
Il 3 settembre avevamo raccontato lo studio di Ookla sulla metropolitana di Londra, quello in cui il 5G in metro risulta più diffuso che in superficie. Ci erano rimaste parecchie domande, e le abbiamo girate all’autore: Luke Kehoe, Lead Industry Analyst di Ookla, la società di Speedtest. Ci ha risposto per iscritto, punto per punto. Quello che segue è il succo delle sue risposte, con una parte che ci riguarda da vicino: secondo Kehoe l’Italia sta già facendo la stessa cosa, e a Milano in una versione più semplice.
«Una seconda rete costruita sotto la città»
La prima domanda era la più semplice: che cosa l’ha sorpreso di più? «Che un retrofit dentro tunnel vittoriani abbia finito per trasportare una quota di 5G più alta della città che gli sta sopra, almeno dove la rete è già accesa», risponde Kehoe. I numeri sono quelli dello studio: il 19,8% delle connessioni sottoterra viaggiava in 5G contro il 16,5% in superficie nell’intera città, nel periodo analizzato, «e la tendenza vale per ogni operatore».
Come è stato possibile il sorpasso? Non con una tecnologia nuova, spiega l’analista, ma costruendo «una seconda rete completa sotto la città». Nelle gallerie di linea corre un cavo coassiale radiante all’altezza dei finestrini dei treni, posato doppio per capacità e resilienza (serve anche l’ESN, l’Emergency Services Network); nelle stazioni ci sono fitti sistemi di antenne distribuite, i DAS. Il tutto è alimentato dai cosiddetti base station hotel sparsi per Londra, dove ogni operatore installa i propri apparati radio e usa il proprio spettro in licenza. «Il segnale è costruito dentro le stazioni e i tunnel, invece di essere spinto giù a forza dalla superficie», dice Kehoe, e l’ambiente chiuso rende molto più semplice gestire problemi come le interferenze.
Che cosa misura lo studio, e che cosa no
Qui Kehoe è stato nettissimo. Gli avevamo chiesto se il miglioramento fosse capacità, copertura o latenza. «Copertura, e soltanto copertura», risponde. Lo studio si basa sulle scansioni di segnale in background: misure passive e anonimizzate che i dispositivi Android che hanno dato il consenso raccolgono mentre le persone si muovono per la città. Ognuna registra se il telefono ha una connessione funzionante, con quale tecnologia, con quale operatore e con che potenza e qualità del segnale. «In questo studio non sono state esaminate velocità di download né latenze», precisa. Quello che si può dire è che la potenza del segnale è passata «dal nulla a qualcosa, stazione dopo stazione».
L’indicatore più vicino alla capacità è la qualità del collegamento: il rapporto segnale/rumore mediano del 4G sottoterra è di 2 dB, un valore che Kehoe definisce coerente con un sistema indoor dedicato che tiene sotto controllo le proprie interferenze. Un segnale più pulito è ciò che permette a una cella di usare modulazioni di ordine più alto: è un ingrediente della velocità, non una sua misura diretta.
Sul 5G Standalone la risposta sposta la questione dove deve stare. Quello che Boldyn ha costruito sotto Londra è un sistema di antenne e cavi, cioè un neutral host; ogni operatore ci collega la propria radio e il proprio spettro. Che una connessione sia SA o NSA, dunque, si decide dentro la core e la rete radio di quell’operatore, «e cambia dall’uno all’altro». Anche sulle bande Kehoe non si sbilancia: l’uso delle frequenze non è stato esaminato in questo primo studio. Ma offre un ragionamento. In superficie si sceglie la banda bassa per arrivare lontano e la banda media per la capacità, perché il segnale deve viaggiare, attraversare i muri e servire molta gente in poco spazio. In galleria questo compromesso «in gran parte si dissolve», perché l’antenna è già vicinissima al passeggero e non c’è quasi nulla da attraversare. I vincoli diventano altri: la perdita nel cavo radiante, che cresce con la frequenza, e quante unità remote si riescono fisicamente a installare in una finestra notturna di quattro ore, in tunnel vecchi e strettissimi.
Il telefono vecchio vede lo stesso segnale
Ci interessava capire quanto del risultato dipenda dal telefono. «Si divide in due», spiega Kehoe. La copertura è una proprietà della rete: un telefono vecchio, sulla stessa piattaforma, dovrebbe vedere più o meno la stessa potenza di segnale di uno nuovo, perché un DAS la consegna a tutti i dispositivi allo stesso modo. Quello che i telefoni recenti cambiano è che cosa riescono a fare con quel segnale: prima di tutto agganciare il 5G, NSA o SA che sia, poi aggregare portanti su più bande e ricevere meglio. È lì, dice, che nasce ogni vantaggio in termini di velocità.
«L’Italia sta già seguendo lo stesso copione»
Alla domanda se Londra sia un modello replicabile a Milano, Roma o Parigi, la risposta è arrivata con un dettaglio che non ci aspettavamo. «È replicabile, e l’Italia sta già seguendo lo stesso copione». La M4 di Milano, per Kehoe, è la versione più lineare: una linea nuova con un DAS multi-operatore previsto dall’inizio, che copre 21 stazioni e le gallerie lungo 15 chilometri per tutti e quattro gli operatori nazionali da ottobre 2024. Roma è un retrofit «molto più impegnativo», con INWIT, la tower company, al lavoro su 75 stazioni di quattro linee. Londra resta però più dura di entrambe: gallerie di linea larghe 3,6 metri, stazioni «più vecchie della radio stessa» e quattro ore a notte per lavorare.
Gli avevamo proposto tre possibili colli di bottiglia: costi, spettro, accesso fisico ai tunnel. «Non sceglierei nessuno dei tre». L’accesso è un problema di calendario, lo spettro sottoterra non è scarso perché ogni operatore porta il suo, e i costi seguono i ricavi. Il nodo vero è se gli operatori si impegnano davvero come inquilini dell’infrastruttura. E cita Toronto come monito: la stessa società che poi ha costruito la rete di Londra vinse i diritti sulla metropolitana nel 2012 e passò undici anni senza un solo grande operatore a bordo.
Che cosa guardare d’ora in poi
L’ultima risposta è quella che ci portiamo a casa. Per un pendolare, dice Kehoe, non conta la velocità di picco ma la costanza: se la connessione sopravvive al percorso dalla strada all’atrio, alla banchina, al treno in corsa e ritorno, senza buchi, a qualunque ora, punta compresa. L’indicatore da tenere d’occhio è la quota di tempo in cui la connessione è abbastanza buona per ciò che la persona sta facendo, una videochiamata o uno streaming, insieme alla latenza misurata sotto carico, perché il valore a rete scarica «spesso lusinga una rete che va in pezzi quando è piena».
Il nostro commento
Due cose ci restano. La prima è l’onestà metodologica: un analista che precisa di aver misurato solo la copertura, e non la velocità, su uno studio che in molti hanno titolato come «il 5G va meglio in metro» sta facendo un favore a chi legge, e anche a noi che quel titolo lo abbiamo usato. La seconda è il paragone italiano. Che la M4 sia nata con il DAS condiviso dentro al progetto conferma la lezione che avevamo tratto da Londra: negli spazi difficili la rete funziona quando è una sola, costruita dentro, e affittata a tutti. È lo stesso terreno su cui si muove INWIT quando chiede più siti e più densificazione. Ma il monito di Toronto vale anche qui, perché un’infrastruttura neutrale senza inquilini è un tunnel cablato e muto. Dopo la prima intervista a Ookla sulle reti italiane, ci piacerebbe andare a misurare dal modem una banchina della M4.