
Il roaming internazionale ha appena acquistato una dimensione in più: quella verticale. Il 29 ottobre Rogers, il primo operatore mobile del Canada, ha annunciato che il suo servizio satellite-to-mobile funziona da oggi anche in Giappone, Australia e Nuova Zelanda. Un cliente canadese che si trova su un sentiero delle Alpi giapponesi, nell’outback australiano o su una spiaggia neozelandese senza alcuna copertura cellulare vedrà il telefono agganciarsi a un satellite in orbita bassa, esattamente come farebbe a casa, nelle foreste dell’Ontario. Con gli Stati Uniti, aperti in aprile, i Paesi in cui Rogers offre il roaming satellitare diventano quattro. Il direct-to-cell smette così di essere un servizio nazionale e diventa una funzione che viaggia con la SIM.
Che cosa funziona davvero, e dove
Rogers è precisa su cosa il cliente può aspettarsi. Nelle zone senza segnale terrestre il telefono può inviare e ricevere SMS e usare le app «satellite-ready»: WhatsApp, Messenger e X per i messaggi, Google Maps e AllTrails per la navigazione, AccuWeather per il meteo in tempo reale, «con altre in arrivo». Non si parla di telefonate tradizionali né di navigazione web, e il motivo è lo stesso che avevamo spiegato a proposito della videochiamata via satellite di Fastweb: la capacità che un satellite riesce a dare a un normale smartphone è poca, e va spesa per i servizi che ne hanno bisogno di meno. «I canadesi vogliono restare connessi ovunque li portino i loro viaggi», ha detto Mark Kennedy, chief technology officer di Rogers. «Con il roaming satellite-to-mobile in Giappone, Australia e Nuova Zelanda estendiamo la copertura a più destinazioni nel mondo, così i clienti restano connessi anche all’estero».
Il prezzo, per chi è già cliente, è zero: il roaming satellitare è compreso nei piani Ultimate, nelle opzioni Roam Like Home ammesse e in alcuni Travel Pass, senza un’aggiunta dedicata per i tre nuovi Paesi. È la stessa impostazione scelta in aprile per gli Stati Uniti, quando Rogers aveva unito il proprio servizio a T-Satellite, la rete satellitare di T-Mobile US, aggiungendo 1,3 milioni di chilometri quadrati di copertura fuori dalla portata delle torri americane. Allora il comunicato nominava il partner; questa volta, come ha notato iPhone in Canada, non compare né il nome degli operatori ospitanti né quello di Starlink, sulla cui costellazione il servizio si appoggia dal primo giorno.
I partner che non vengono nominati
Non è difficile ricostruire chi apra la porta a Rogers nei tre Paesi, perché in ciascuno il direct-to-cell su Starlink è già in commercio e chi lo vende è noto. In Giappone è KDDI con au Starlink Direct, il servizio che avevamo raccontato nella sua versione per il soccorso alpino e che da giugno 2026 ha a sua volta esteso il roaming satellitare dei propri clienti a Canada, Filippine e Nuova Zelanda, oltre agli Stati Uniti: l’accordo con Rogers è dunque reciproco, e il viaggiatore giapponese in Canada ne gode da mesi. In Nuova Zelanda è One NZ, che con One NZ Satellite copre il 40 per cento circa del territorio nazionale privo di torri e il mare fino a 85 miglia nautiche dalla costa, con SMS, WhatsApp, Messenger e Google Maps. In Australia è Telstra, che ha lanciato il suo Satellite Messaging nel giugno 2025 e dal luglio di quest’anno lo ha allargato alle app leggere come le mappe e la messaggistica.
Il meccanismo è quello del roaming classico, con una differenza che conta: i satelliti sono gli stessi sopra ogni Paese, ma trasmettono verso il telefono con lo spettro che l’operatore locale ha messo a disposizione di Starlink. Senza quella licenza nazionale la costellazione resta muta, in Giappone come in Italia, ed è per questo che Rogers ha bisogno di un accordo con ciascun operatore ospitante.
Un servizio nato quindici mesi fa
Rogers Satellite è giovane. Il servizio era partito il 15 luglio 2025 come beta gratuita aperta a tutti i canadesi, limitata agli SMS e ai messaggi di emergenza al 911, con una promessa di 5,4 milioni di chilometri quadrati coperti, due volte e mezzo qualunque altro operatore del Paese. Il dato che spiega tutto è un altro, scritto nello stesso comunicato: solo il 18 per cento del Canada è coperto da reti cellulari tradizionali. In un Paese così il satellite è l’unico modo di dire «copertura nazionale» senza mentire. Finita la beta, il servizio è rimasto incluso nel piano Ultimate ed è stato offerto a 15 dollari canadesi al mese a tutti gli altri canadesi. In quindici mesi è passato dal solo SMS alle app, dal Canada agli Stati Uniti e ora a tre Paesi dell’altro emisfero.
Il silenzio sul nome di Starlink nel comunicato ha una spiegazione politica, non tecnica. A settembre il primo ministro Mark Carney aveva detto al New York Times che dal fornitore di Elon Musk il Canada «si diversificherà, senza dubbio», e il governo federale sostiene la costellazione Lightspeed della canadese Telesat come alternativa. Rogers si trova a vendere un servizio il cui fornitore è diventato un argomento scomodo a Ottawa, e lo chiama con il nome generico della tecnologia. Il paradosso è che, in orbita, un’alternativa capace di parlare con uno smartphone normale in quattro Paesi oggi non c’è.
Il nostro commento
La notizia sembra piccola e invece tocca il punto che renderà il direct-to-cell un mercato o una curiosità. Finché ciascun operatore accende il satellite solo entro i confini nazionali, il servizio resta una polizza contro il buio della copertura locale. Quando gli accordi si incrociano, come fanno Rogers e KDDI, diventa un’unica copertura globale che si attiva con la SIM di casa, e il valore percepito sale: il viaggiatore è chi si trova senza segnale più spesso, nei posti dove fa più paura. Il modello di business del roaming classico, costruito in trent’anni di accordi bilaterali, viene riutilizzato tale e quale per il cielo, e gli operatori mobili restano al centro dello schema perché lo spettro è loro. Vale la pena ricordare che SpaceX ha ottenuto a settembre dalla FCC l’autorizzazione a operare come vettore internazionale: lo stesso roaming che oggi passa da quattro accordi tra operatori, domani Starlink potrebbe offrirlo da sola.
Per l’Italia la notizia è un termine di confronto. Qui il direct-to-cell è ancora la sperimentazione di Fastweb + Vodafone sull’Appennino, e nessun operatore ha aperto un servizio commerciale né, a maggior ragione, un roaming satellitare per chi viaggia. Nel frattempo un cliente canadese in vacanza in Giappone ha nel telefono una copertura che un cliente italiano non ha nemmeno a casa. Il divario non è di tecnologia, che è la stessa e vola sopra tutti, ma di spettro assegnato e di accordi firmati. Sono le due cose che gli operatori europei possono ancora decidere di fare in fretta.
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