
Diciassette firme in calce a due pagine, spedite martedì 15 settembre da Bruxelles alle istituzioni dell’Unione. Il titolo è già un giudizio: «Correcting the course», correggere la rotta. A scriverla sono gli amministratori delegati di Deutsche Telekom, Orange, Telefónica, TIM, Swisscom, Telenor, KPN, Proximus, Elisa, Liberty Global, MEO, A1 Telekom Austria e di altri cinque gruppi più piccoli, riuniti sotto Connect Europe, l’associazione ex ETNO. Il bersaglio è il Digital Networks Act, la riforma delle regole europee sulle telecomunicazioni presentata dalla Commissione il 21 gennaio, che secondo i firmatari «non affronta il bisogno dell’Europa di migliorare in modo sostanziale le condizioni per investire e innovare nella connettività». E accanto al DNA c’è un secondo imputato, il Cybersecurity Act, con un numero che pesa più di ogni aggettivo: fino a 40 miliardi di euro di apparati da sostituire.
Chi firma, chi manca
La lista dice molto da sola. Ci sono Timotheus Höttges, Christel Heydemann, Marc Murtra e Pietro Labriola, cioè i vertici dei quattro ex incumbent più grandi del continente, e con loro Christoph Aeschlimann di Swisscom, Benedicte Schilbred Fasmer di Telenor, Joost Farwerck di KPN, Stijn Bijnens di Proximus, Topi Manner di Elisa, Mike Fries di Liberty Global, più MEO, A1, Cyta, BH Telecom, Telekom Slovenije, United Group e la ceca CETIN. Un anno fa, il 23 settembre 2025, una dichiarazione simile firmata a Bruxelles portava otto nomi: la platea è più che raddoppiata. Nell’elenco non compaiono Vodafone, Iliad, BT e Telia. Per l’Italia c’è una sola firma, quella di Labriola, che la mette nei giorni in cui Poste Italiane è salita al 66,6 per cento di TIM.
Cosa chiedono davvero
Il documento parte da tre cifre, prese dal rapporto annuale di Connect Europe e dalla GSMA: il settore vale il 5 per cento del PIL, investe 64 miliardi di euro l’anno, e solo per portare le reti mobili a livello mondiale servirebbero altri 475 miliardi. Da qui le quattro correzioni chieste a Parlamento e Consiglio. La prima riguarda lo spettro: i CEO vogliono che i co-legislatori sostengano «pienamente» le licenze a durata indefinita come regola, con un minimo di 40 anni nei casi eccezionali, cioè esattamente la formula che la Commissione ha messo nella proposta. L’argomento è contabile: in dodici anni gli operatori europei hanno speso 110 miliardi di euro in frequenze, e smettere di rimetterle all’asta ogni quindici o vent’anni è, scrivono, «uno dei modi più immediati» per dirottare capitale verso 5G, fibra e 6G. È la stessa partita che a luglio aveva aperto l’Eurogruppo con l’idea di un’Unione dello Spettro, vista però dal lato di chi le aste le paga.
La seconda correzione è un no secco allo spegnimento del rame per decreto. La proposta della Commissione prevede piani nazionali di transizione obbligatori verso la fibra; i CEO rispondono che il continente «non avrà più fibra semplicemente imponendo agli operatori di spegnere reti rame-fibra funzionanti», che un approccio dall’alto «restringe la scelta del consumatore, indebolisce la concorrenza infrastrutturale e ignora le diverse condizioni di mercato» e che la migrazione deve essere «guidata dalla domanda, non dal comando». Il numero a supporto, 30 miliardi l’anno investiti in FTTH, serve a dire che la fibra la stanno già posando da soli. La terza chiede di non trascinare nel mondo della fibra il modello di regolazione ex ante «disegnato decenni fa per le reti in rame», con la regolazione ridotta a rete di sicurezza dove i mercati funzionano, e tocca la neutralità della rete: l’Europa può tenere i principi dell’Open Internet, dicono, «garantendo certezza giuridica e spazio per innovare» con network slicing, differenziazione della qualità e nuovi servizi industriali. È il terreno su cui in Italia TIM ha già acceso la discussione con Priority. La quarta è quasi uno slogan restituito al mittente: la Commissione ha promesso «simplicity by design», e i firmatari chiedono che il DNA la mantenga, con meno regole e più armonizzazione.
Il conto del Cybersecurity Act
Il passaggio più duro è sulla coerenza. Il DNA, scrivono, dovrebbe rafforzare la capacità di investimento delle telco, mentre il Cybersecurity Act «rischia di prosciugare il settore proprio del capitale necessario per fibra, 5G e 6G». Il riferimento è all’obbligo generalizzato di rimuovere gli apparati dei fornitori designati ad alto rischio, che la lettera quantifica in «fino a 40 miliardi di euro» di costi di sostituzione, citando lo studio di GSMA Intelligence che avevamo raccontato a luglio, quattro volte la stima della Commissione, e una valutazione d’impatto di Assembly Research per la stessa Connect Europe, quella che la settimana scorsa ammetteva il fallimento dell’open RAN, sulle interruzioni operative e sugli effetti per i clienti. La richiesta è «un approccio proporzionato e basato sul rischio, che tenga conto di misure di mitigazione alternative», al posto di «restrizioni ampie che impongono la sostituzione dell’infrastruttura senza riguardo per i cicli di investimento o per la compensazione». Nella lettera Huawei e ZTE non sono mai nominate, e non serve.
Non è tutto un elenco di lamentele. I CEO riconoscono alla Commissione «passi positivi» sul Cloud and AI Development Act e sul regolamento per lo spettro satellitare mobile, perché fanno spazio ad alternative europee, e chiedono che lo stesso spirito arrivi al controllo delle concentrazioni, con fusioni sia dentro un singolo mercato sia tra Paesi. In cambio offrono AI factory, cloud sovrano dall’edge ai data center e un capitolo difesa fatto di comunicazioni militari, rilevamento di droni, slice 5G dedicate e satcom.
Il commento della redazione
Questa lettera è la fotografia di un settore che ha cambiato tattica. Il fair share, il pedaggio da far pagare alle piattaforme americane, è stato archiviato da Höttges due settimane fa e nel testo di oggi non c’è più traccia; al suo posto c’è la parola sovranità, ripetuta in ogni paragrafo, che a Bruxelles nel 2026 apre più porte di qualunque ragionamento sul traffico. Le richieste concrete, però, sono le stesse di sempre: frequenze senza scadenza, meno regolazione ex ante, via libera alle fusioni. La novità è che arrivano con diciassette firme e con una proposta di legge già sul tavolo, che gli operatori non bocciano in blocco ma correggono pezzo per pezzo, tenendo le licenze indefinite e attaccando il rame spento per legge.
Il punto debole, per chi legge dal lato dell’utente, è che nessuna delle quattro correzioni contiene un impegno misurabile in cambio. Licenze perpetue senza aste significano meno soldi agli Stati e più margine agli operatori, e la lettera dà per scontato che quel margine finisca nelle reti: non è automatico. Sul Cybersecurity Act, invece, i 40 miliardi sono un argomento serio, e il tema delle compensazioni, che secondo i firmatari la proposta ignora, è un nodo reale che qualcuno dovrà sciogliere prima del voto. Quello che manca, tra le diciassette firme, è una parte del mercato: Vodafone e Iliad, per esempio, non ci sono, e la loro assenza racconta che anche dentro il fronte delle telco europee la rotta da correggere non è la stessa per tutti.