conto proprio.
Chi guida, e chi manca
Paul Roth, l’amministratore delegato ad interim, è descritto come un veterano del wireless con incarichi dirigenziali in AT&T, Cingular Wireless e Ameritech; la ricerca del CEO definitivo è in corso. È l’unico nome nuovo rispetto a maggio. Mancano invece, oggi come allora, le cose che permetterebbero di valutare il progetto: quale spettro conferisce ciascun operatore, in quali bande, con quali satelliti e quando. A maggio Light Reading aveva notato che senza questi dettagli l’annuncio «sembrava più una dichiarazione d’intenti», e l’accordo definitivo non li aggiunge.
Il contesto, però, lo si conosce. T-Mobile ha come partner Starlink; AT&T e Verizon lavorano con AST SpaceMobile, e Verizon anche con Skylo. SpaceX, intanto, ha accumulato spettro mobile con l’acquisto delle frequenze di EchoStar e prepara una costellazione direct-to-device più capace, e ha spostato al 2028 il suo 5G dal satellite lasciando aperta la porta agli operatori. Per Roger Entner di Recon Analytics, citato da Light Reading a maggio, la posta è lo standard: con una piattaforma unica «diventa più facile passare da Starlink ad AST ad Amazon Leo», altrimenti «Elon Musk fissa lo standard perché pensa di essere lo standard. Nessuno vuole vivere nel mondo di Elon». Tim Farrar di TMF Associates la leggeva come «un fronte unito in qualunque negoziato per usare il sistema di nuova generazione di Starlink». Gli analisti di LightShed, più scettici, scrivevano che i tre operatori erano semplicemente «nervosi» e che l’annuncio, arrivato poche settimane prima del roadshow dell’IPO di SpaceX, «era il punto, non l’accordo».
I piccoli del satellite, del resto, hanno applaudito subito. Parth Trivedi, amministratore delegato di Skylo, ha dichiarato che il futuro del direct-to-device «lo vincerà chi farà funzionare la connettività satellitare in modo carrier-grade, basato sugli standard e interoperabile fra dispositivi, reti e geografie», e che «qualunque mossa dia agli operatori una voce più forte in quel futuro va accolta con favore». Abel Avellan, presidente e CEO di AST SpaceMobile, ha detto di essere «felice di vedere come l’industria si sta preparando» e che AST intende essere «un abilitatore chiave di questa trasformazione». Lo stesso Stankey, nella conference call del primo trimestre 2026, aveva detto di aspettarsi «almeno tre» operatori satellitari a servire gli Stati Uniti, citando Amazon Leo e SpaceX accanto ad AST: una piattaforma unica serve esattamente a rendere economico il secondo e il terzo accordo, non solo il primo.
Il nostro commento
Che l’accordo definitivo sia arrivato in quattro mesi e mezzo, con un amministratore delegato e un consiglio, è la risposta a chi a maggio parlava di annuncio di facciata: la società esiste. Che arrivi ancora senza una banda, un megahertz o una data è la conferma che la parte difficile deve cominciare. Mettere in comune spettro fra tre concorrenti che su quello spettro hanno speso miliardi è un esercizio che negli Stati Uniti non ha precedenti su questa scala, e ogni dettaglio mancante è un negoziato in corso.
Il senso strategico, invece, ci sembra chiaro e lo abbiamo seguito da mesi: AT&T che rifiuta l’MVNO satellitare di Starlink, T-Mobile che minimizza il piano mobile di SpaceX, e ora i tre insieme a scrivere le specifiche a cui ogni costellazione dovrà adeguarsi. È la stessa logica dei quattro grandi europei che studiano un consorzio sui 2 GHz: se lo spettro per il direct-to-device lo mettono gli operatori, sono gli operatori a dettare le regole. Il lettore italiano può prenderne nota, perché l’alternativa, cioè una costellazione sola che compra frequenze e arriva ai telefoni da sé, è esattamente quello che SpaceX sta provando a fare dall’altra parte dell’Atlantico. La JV americana dirà, con i fatti e non con i comunicati, se un cartello di operatori può battere un monopolio in orbita.
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