
Un miliardo di dollari in cambio di un permesso. È, ridotta all’osso, l’offerta che TP-Link ha messo per iscritto in un documento depositato alla FCC, l’autorità americana delle comunicazioni, il 13 ottobre: quasi un miliardo in ricerca e produzione negli Stati Uniti, «centinaia» di posti di lavoro oltre ai più di 700 dipendenti attuali e, dal 2027, l’assemblaggio in America dei suoi nuovi router Wi-Fi 8. In cambio chiede la «conditional approval», la deroga che dal 23 marzo serve a qualunque router di casa progettato o fabbricato fuori dagli Stati Uniti per poter essere venduto. Lo racconta Light Reading in un lungo pezzo di Jeff Baumgartner del 15 ottobre, e la strada, scrive, è «rocciosa»: cinque Stati hanno fatto causa all’azienda e ventuno procuratori generali hanno scritto alla FCC per fermarla.
Il divieto e l’eccezione
Il contesto lo abbiamo raccontato dieci giorni fa: da marzo la FCC non autorizza nuovi router consumer prodotti all’estero, e il mercato americano vive di deroghe annuali e approvazioni condizionate. Light Reading aggiunge un dettaglio che allora non avevamo: le preoccupazioni su TP-Link «hanno avuto un ruolo» nella decisione della FCC. Il divieto copre router Wi-Fi, extender, gateway e persino i modem standalone, non gli apparati enterprise. Per i prodotti nuovi serve una conditional approval, per le modifiche hardware a prodotti già approvati una deroga rapida; secondo le fonti di settore della testata ci vogliono in media otto settimane. TP-Link ha chiesto l’approvazione «diversi mesi fa» per due router Wi-Fi 8 che intende lanciare nel mondo entro fine anno, dopo aver presentato ad agosto una famiglia consumer completa, con mesh, router da viaggio, extender e adattatori, prevista per il 2027. Nel frattempo può continuare a vendere i modelli già autorizzati.
Cinque cause e una lettera
Il problema non è tecnico. Florida, Iowa, Montana, Nebraska e Texas hanno citato TP-Link accusandola di aver ingannato i consumatori sulle vulnerabilità dei suoi prodotti, compreso il servizio di protezione integrato HomeShield, e sollevando i suoi «legami di lunga data e in corso con la Cina». TP-Link risponde che tutto ciò che vende negli Stati Uniti è prodotto in Vietnam; la causa della Florida replica citando un articolo di Bloomberg dell’aprile 2025 in cui l’azienda stessa confermava che, a parte componenti comprati in Vietnam per lo 0,5% del valore degli input dello stabilimento, tutto il resto è importato dalla Cina. L’azienda è nata a Shenzhen nel 1996, ha avuto per anni una doppia sede fra Singapore e Irvine, in California, e nel 2024 ha spostato il quartier generale globale in California. Il 7 ottobre ventuno procuratori generali hanno scritto al presidente della FCC Brendan Carr e alle commissarie Anna Gomez e Olivia Trusty riprendendo i temi delle cause; è a quella lettera che risponde il deposito del 13 ottobre, nato, dice TP-Link, «per correggere il registro pubblico».
Il tono è duro. Molte accuse dei ventuno, scrive TP-Link, «non sono pertinenti alle informazioni richieste nell’ambito della domanda di conditional approval»; l’azienda afferma di non condividere e di non voler condividere dati di rete dei clienti con governi stranieri o terzi non autorizzati, e definisce le accuse «infondate», aggiungendo di non vedere l’ora di confutarle in tribunale «ora che quattro di questi funzionari hanno avviato cause». Una settimana prima, rispondendo alle cause, Steve Kovsky, responsabile corporate affairs, aveva parlato di «cause coordinate costruite su premesse false» che «non fanno nulla per la sicurezza nazionale mentre penalizzano ingiustamente un’azienda americana leader del settore». TP-Link si descrive come «un’azienda americana indipendente, non posseduta né controllata da alcun governo straniero», che rispetta le leggi americane su privacy e protezione dei dati. E lamenta di essere tenuta a uno standard che non vale per i concorrenti: nell’elenco di Light Reading, infatti, Netgear, Asus, Zyxel, eero e molti altri hanno già la loro approvazione.
C’è poi un punto di tempistica che vale per tutta l’industria del CPE, non solo per TP-Link. Due router Wi-Fi 8 chiesti «diversi mesi fa» e ancora senza risposta, contro le otto settimane che le fonti di settore indicano come norma, vuol dire che la procedura ha smesso di essere amministrativa ed è diventata politica. La FCC, scrive Light Reading, non pubblica tutti i dettagli delle domande di conditional approval: quello che sappiamo dell’offerta di TP-Link lo sappiamo perché l’azienda ha scelto di renderlo pubblico nel deposito del 13 ottobre, per rispondere a una lettera che altrimenti sarebbe rimasta l’unica voce nel fascicolo. È un modo di negoziare alla luce del sole che dice quanto sia alta la posta per un produttore che, dalla sua, ha i numeri di vendita e, contro, il passaporto.
Il commento della redazione
La parte che ci interessa non è la geopolitica, che altri raccontano meglio, ma cosa succede al router. TP-Link è uno dei nomi più diffusi al mondo nelle scatole bianche di casa e, come abbiamo visto con MediaTek a Network X, è fra i primi a spingere il Wi-Fi 8 sul mercato consumer. Se la FCC le nega il permesso, il più grande mercato del mondo si ritrova con una generazione di router in meno sugli scaffali, e un produttore che aveva già messo a catalogo mesh ed extender per il 2027 deve ripensare tutto. Se invece glielo concede in cambio di un miliardo, il messaggio per Zyxel, Askey, Sercomm e per tutti gli altri che producono in Asia è altrettanto chiaro: l’ingresso costa. Nel frattempo i numeri della Florida meritano di essere letti con attenzione, perché un assemblaggio in Vietnam con il 99,5% dei componenti cinesi è la realtà di quasi tutta l’elettronica di consumo, non di TP-Link soltanto. Il divieto americano è nato per i router di casa, ma la domanda che pone, dove finisce «prodotto all’estero» quando dentro c’è un chip di Taiwan e una memoria coreana, prima o poi arriverà anche dalle nostre parti.
Fonti: Light Reading, Jeff Baumgartner, 15 ottobre 2026 (con il deposito di TP-Link alla FCC del 13 ottobre, la lettera dei 21 procuratori generali del 7 ottobre e la causa della Florida); dichiarazioni TP-Link riportate dalla stessa testata.
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