
Meno frequenze, pagate di più, per servire chi ne avrebbe più bisogno. È il quadro che GSMA Intelligence disegna in «Spectrum Policy in Africa», il rapporto presentato questa settimana al Digital Africa Summit in Madagascar e pubblicato il 15 ottobre. Il dato di partenza è semplice: a fine 2025 gli operatori mobili africani avevano in media circa 570 MHz di spettro sotto i 7 GHz, contro i 750 MHz del resto del mondo, quasi un quarto in meno. E per quel poco che hanno pagano, in proporzione ai ricavi, il 24% in più dei colleghi delle altre regioni.
I numeri del rapporto
La misura usata dalla GSMA è il costo dello spettro come quota dei ricavi, normalizzato sulla quantità assegnata: in Africa 0,82% del fatturato ogni 100 MHz, altrove 0,66%. Ma la cifra nuda sottostima il peso vero, perché alle licenze sono spesso attaccate condizioni che costano più della licenza stessa. L’esempio del rapporto, ripreso da TechCentral, è il Benin: i costi diretti dello spettro valgono circa il 7% dei ricavi degli operatori, ma gli obblighi di copertura e di qualità del servizio legati alle concessioni aggiungono un altro 66%.
La stretta arriva da entrambi i lati. Negli ultimi dieci anni il ricavo medio per utente in Africa è sceso di quasi il 50% in termini reali, e il ricavo per megahertz per connessione di oltre il 69%. Intanto il divario resta: il 4G copre l’83% della popolazione del continente e il 5G il 15%, ma solo il 28% delle persone usa internet mobile dal proprio dispositivo, contro il 66% nel resto del mondo. La rete c’è, spesso; chi la usa è una minoranza, e il tema del divario d’uso che la GSMA aveva già misurato a settembre torna qui dal lato dello spettro.
Cosa chiede la GSMA
Le richieste ai regolatori sono quelle che l’associazione degli operatori ripete da anni, ma con numeri africani. Prezzi di riserva più bassi nelle aste, licenze di almeno vent’anni, neutralità tecnologica, cioè la possibilità di usare qualunque tecnologia in qualunque banda, e roadmap pubbliche sullo spettro. Oggi solo nove dei 54 Paesi africani hanno licenze da vent’anni o più, e solo nove hanno pubblicato una roadmap. C’è poi il capitolo dei rinnovi: oltre 200 licenze, per un valore superiore a 10 miliardi di dollari, scadono entro il 2035, e il rapporto chiede meccanismi di rinnovo prevedibili, quando non automatici. Gli obblighi di copertura, aggiunge, dovrebbero «preservare la sostenibilità commerciale dell’investimento».
Il beneficio stimato, con tutte le riforme applicate, è di 170 milioni di persone in più coperte dal 5G e 50 milioni in più dal 4G entro il 2035, velocità medie in download superiori di almeno il 30% e oltre 120 miliardi di dollari di PIL aggiuntivo fra il 2026 e il 2035. Sono proiezioni della GSMA, e TechCentral lo nota con la giusta cautela: le misure proposte ridurrebbero quello che i suoi associati pagano ai governi.
Il caso Rwanda e il Sudafrica
Il rapporto usa il Rwanda come prova contro le reti wholesale uniche. Fra il 2013 e il 2022 il Paese aveva assegnato le bande 800 MHz e 2,6 GHz in esclusiva a un solo operatore all’ingrosso per costruire il 4G; dopo l’apertura di quelle bande a tutti gli operatori, nel 2022, la penetrazione del 4G è passata da circa il 2% a oltre il 30% della popolazione in due anni, anche se la copertura c’era già in gran parte. È lo stesso ragionamento che abbiamo raccontato a fine settembre per il Sudafrica, dove il ministro Malatsi ha ritirato la riserva di spettro per la rete aperta WOAN dopo sette anni di frequenze ferme.
Il Sudafrica, secondo TechCentral, è messo meglio della media: ha la quinta dotazione di spettro del continente dopo l’asta del 2022 e non compare fra i 14 mercati con costi sopra la media. E ha già fatto la mossa che la GSMA chiede a tutti sulla prossima grande banda: il rapporto vuole l’intera upper 6 GHz, da 6,425 a 7,125 GHz, al mobile come banda primaria del 6G, e il piano nazionale delle frequenze sudafricano di luglio l’ha già destinata alla banda larga mobile, nonostante le obiezioni del fronte Wi-Fi. È la stessa porzione di spettro che du ha appena acceso negli Emirati.
Il commento della redazione
Quando un’associazione di operatori pubblica un rapporto che conclude «fateci pagare meno», la prima reazione è lo scetticismo, e il rapporto se lo merita in parte: le stime sui 120 miliardi sono sue, e il beneficio immediato delle riforme va ai suoi soci. Ma i dati di partenza non sono opinioni. Un continente dove il 4G copre l’83% delle persone e lo usa il 28% ha un problema che non è di antenne, ed è difficile sostenere che spremere dalle licenze il 7% dei ricavi, più il 66% di obblighi, aiuti a risolverlo. La storia del Rwanda è la più istruttiva, perché misura una cosa che di solito si discute in astratto: lo spettro tenuto fermo in una rete unica non produce utenti, lo spettro aperto a chi compete sì. In Italia il dibattito sul rinnovo delle frequenze al 2037 gira intorno a domande simili, con cifre molto diverse: anche da noi il tema di chi paga lo spettro e cosa restituisce è aperto. La differenza è che in Africa, con licenze ventennali in nove Paesi su 54, la certezza di cui parlano gli operatori europei non esiste nemmeno sulla carta.
💬 Ne parliamo sul forum di TLCworld. Scriveteci nella discussione dedicata: leggiamo e rispondiamo lì.