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Rete Mobile

Due trasmettitori sono meglio di uno: il test su Verizon che raddoppia l’uplink col 5G standalone

redazione
Ultimo aggiornamento: 29/09/2026
redazione
8 Minuti di lettura
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Sito BTS con antenne massive MIMO su palo in un quartiere residenziale americano, cielo estivo

C’è un tipo di test che vale più di cento slide di marketing, ed è quello fatto per strada, con due telefoni identici agganciati alla stessa rete. A St. Paul, Minnesota, la società di analisi Signals Research Group ha messo fianco a fianco due Motorola razr fold sulla rete Verizon, sotto lo stesso sito equipaggiato Ericsson. Unica differenza: uno era configurato in 5G standalone (SA), l’altro in non-standalone (NSA), la modalità che tiene la radio 5G appoggiata al cuore di rete 4G. Il risultato, raccontato da Light Reading, è di quelli che non lasciano spazio alle interpretazioni: in uplink — la direzione in cui il telefono trasmette verso la rete — il dispositivo in standalone ha fatto segnare un’efficienza spettrale 2,2 volte superiore. Stesso spettro, stessa antenna, stessa giornata: più del doppio della capacità in salita.

La spiegazione, affidata a Mike Thelander, fondatore e amministratore delegato di Signals Research Group, è di quelle che si capiscono meglio guardando dentro il modem che leggendo i comunicati. Il grosso del guadagno arriva dall’uplink MIMO, cioè dalla possibilità di usare due catene di trasmissione contemporaneamente sul 5G. In NSA questo è strutturalmente impossibile: il telefono deve tenere un trasmettitore sull’LTE, che fa da àncora della connessione, e gliene resta uno solo per il 5G. In standalone l’àncora 4G sparisce, ed entrambe le catene spingono sull’NR. «È la parte più critica della spiegazione», dice Thelander: non è un’ottimizzazione software che prima o poi arriverà anche altrove, è un limite di nascita della modalità con cui il 5G è stato lanciato nel mondo.

Per i lettori più affamati di dettagli c’è anche un contorno interessante: il sito del test montava radio massive MIMO 32T32R in spettro FDD — LTE in banda 66 e 5G in banda n2 — e Thelander era lì proprio per studiare il comportamento del massive MIMO fuori dalle solite bande TDD a 3,5 GHz. È un filone di cui sentiremo parlare parecchio, perché promette di spremere capacità nuova dalle bande medie e basse che gli operatori hanno già in tasca.

La parte più interessante del rapporto, però, non è il numero: è la tesi. Per Thelander le vere ragioni per passare allo standalone non c’entrano nulla con il network slicing, la funzione più pubblicizzata (e meno monetizzata) del 5G. Sono ragioni di prestazioni pure: handover più fluidi, soprattutto nelle reti dense di small cell, e più velocità ed efficienza spettrale in uplink. La chiusura del rapporto è una staffilata rivolta a tutta l’industria: le scuse di una volta — pochi dispositivi compatibili, tecnologia acerba — «non hanno più alcun fondamento», e gli operatori che si lamentano delle prestazioni del 5G o invocano il 6G restando seduti sull’NSA «perdono ogni credibilità».

Parole pesanti, perché la fotografia del mondo dice che i seduti sono la maggioranza. Secondo la Global mobile Suppliers Association, ad aprile solo il 29% dei servizi 5G nel mondo girava su standalone. Omdia conta 104 operatori con un core 5G attivo al secondo trimestre 2026, in crescita dai 95 del trimestre precedente, e 26 deployment di 5G-Advanced contro i 20 di inizio anno. Numeri che si muovono, certo, ma con una lentezza imbarazzante se si pensa che i primi servizi 5G commerciali sono del 2019: sette anni dopo, il «5G vero» resta un club di minoranza. Negli Stati Uniti i tre grandi — AT&T, T-Mobile e Verizon — lo standalone lo hanno lanciato tutti, e T-Mobile è già passata al 5G-Advanced; quanti clienti siano stati davvero migrati sul core nuovo, però, non lo dice nessuno con precisione.

Le ragioni del ritardo le riassume Roberto Kompany, principal analyst di Omdia: la migrazione al core 5G è una trasformazione cloud-native complessa, che spesso richiede competenze esterne, da affrontare con budget compressi dopo anni di margini sotto pressione. Ma resta, dice, «una necessità strategica» per sbloccare nuovi ricavi. In casa Ericsson, Jenny Lindqvist vede il bicchiere mezzo pieno: «siamo ancora all’inizio dell’onda 5G», le barriere all’adozione si sono abbassate e il business case della connettività differenziata comincia a dimostrarsi. L’ultimo Mobility Report del vendor svedese conta 84 offerte commerciali di slicing su rete standalone, dalle 65 di sei mesi prima.

E l’Italia? La fotografia più onesta ce l’ha data Ookla nell’intervista che ci ha rilasciato ad agosto: la commercializzazione dello standalone da noi è iniziata, ma non su scala di massa, e resta in larga parte confinata alle sperimentazioni enterprise — l’Italia è una delle ultime grandi economie europee senza un SA commerciale su ampia scala. Non a caso l’AGCOM, nel rinnovo delle frequenze fino al 2037, ha messo nero su bianco che il conto da pagare per i gestori è proprio un «deciso sviluppo» del 5G standalone. E ieri raccontavamo di EE che nel Regno Unito vende lo slicing a cinque sterline nel listino consumer: un prodotto possibile solo perché sotto c’è un core standalone acceso e maturo.

Il nostro commento è che questo test merita attenzione proprio perché misura la direzione giusta. Per anni le reti mobili sono state progettate e raccontate download-first: il numero grosso dello speedtest, il film che si scarica in un lampo. Ma l’uso reale è cambiato sotto i nostri occhi: videochiamate, dirette social, backup fotografici sul cloud, e ora assistenti AI a cui carichiamo foto e video da analizzare. Tutto traffico che sale, non che scende. E chiunque faccia misure sul campo sa che è quasi sempre l’uplink il punto dove l’esperienza si inceppa prima. Un raddoppio secco della capacità in salita, ottenuto a parità di spettro e di antenne, è il tipo di miglioramento che gli utenti sentirebbero davvero — molto più di un altro record di picco in download da comunicato stampa.

Restano due telefoni identici sotto la stessa BTS, uno dei quali trasmette più del doppio dell’altro. La differenza non sta nell’antenna, né nello smartphone: sta nel coraggio di staccare la spina al 4G che il 5G se lo porta ancora sulle spalle. Sette anni dopo il debutto, forse è arrivato il momento.

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