
«Tutti volevano possedere ogni pezzo del loro trenino elettrico», dice Steve Cray, amministratore delegato di Cellnex UK, a proposito degli operatori europei che un tempo consideravano i tralicci un bene strategico. «Era davvero una necessità per il loro business?». La domanda, raccolta stamattina da Iain Morris su Light Reading, è la storia stessa di Cellnex: la società spagnola che ha comprato le torri che le telco non volevano più e che oggi, nel Regno Unito, spera che la fusione fra Vodafone e Three costringa i rivali a costruire nuovi siti. Due giorni fa abbiamo raccontato la Cellnex polacca che compra le radio da Ericsson; quella britannica fa un mestiere più tradizionale.
La sbornia dopo la corsa alle torri
Prima del 5G, ricorda Light Reading, molte telco europee hanno scorporato o venduto i tralicci e Cellnex li ha comprati: da circa 21.000 siti nel 2016 a più di 100.000 cinque anni dopo, diventando la più grande tower company del continente. L’idea era che con il 5G i nuovi inquilini facessero a gara per aggiungere siti e apparati. Poi è arrivata la sbornia. L’azione, che nell’agosto 2021 aveva toccato quasi 61 euro, è scesa intorno ai 23, dove stava quando l’Europa accese la sua prima rete 5G nel 2019. La crescita dei ricavi è passata dal 58% del 2021 all’1% dell’anno scorso, a circa 4,4 miliardi di euro; la perdita netta è salita da 588 a 925 milioni e il debito netto da 6,5 miliardi nel 2020 a 20,8 miliardi. Dal 2021 il parco torri è cresciuto appena, a 111.752, e nel 2022 l’antitrust britannico, la CMA, ha imposto alla filiale UK di cedere circa 1.100 torri.
Resta comunque, nelle parole di Cray, «il più grande fornitore indipendente di infrastruttura condivisa» del Paese: 14.000 torri, rafforzate dall’acquisto dei siti che erano di Hutchison, in un mercato in cui BT, l’incumbent, gestisce circa 19.000 siti mobili.
Perché una fusione che toglie siti può portare clienti
La scommessa di Cray sembra controintuitiva. La fusione fra Vodafone e Three, completata l’anno scorso, ha ridotto gli operatori britannici da quattro a tre, cioè i potenziali clienti di una tower company, e VodafoneThree sta dismettendo siti: un anno fa ne gestiva circa 33.000 e punta a chiudere la fusione delle due reti con 26.000-28.000. Molte di quelle torri erano di Hutchison, usate da Three, e oggi sono di Cellnex. Eppure il conto che fa Cray è un altro: anche dopo le dismissioni, VodafoneThree avrà una rete molto più grande di BT e di Virgin Media O2, che si stima gestisca anch’essa circa 19.000 siti. «Una delle ambizioni chiare della CMA, quando ha approvato la fusione, era vedere una risposta anche dagli altri operatori», dice. «Se guardi il numero di siti dei due principali concorrenti di VodafoneThree, è nettamente inferiore a quello che avrà Vodafone nella sua nuova rete combinata, e ci sarà bisogno, ne sono sicuro, che anche quelle reti acquisiscano più siti».
Qualche segnale c’è già. A marzo VMO2 ha firmato con Ericsson e Nokia contratti quinquennali per l’aggiornamento della sua rete 5G, un anno dopo quelli di VodafoneThree con gli stessi fornitori, con cui sta sostituendo i vecchi apparati Huawei e Samsung. E c’è il problema del 5G britannico, che i barometri recenti collocano in fondo alle classifiche europee. «Abbiamo una buona copertura complessiva in termini geografici, ma non la profondità di copertura», ammette Cray, che lega il problema ai prezzi, più bassi che in mercati comparabili: «Deve esserci una relazione fra i ricavi che entrano agli operatori e la loro capacità di investire nelle reti». Il passaggio allo Standalone, con la nuova core 5G e le offerte di slicing lanciate da BT e VodafoneThree nelle ultime settimane, potrebbe aiutare, nella sua lettura.
Condividere le radio non fa paura, dice il padrone delle torri
C’è un secondo paradosso. Oltre a vendere le torri, molte telco europee sono diventate più disponibili a condividere anche gli apparati attivi, non solo il traliccio. Nel Regno Unito Vodafone e VMO2 condividono le stazioni radio base da anni attraverso la joint venture Cornerstone, e la fusione porta nell’accordo anche i siti dell’ex Three. Per una tower company a caccia di inquilini potrebbe sembrare una cattiva notizia; Cray la vede al contrario, se libera soldi per la densificazione. «Man mano che le reti devono crescere, costruire un sito che serve più utenti ha semplicemente un gran senso economico», dice. «Avere di più sui siti esistenti o condivisi, o anche su nuovi siti condivisi, sarà la chiave».
E qui sta la differenza con la Polonia. Cray non prevede di comprare radio per i siti macro da Ericsson e Nokia e trasformare Cellnex in un operatore all’ingrosso: «Non vogliamo competere con i nostri stessi clienti come un altro operatore». Ma gli apparati attivi li compra già, da Ericsson e da Andrew, per le small cell, i sistemi in edificio e i DAS. La densificazione, prevede, arriverà da un mix di nuovi siti macro e da «un aumento significativo delle small cell e di altri modi per migliorare la copertura in modo molto localizzato». Un esempio è la Brighton Main Line, la ferrovia fra Londra e la costa sud: con VMO2 Cellnex sta costruendo siti macro lungo i binari e usando DAS in galleria e nei punti difficili. Per i pendolari a lungo privi di un servizio decente, scrive Morris, potrebbe essere un sollievo molto gradito.
Il commento della redazione
Messe una accanto all’altra, Varsavia e Londra raccontano la stessa azienda che fa due mestieri. In Polonia Cellnex gestisce la radio di un operatore e compra le antenne come farebbe un gestore; nel Regno Unito dice di non volerlo fare, e punta a vendere spazio su tralicci e a mettere small cell dove la macro non arriva. Non è incoerenza: è il mercato che decide. Dove un operatore ha ceduto la rete intera, la tower company diventa rete; dove gli operatori restano quattro, poi tre, e si condividono le radio fra loro, alla tower company resta il ferro e la densificazione.
La tesi di Cray, che la fusione spinga BT e VMO2 a costruire, è plausibile ma è anche la tesi di chi ci guadagna, e i numeri del gruppo mostrano quanto ne abbia bisogno. Il dato che ci colpisce di più è quello sulla profondità: buona copertura geografica, poca sostanza sotto, e prezzi che non pagano gli investimenti. Da noi ai siti condivisi si è arrivati con la joint venture TIM e Fastweb+Vodafone per 6.000 nuovi siti, costruita dagli operatori stessi. Torre di Cellnex o sito in comproprietà, per chi tiene il telefono in mano conta una cosa sola: che l’antenna ci sia, e che sia accesa.
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