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Rete Mobile

Nove a uno non basta più: per il CTO di Verizon il 6G deve reinventare l’uplink, forse separandolo dal downlink

Paolo Federico Blago
Ultimo aggiornamento: 14/10/2026
Paolo Federico Blago
8 Minuti di lettura
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Ragazza con occhiali smart cammina in una città americana, antenne della rete mobile sul tetto di un grattacielo: il 6G e la svolta per l'uplink dell'AI

Per vent’anni le reti mobili sono state costruite per scaricare. Nove parti di capacità al download, una all’upload, perché il telefono riceveva video e pagine e rispondeva con poche briciole. Secondo Yago Tenorio, chief technology officer di Verizon, con l’intelligenza artificiale quella proporzione potrebbe avvicinarsi all’uno a uno, e il 6G non ce la farà con qualche miglioramento in più. «Ci manca una svolta che probabilmente dovrà arrivare fino all’architettura», ha detto al 6G Forum di RCR Wireless, in un intervento riportato oggi da Light Reading. «C’è una domanda di uplink molto reale che non credo possiamo soddisfare solo con miglioramenti incrementali».

Contents
Il telefono che racconta tutto all’agenteSeparare le due direzioniGli altri operatori americaniPartire dai casi d’uso, non dai megabitIl commento della redazione

Il telefono che racconta tutto all’agente

Lo scenario che Tenorio ha in mente non è quello della chat con l’assistente, domanda e risposta. È quello che chiama «consapevolezza contestuale continua»: un dispositivo che manda di continuo all’agente AI, nel cloud o all’edge della rete, quello che vede e sente attraverso sensori, video e audio. Un flusso che va dal telefono verso la rete, in tempo reale, sempre. Oggi i rapporti tipici fra downlink e uplink sono 9 a 1 o 8 a 2; in quel mondo, dice il CTO di Verizon, si va verso l’1 a 1.

Il problema è che i dispositivi che dovrebbero generare quel traffico sono i meno adatti a trasmetterlo. Gli occhiali smart e gli altri wearable hanno vincoli di dimensioni, potenza, dissipazione del calore e numero di antenne che un telefono non ha. «Tutto mette pressione sull’uplink. Serve più capacità, ma il dispositivo è meno capace», ha sintetizzato Tenorio. Il ribaltamento del traffico per effetto dell’AI lo avevamo raccontato a luglio con le stime di GSMA Intelligence; qui c’è un operatore che lo mette in cima alla lista dei requisiti del 6G.

Separare le due direzioni

Tenorio ha citato alcune tecniche già in discussione, come il sub-band full duplex, ma la proposta più radicale è un’altra: «Possiamo pensare a un disaccoppiamento completo di uplink e downlink? E a un dispiegamento molto più capillare di ricevitori di uplink ovunque, che ascoltano e sono vicini al cliente, alleggerendo l’uplink del dispositivo?». Subito dopo ha messo le mani avanti: «È solo un esempio. Forse non serve, forse non è pratico. Vedremo».

L’idea del decoupling, nella versione che Ericsson descrive in un post tecnico del 5 ottobre sull’uplink 6G, è più concreta di così. Oggi un telefono usa la banda con il miglior downlink, per esempio i 3,5 GHz, in entrambe le direzioni. Ma un dispositivo in condizioni difficili, al chiuso, farebbe meglio a trasmettere su una banda bassa come i 700 MHz, che arriva più lontano, e a ricevere su una banda alta con più larghezza. Assegnare in modo indipendente e dinamico la banda migliore per ciascuna direzione, nelle valutazioni di Ericsson per la standardizzazione, ha dato fino a dieci volte la velocità di uplink a basso carico. La strada indicata per arrivarci è un’evoluzione della carrier aggregation: attivazione più rapida delle portanti aggiuntive, ruoli più flessibili fra cella primaria e secondaria, monitoraggio del collegamento in entrambe le direzioni. Nello stesso post Ericsson ricorda che nelle sue misure l’uplink pesa in media solo l’8% del traffico, e che il suo Mobility Report di giugno stima per il solo traffico AI un uplink triplicato nel 2031 rispetto al 2025.

Gli altri operatori americani

Non è solo Verizon. A Network X, a Dallas, Egil Grönstad di T-Mobile ha descritto il decoupling come una funzione in arrivo con il 6G: «Si può avere più flessibilità nell’abbinare lo spettro, selezionando qual è il migliore per il downlink e per l’uplink, così non è più quel rapporto fisso». Ha aggiunto che potrebbe valere la pena studiare lo spettro non licenziato per ricavare capacità di upload, soprattutto per applicazioni fisse come il fixed wireless o la videosorveglianza. Nel frattempo T-Mobile, sulla sua rete 5G-Advanced, sta accendendo funzioni già disponibili: carrier aggregation in uplink, MIMO in uplink e transmit switching.

AT&T ha indicato la capacità in upload fra le ragioni dell’acquisto dello spettro a 600 MHz di EchoStar, e prevede di installare le radio dual-band di Ericsson con tecnologia 8RX, otto ricevitori, presentata come una prima per le bande basse. Verizon stessa lavora sull’uplink del 5G: un test di Signals Research Group sulla sua rete standalone, con le radio massive MIMO 32T32R di Ericsson, aveva mostrato un netto miglioramento.

Partire dai casi d’uso, non dai megabit

L’altro messaggio di Tenorio riguarda il metodo. Con il 5G, dice, si è specificata prima la tecnologia, velocità e latenza, sperando che i casi d’uso arrivassero dopo. Con il 6G Verizon vuole fare il contrario: «Abbiamo l’opportunità di progettare il 6G con i casi d’uso in mente». Il mese scorso l’operatore ha allargato il suo 6G Innovation Forum con nove nuovi membri e ha messo in evidenza le prove con il sensing integrato nelle comunicazioni e con i wearable AI, proprio per fissare i requisiti. «Abbiamo due anni preziosi davanti a noi», ha concluso.

Il commento della redazione

La parte più interessante dell’intervento non è la previsione sull’AI, che ormai ripetono tutti, ma l’ammissione che il 6G potrebbe dover cambiare forma per starle dietro. Una rete pensata con ricevitori di uplink sparsi e vicini all’utente, separati dai trasmettitori di downlink, è un’architettura diversa da quella del sito radiomobile con tre settori che conosciamo. Ed è anche un modo per aggirare il limite fisico del dispositivo: se il telefono, o gli occhiali, non possono trasmettere più forte, bisogna che la rete ascolti più da vicino. Vale la pena notare che il decoupling, nella versione Ericsson, è già una funzione di carrier aggregation evoluta, cioè qualcosa che il modem deve supportare e che, come abbiamo scritto a proposito delle sei portanti di du, dipende da licenze e configurazioni che non tutti i produttori accendono. La domanda vera, per il lettore italiano, è un’altra: oggi in Italia il 5G standalone non è ancora aperto ai clienti consumer, e senza core SA le funzioni di uplink di cui parlano Verizon e T-Mobile restano sulla carta. Prima di pensare a come ascoltare gli occhiali del 2032, c’è da sistemare l’upload dei telefoni del 2026.

💬 Ne parliamo sul forum di TLCworld. Scriveteci nella discussione dedicata: leggiamo e rispondiamo lì.

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