
Il 6G non esiste ancora, ma ha già una geografia. Lunedì la NTIA, l’agenzia del Dipartimento del Commercio americano che gestisce spettro e politiche delle telecomunicazioni, ha lanciato una «Call to Action for 6G Leadership and Security» insieme a una venticinquina di governi «partner fidati» sparsi tra Europa, Indo-Pacifico ed emisfero occidentale. Nell’elenco, accanto a pesi massimi come Giappone, Corea del Sud, Regno Unito, Francia e Germania, c’è anche l’Italia. L’obiettivo dichiarato è costruire «una visione e una tabella di marcia condivise» per guidare la prossima generazione delle comunicazioni mobili; quello nemmeno troppo implicito, come nota Politico, è arrivare alla partita degli standard prima e meglio della Cina.
Vale la pena scorrerla, quella lista, perché dice molto anche con le sue assenze. Dell’Unione Europea hanno firmato in quattordici — dai nordici al gruppo baltico al completo, passando per Repubblica Ceca, Romania e Grecia — ma mancano all’appello Spagna, Paesi Bassi, Polonia e Irlanda, e con loro l’India, corteggiatissima su ogni altro tavolo tecnologico. Nell’emisfero occidentale spuntano invece Costa Rica, Honduras, Panama e Paraguay: piccoli mercati mobili, ma voti che contano negli organismi internazionali dove le decisioni si prendono un Paese alla volta. La coalizione del 6G, insomma, non è “l’Occidente”: è una selezione, costruita con la logica di chi conta i voti in vista di un negoziato.
Cosa prevede la chiamata alle armi
L’iniziativa dà gambe operative al memorandum presidenziale «Winning the 6G Race» firmato da Trump a dicembre 2025, il documento che ha elevato le reti di sesta generazione a questione di sicurezza nazionale, politica estera e prosperità economica — e che, sul fronte interno, ha ordinato di pianificare lo sgombero della banda federale 7,125-7,4 GHz per farne spazio commerciale 6G. La Call to Action fissa un calendario insolitamente concreto per un documento diplomatico: entro un mese ogni Paese nomina un punto di contatto nazionale sul 6G, entro tre mesi vanno coinvolte industria e università, entro sei mesi ciascun governo deve presentare una strategia per filiere di fornitura «resilienti», e nel 2027 è prevista una riunione plenaria per misurare i progressi. «Il 6G sarà radicalmente diverso dal 5G e servirà un approccio altrettanto diverso», ha dichiarato Arielle Roth, administrator della NTIA, parlando di «un livello senza precedenti di coordinamento internazionale sul futuro delle comunicazioni».
I firmatari si impegnano a promuovere reti «aperte, interoperabili, sicure, resilienti, supportate dall’intelligenza artificiale» — e soprattutto «plasmate da nazioni che condividono gli stessi obiettivi». È la formula diplomatica per dire ciò che il documento non scrive mai per esteso: Huawei e ZTE, e più in generale l’ecosistema tecnologico cinese, fuori dalla porta fin dal primo giorno. Non è un caso che la lista dei firmatari ricalchi in buona parte la mappa dei Paesi che hanno già bandito o limitato i fornitori cinesi dal 5G. C’è poi un filo conduttore tecnologico che attraversa tutto il documento: l’intelligenza artificiale «affidabile» come ingrediente costitutivo delle reti di sesta generazione, dalla gestione dello spettro all’ottimizzazione del traffico. Anche qui la scelta delle parole è chirurgica — un’AI «di cui ci si possa fidare» presuppone di sapere chi l’ha addestrata e dove girano i suoi modelli, che è un altro modo di disegnare il perimetro della filiera.
Perché la fretta: Shanghai 2027
Il tempismo ha una spiegazione precisa. La prossima Conferenza mondiale delle radiocomunicazioni — l’appuntamento ITU dove si decidono le bande destinate alle generazioni mobili future — si terrà nel 2027 proprio a Shanghai, in casa del rivale. Arrivarci con posizioni coordinate su spettro e standard significa pesare nei negoziati; arrivarci in ordine sparso significa lasciare che il 6G venga definito altrove. La standardizzazione vera e propria è già partita: il 3GPP ha avviato i lavori sulle specifiche, le prime reti commerciali sono attese attorno al 2030, e i vendor stanno facendo le loro scommesse tecnologiche — come Nokia, che valuta le GPU di Nvidia per le radio 6G, segno che la partita industriale è tutt’altro che teorica.
Per l’Europa, e per l’Italia, l’adesione è meno scontata di quanto sembri. Quattordici governi europei hanno firmato una road map a guida americana proprio mentre Bruxelles discute di autonomia strategica digitale e, come raccontavamo ieri, di come organizzare (e incassare) le proprie aste 5G e 6G. E c’è un’ironia nel calendario: lo stesso giorno della Call to Action, la GSMA tornava a ricordare che rimuovere Huawei e ZTE dalle reti europee costerebbe una quarantina di miliardi — a dimostrazione che tra il dichiarare le filiere “sicure” e il pagarle c’è di mezzo un continente che sui fornitori cinesi non ha mai trovato una linea comune.
Il commento della redazione
La nostra impressione è che questa Call to Action vada presa sul serio non per quello che contiene — impegni volontari, scadenze morbide, zero fondi — ma per quello che rappresenta: è la prima volta che il 6G viene trattato apertamente come un dossier di politica estera, prima ancora che di ingegneria. Con il 5G l’Occidente arrivò tardi e in ordine sparso, accorgendosi del problema Huawei a reti già costruite, e passò gli anni successivi a discutere di rip-and-replace a colpi di miliardi. Stavolta il tentativo è di scrivere le regole prima di posare la prima antenna, e da questo punto di vista la mossa è razionale. Resta la domanda che riguarda noi: l’Italia ha firmato, come quasi tutti gli alleati, ma una firma non è una strategia. Tra un mese servirà un punto di contatto nazionale, tra sei una strategia sulle filiere: sarebbe un peccato scoprire che l’adesione era solo un atto di cortesia atlantica. Il 6G si annuncia come la prima generazione mobile progettata dentro un mondo diviso in blocchi — e chi firma oggi sceglie il proprio, con tutto ciò che ne consegue.
Fonti: NTIA, Corriere Comunicazioni, Converge Digest.