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Rete Mobile

Il pedaggio che non arriverà mai: Deutsche Telekom archivia il fair share, e alle telco manca un piano B

redazione
Ultimo aggiornamento: 29/09/2026
redazione
7 Minuti di lettura
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Casello autostradale deserto all'alba con le corsie vuote: la fine del fair share, il pedaggio che le telco europee non incasseranno mai

Per anni è stato il mantra dei salotti buoni delle telecomunicazioni europee, ripetuto sui palchi di ogni Mobile World Congress: le grandi piattaforme americane intasano le nostre reti con i loro video e i loro giga, e non pagano un centesimo per mantenerle. Che contribuiscano, dicevano i grandi operatori: “fair share”, una quota equa. Ora quella battaglia ha ufficialmente un certificato di morte, e a firmarlo è stato il suo alfiere più convinto. “Telekom ha rinunciato al dibattito sul fair share”, ha detto Timotheus Höttges, amministratore delegato di Deutsche Telekom, parlando coi giornalisti a maggio: “Non stiamo facendo progressi, e non abbiamo nemmeno sostegno politico”. La strada, ha aggiunto, è ora “collaborare con le grandi società di Internet sulla base di partnership”, trovando “altri modi per compensare i costi”. Light Reading, che alla vicenda dedica oggi un lungo commento di Iain Morris, registra anche il silenzio eloquente di Connect Europe — la lobby degli operatori un tempo nota come ETNO — che interpellata sulle parole di Höttges non ha nemmeno risposto.

Come si è arrivati alla resa? I numeri raccolti da Light Reading raccontano una storia scomoda per la tesi del “freeloading”. Telefónica, uno dei pochi grandi gruppi che pubblicava i volumi di traffico, ha visto i petabyte sulle sue reti quasi raddoppiare tra il 2020 e il 2024, da 86.591 a 159.436; nello stesso periodo, però, le sue spese operative sono scese da 30,2 a circa 24,8 miliardi di euro, e gli investimenti si sono ridotti di circa 600 milioni. Più traffico, meno costi: la correlazione che il fair share dava per scontata — più giga uguale più spese — nei bilanci semplicemente non si vede. Il grosso dell’investimento, del resto, se n’è andato nella posa della fibra e nella costruzione dei siti: una fatica una tantum. Aggiungere capacità, dopo, costa relativamente poco — nuove schede, a volte solo software — e le stime di Analysys Mason citate nel pezzo dicono che l’intensità di capitale delle telco, storicamente intorno al 20% dei ricavi, scenderà “poco sopra il 10%” entro i primi anni Trenta nei mercati ricchi. Perfino la spesa mondiale in reti d’accesso radio è in discesa: da 45 miliardi di dollari nel 2022 a 35 l’anno scorso secondo Omdia, mentre Dell’Oro prevede che i primi sei anni del 6G costeranno il 10-20% in meno dei primi sei del 5G. “Abbiamo la capacità, con la rete in fibra e con quella mobile: stiamo dando ai clienti tutto quello di cui hanno bisogno”, ha sintetizzato Tom Rebbeck di Analysys Mason in una presentazione ripresa dall’articolo — ed è un cambio di paradigma enorme per un settore cresciuto raccontando la scarsità: per la prima volta le reti abbondano, e ciò che abbonda, per definizione, si vende male.

C’era poi un vizio logico che noi stessi abbiamo sempre trovato difficile da ignorare: i “grandi generatori di traffico” non sono le piattaforme, ma i clienti degli operatori, che quei giga li chiedono e li pagano in bolletta. Far pagare anche chi il contenuto lo produce significava, in sostanza, incassare due volte per lo stesso byte. E il paradosso si vede meglio ribaltando la prospettiva, come fa Morris con un’immagine efficace: accusare le piattaforme di sfruttare le reti è come dire che un regista di successo sfrutta i cinema. Senza i film, nessuno comprerebbe il biglietto; senza YouTube, Netflix e il cloud, quanta gente pagherebbe fibra e 5G? Oggi, peraltro, gli investimenti infrastrutturali delle big tech — data center, cloud, AI — superano largamente quelli delle telco su entrambe le sponde dell’Atlantico.

Il problema è quello che resta sul tavolo dopo il funerale: alle telco europee manca ancora una storia di crescita dei ricavi. L’alternativa più gettonata è vendere qualità garantita tramite network slicing — riservare capacità a chi paga — una strada che abbiamo visto imboccare anche in Italia con la corsia preferenziale di TIM Priority, e che porta con sé una domanda scomoda: se qualcuno paga per la corsia veloce, cosa stanno comprando tutti gli altri? L’altra speranza si chiama AI, ma i dati citati da Light Reading dicono che oggi i servizi di intelligenza artificiale pesano per una frazione minuscola del traffico sulle reti d’accesso. La pista più concreta è un’altra: connettere oggetti nuovi. Non è un caso che il pezzo si apra proprio con i robot umanoidi dei giochi di Pechino, quelli per cui Huawei e China Unicom hanno acceso il 5G-A GigaUplink che abbiamo raccontato la settimana scorsa: un miliardo di umanoidi entro il 2050, secondo la previsione di Morgan Stanley ripresa nell’articolo, e ognuno avrà bisogno di una rete — soprattutto in uplink, il verso che le reti di oggi trascurano.

Il commento della redazione: la fine del fair share è una buona notizia, e lo diciamo da osservatori che le reti le misurano sul campo, non dai bilanci. La tesi delle reti “al collasso” per colpa dello streaming non l’abbiamo mai riscontrata nelle nostre letture dal modem: quello che vediamo semmai è il contrario, celle scariche per gran parte della giornata e congestione concentrata in poche ore e pochi luoghi — un problema di distribuzione, non di volume. La verità che il settore fatica ad ammettere è che la connettività è diventata una commodity eccellente e abbondante, e che il valore si è spostato sopra la rete. Chiedere un pedaggio a chi quel valore lo crea era la scorciatoia; il lavoro vero — trovare servizi che qualcuno voglia pagare, dai robot alle reti private, passando per una qualità che sia misurabile e non solo promessa — comincia adesso. Il casello è rimasto senza sbarra: ora bisogna decidere cosa costruire lungo la strada.

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