
Due giorni dopo il parere dell’Antitrust sul rinnovo delle frequenze, TIM risponde per bocca del suo amministratore delegato. Pietro Labriola ha affidato a un intervento su LinkedIn, ripreso oggi da Corriere Comunicazioni, la sua lettura del documento con cui l’AGCM ha bocciato la proroga in blocco di tutte le bande mobili fino al 2037. Il punto non è tecnico ma di principio: dietro la proposta di rinnovare solo una parte dello spettro, secondo Labriola, c’è «ancora un’idea di concorrenza essenzialmente numerica: 4 operatori sono meglio di 3, 5 sono meglio di 4». E quell’idea, aggiunge, «per anni ha orientato le politiche, ma oggi è messa in discussione in Europa e a livello internazionale».
Da dove nasce la polemica
Il contesto lo abbiamo raccontato martedì. Nel parere AS2192 l’Autorità garante della concorrenza ha scritto che rinnovare la totalità delle frequenze in scadenza a fine 2029 porterebbe a «una cristallizzazione nelle dotazioni frequenziali per ulteriori otto anni», a danno degli operatori con meno spettro e di eventuali nuovi entranti. In alternativa ha proposto un’opzione mista: rinnovo parziale, gara senza rilanci sul prezzo per la parte restante e tetti alla quantità di spettro per chi beneficia di più del rinnovo.
Labriola riconosce a quel parere alcuni meriti: «riconosce la necessità di certezza regolatoria, continuità dei servizi e valorizzazione degli investimenti già effettuati». Ma, prosegue, «propone un rinnovo solo parziale delle frequenze, una gara per la parte restante e possibili cap per gli operatori che beneficiano maggiormente del rinnovo». Cioè esattamente le tre cose che TIM non vuole.
Il numero degli operatori non misura la concorrenza
L’argomento centrale dell’intervento è che contare gli operatori non dice nulla sulla salute di un mercato. «Il numero degli operatori, da solo, non dice quanto un mercato sia competitivo né capace di investire», scrive Labriola. Da lì il passaggio sugli investimenti: l’Europa «chiede agli operatori di accelerare gli investimenti in 5G Stand Alone, edge, cloud, AI e, domani, 6G. Ma gli investimenti richiedono capitale. E il capitale richiede un ritorno».
Il paragrafo più duro è quello sul servizio universale. Se la concorrenza viene spinta «fino al punto da rendere strutturalmente insufficiente il ritorno sugli investimenti», sostiene l’amministratore delegato di TIM, «non stiamo più parlando soltanto di un mercato competitivo, ma trasformando progressivamente un’attività industriale in un servizio universale. E un servizio universale qualcuno deve pagarlo». Chi? «Il consumatore. Lo Stato attraverso la fiscalità generale. Istituzioni pubbliche, fondi europei o altri meccanismi di sostegno. Ma non possiamo pensare che a finanziarlo strutturalmente siano gli operatori. Sono imprese private: raccolgono capitale sul mercato e devono remunerarlo. Se il ritorno non è adeguato, nel tempo il capitale va altrove».
La conclusione sposta il discorso dal parere alla politica industriale. «Non possiamo chiedere contemporaneamente più investimenti, reti più performanti, più copertura, più resilienza e più sovranità digitale senza porci la domanda fondamentale: chi remunera il capitale necessario per realizzarli?». E c’è, dice Labriola, una contraddizione di tempi: l’indicazione dell’Antitrust «arriva proprio mentre l’Europa, per accelerare la digital transformation e recuperare il gap rispetto a Stati Uniti e Cina, indica una direzione diversa: più investimenti, maggiore scala, maggiore prevedibilità regolatoria e orizzonti più lunghi per l’utilizzo dello spettro».
I numeri che TIM mette sul tavolo
Corriere Comunicazioni accompagna l’intervento con i dati AGCOM che il settore ripete da mesi, e che danno la misura di cosa intende Labriola per ritorno insufficiente. Tra il 2010 e il 2025 i ricavi delle telecomunicazioni italiane sono scesi da 41,9 a 29,5 miliardi di euro, quasi il 30% in meno, mentre nello stesso periodo gli operatori hanno investito oltre 100 miliardi. Il 2025 ha segnato un primo rimbalzo, +4,5%, ma tutto sulla rete fissa: il mobile ha perso un altro 0,6% ed è fermo poco sotto gli 11 miliardi, e gli investimenti nelle reti mobili sono calati del 14,4%, a circa 1,5 miliardi, contro il +10,3% del fisso.
C’è poi il confronto con le altre bollette. Dal 2010 al 2025 l’inflazione cumulata è stata del 29%, il gas è salito del 53% e l’elettricità del 104%; i prezzi delle telecomunicazioni sono scesi del 42%. E il ricavo medio mensile per utente mobile in Italia è intorno ai 9 euro, contro 14,9 della media europea, 16,5 nel Regno Unito e 42,1 negli Stati Uniti. È la stessa cornice che Asstel ha portato a Urban Tech 2026 per bocca di Marzia Minozzi, responsabile Regolamentazione dell’associazione, secondo cui il settore vale il 6,2% del Pil ma mostra «una difficile sostenibilità economica di lungo periodo», e l’uso dello spettro è «uno degli elementi su cui si gioca la politica industriale settoriale».
Nello stesso articolo c’è una notizia che con le frequenze non c’entra ma che pesa sul contesto: Matteo Del Fante, amministratore delegato di Poste Italiane, ha confermato che Labriola e la sua squadra resteranno alla guida di TIM dopo l’Opas. L’intervento sulle frequenze, quindi, non è il commento di un manager in uscita.
Il commento della redazione
Labriola ha ragione su una cosa: contare gli operatori è un modo grossolano di misurare la concorrenza. Ma il BEREC, nel rapporto di cui abbiamo scritto ieri, non trova prove che la scala porti più investimenti, anzi misura un operatore in più come +10% di capex. E il parere dell’Antitrust non chiede un quinto operatore: chiede che una parte dello spettro torni contendibile, con una gara pensata apposta per non costare troppo. Quello che l’intervento non dice è perché un rinnovo gratuito di tutto lo spettro, per otto anni, a chi ne ha di più, dovrebbe produrre gli investimenti mobili che nel 2025 sono calati del 14% con le frequenze già in mano. La domanda «chi remunera il capitale» è legittima, ma vale anche al contrario: le frequenze sono un bene pubblico, e chi le riceve senza gara deve spiegare cosa restituisce. La risposta di AGCOM a questo punto è attesa: il dibattito sul consolidamento che Labriola evoca è reale, ma si decide a Bruxelles e nei tribunali delle fusioni, non nel rinnovo delle licenze italiane.
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