
Lo scenario che accompagna ogni presentazione del 6G è sempre lo stesso: uno sciame di droni ostili attraversa il cielo, la rete mobile si trasforma in un radar nazionale e li individua uno per uno. Si chiama ISAC, integrated sensing and communication, ed è presentato come la funzione che distinguerà il 6G dal 5G. Lunedì 14 settembre Samsung e Verizon hanno raccontato di averla già usata, con la rete di oggi, per una cosa molto meno bellica: una mappa di calore della folla a un evento per tifosi di calcio a Dallas, nelle settimane del Mondiale. La stessa notizia, letta da Iain Morris su Light Reading, apre una domanda scomoda per chi vende il 6G: se il sensing si fa con il 5G, con una radio già in commercio e un’app, a cosa serve la nuova generazione?
Cosa hanno fatto davvero a Dallas
La prova, descritta nel comunicato congiunto, ha usato una radio Samsung per la banda CBRS, i 150 MHz a 3,5 GHz che negli Stati Uniti si usano con licenza condivisa, impiegandone 40 MHz, montata su un carrello mobile di Verizon, una cella su ruote. La radio ha lavorato da ricevitore di sensing: ha registrato le variazioni del canale radio provocate dai corpi delle persone che si muovevano tra telefoni 5G commerciali, e un’applicazione ISAC sviluppata da Samsung Research America, in esecuzione sulla piattaforma «network in a server» che riunisce core e rete di accesso virtualizzati su un solo server con acceleratori, ha trasformato quelle variazioni in una mappa di densità della folla aggiornata quasi in tempo reale, senza telecamere e senza dati personali. L’uso proposto è la gestione di un impianto: flussi ai cancelli, code ai chioschi, rischi di sovraffollamento. È lo stesso principio che AT&T ed Ericsson avevano mostrato a luglio fuori da uno stadio dei Mondiali, ma puntato ai droni, e che Lockheed e Verizon vendono come servizio anti-drone in abbonamento.
Alla domanda «perché allora il 6G», Samsung ha risposto per iscritto a Light Reading: il 5G ha molti dei mattoni necessari ma richiede adattamenti, mentre nel 6G «il sensing può essere progettato come capacità nativa della rete, con comunicazione e sensing ottimizzati insieme fin dall’inizio», con segnali e procedure dedicati, coordinamento più stretto tra i nodi e meccanismi standard per condividere ed elaborare le informazioni. Tradotto: oggi è un’implementazione proprietaria di un fornitore, domani dovrebbe diventare interoperabile e scalabile. La risposta più importante, però, è quella che riguarda la forma d’onda.
La guerra della forma d’onda
Dai tempi del 4G le reti mobili usano l’OFDM, la modulazione a portanti ortogonali che divide il segnale in tempo e frequenza, e nessuno propone di cambiarla per la comunicazione 6G. Per il sensing, invece, una minoranza influente sostiene un’alternativa chiamata OTFS, orthogonal time frequency space, che lavora nel dominio ritardo-Doppler tipico dei radar. Il suo alfiere è la startup americana Cohere Technologies, guidata dalle stesse persone che gestivano Flarion, la società di OFDM comprata da Qualcomm nel 2006 per circa 805 milioni di dollari, e che sostiene che a parità di spettro e condizioni l’OTFS sia circa quattro volte più preciso. A luglio Cohere ha firmato un contratto da 28 milioni di dollari con il Dipartimento della Difesa americano, nell’ambito del programma FutureG che dispone di circa mezzo miliardo di budget; il suo direttore, Tom Rondeau, ha detto a Light Reading che «Ericsson e Nokia mi hanno mostrato entrambe la capacità di rilevare droni con l’OFDM, ma non è una soluzione naturale: la forma d’onda OFDM non è ottimale per il sensing».
Samsung si è schierata dall’altra parte. L’OTFS, scrive, «è una tecnologia interessante con benefici potenziali in casi specifici, come gli scenari ad alta mobilità e alto Doppler, ma questo non la rende necessariamente più accurata per applicazioni ISAC come il rilevamento dei droni», perché «le prestazioni del sensing dipendono da molti fattori oltre la forma d’onda»; l’OFDM «offre già forti capacità di sensing, un ecosistema maturo e la compatibilità con l’infrastruttura esistente», e per questo la strada di Samsung è far evolvere le forme d’onda basate su OFDM. È la stessa posizione di Ericsson, la cui responsabile della strategia 6G Marie Hogan aveva chiesto a Light Reading all’inizio dell’anno: «se abbiamo prove e concetti ISAC che funzionano oggi, ci serve una nuova forma d’onda? Noi pensiamo di no». Che i due grandi fornitori difendano la tecnologia su cui hanno brevetti e prodotti non sorprende; e potrebbero anche avere ragione sul fatto che un cambio di forma d’onda sarebbe più costoso, per un operatore come Verizon, che restare sull’OFDM anche per il sensing.
Il commento della redazione
La cosa più interessante di questa storia è che, per una volta, il 6G viene misurato su una funzione concreta e su una domanda tecnica precisa, non su slogan. Quando Qualcomm ha disegnato il 6G intorno agli agenti AI e quando Ericsson, Nokia e Samsung si sono divise sulle GPU, il dibattito riguardava l’architettura; qui riguarda il livello fisico, il pezzo che decide quali radio si comprano nel 2030 e chi incassa le royalty. Samsung ha appena dimostrato che il sensing utile, quello che serve a gestire uno stadio, si fa con una radio 5G e del software, e nello stesso giorno ha detto che per il 6G basta migliorare l’OFDM. Sono due modi di dire la stessa cosa: la generazione nuova serve a standardizzare quello che i fornitori sanno già fare, non a cambiare le fondamenta.
Dall’altra parte c’è un cliente che non compra come un operatore. Il Pentagono non deve ammortizzare milioni di radio installate, vuole la precisione migliore per vedere i droni, e con FutureG e il progetto di RAN a codice aperto che Rondeau ha portato al MWC ha i mezzi per finanziare un’alternativa fino al punto in cui gli incumbent dovranno tenerne conto. Per l’Europa, che discute di sovranità dei fornitori, la lezione è un’altra: la prossima frontiera non è chi costruisce l’antenna, ma chi scrive la modulazione che ci gira sopra. E quella partita, oggi, si gioca tra Suwon, Stoccolma e un ufficio della Difesa americana, con l’ISAC come pretesto.