
Per quasi tutta l’era dello smartphone, la metropolitana di Londra è stata uno dei più clamorosi «buchi di rete» d’Europa: milioni di viaggi al giorno senza campo, mentre Parigi, Tokyo e Hong Kong avevano cablato i loro tunnel da anni. Quell’epoca sta finendo — e per la prima volta non è una promessa dell’operatore, ma un dato misurato. Ookla ha analizzato oltre 50 milioni di scansioni di segnale raccolte in tutta la Grande Londra tra il 25 marzo e il 30 aprile 2026, con un metodo nuovo che riconosce con alta affidabilità le misure fatte sottoterra. Il risultato, firmato dall’analista Luke Kehoe, ribalta un pregiudizio: in metro il 5G va meglio che in strada.
Il dato che sorprende: sottoterra il 5G batte la superficie
Il numero simbolo è questo: il 19,8% delle connessioni sottoterra viaggia già in 5G, contro il 16,5% della media cittadina in superficie. Non è un caso: la rete della metro è stata costruita 5G-ready dal primo giorno, mentre in superficie convive con anni di stratificazioni 4G. Tutti e quattro gli operatori mostrano una quota 5G sottoterra in salute, dal 12,8% di Three al 26,5% di O2.
Anche il segnale è più forte di quanto ci si aspetti. La potenza mediana del 4G in banchina è −96 dBm, contro i −98 dBm della strada (più il valore è vicino allo zero, più il segnale è forte). Dove c’è il 5G sottoterra, la mediana tocca −93 dBm, di nuovo meglio dei −98 in superficie. Un confronto «alla pari», nelle stesse micro-aree, vede la strada ancora avanti di 2-3 dB — ma restare a un paio di decibel dal cielo aperto, dentro tunnel scavati nell’Ottocento, dice quanto la rete sia stata costruita dentro le stazioni e le gallerie.
E la profondità non è un ostacolo: il segnale tiene fino a 30 metri sottoterra. La potenza 4G mediana resta tra −94 e −96 dBm nei primi 30 metri, scendendo a −101 solo più giù; la quota 5G cala dal 21% delle banchine più superficiali al 14% delle più profonde, ma il 5G resta acceso anche là.

La chiave non era la tecnologia: era il modello
La parte più interessante, per chi come noi guarda l’Italia, è come ci sono riusciti. Non con una tecnologia nuova, ma con un modello nuovo. Sotto Londra c’è una sola rete condivisa — un neutral host — costruita e gestita da Boldyn Networks (l’ex BAI Communications) sotto una concessione ventennale assegnata nel giugno 2021, e affittata a tutti gli operatori. Ognuno collega la propria radio e il proprio spettro in nove «hotel di stazioni base» sparsi per la città; il tunnel porta cavo radiante ad altezza finestrino, le stazioni sistemi di antenne distribuite.
Il fatto che sia una rete sola spiega perché funziona per tutti. Le connessioni sottoterra si dividono tra EE (33%), Three (24%), Vodafone (21%) e O2 (20%), con il 2% di MVNO come Sky e di turisti in roaming. Nessun altro trasporto pubblico del Regno Unito ha messo insieme un tale mix di inquilini: Londra l’ha blindato prima di partire, con tutti e quattro gli operatori firmatari già a luglio 2022.
Non è stato indolore. Il tender del 2007 saltò perché le proposte furono giudicate economicamente insostenibili; il piano per cablare la rete prima delle Olimpiadi 2012 — con un’offerta di attrezzature Huawei da 50 milioni di sterline — fu abbandonato nel 2011 quando gli operatori si rifiutarono di finanziare da soli i lavori. A sbloccare tutto fu il pilota del marzo 2020 sulla Jubilee line, con i quattro operatori a bordo dal primo giorno, sei giorni prima del primo lockdown. Oggi oltre il 60% delle 121 stazioni sotterranee è attivo, con il resto atteso entro fine 2026. Il lavoro è titanico: quattro ore scarse a notte, circa 400 tecnici, oltre 2.000 chilometri di cavo da infilare in gallerie larghe poco più dei treni.
Cosa c’entra con noi (e col nostro Salento)
La lezione londinese parla anche a chi legge da qui. In queste settimane, col nostro liveblog «Una settimana con WINDTRE» misurato dal modem, abbiamo toccato con mano quanto la copertura indoor e in profondità sia il vero banco di prova: dentro un negozio del centro di un paese senza siti, il 5G a 3,5 GHz sparisce e restano le bande basse. Londra dimostra che il problema non è tecnico ma di modello: una rete condivisa costruita dentro gli spazi difficili — gallerie, ospedali, centri storici — funziona meglio di quattro reti che ci arrivano da fuori. È lo stesso ragionamento che in Italia sostiene la spinta di chi, come INWIT, chiede più siti e densificazione.
E resta la conferma di un metodo: come già ci aveva raccontato Ookla quando l’abbiamo intervistata sullo stato reale delle reti, i numeri veri non escono dai comunicati ma dalle misure sul campo, milioni di scansioni fatte dai telefoni in tasca. La metro di Londra, per vent’anni simbolo del buco di rete, è oggi il posto dove il 5G va meglio che in strada. Sotto, non sopra.