
Dieci giorni fa raccontavamo i 76 minuti in cui 46 chiamate al Triple Zero di clienti Optus sono finite nel vuoto, e ci chiedevamo quante volte possa cadere lo stesso operatore sullo stesso numero. La risposta della politica australiana è arrivata oggi, 21 settembre, ed è scritta in un rapporto di quasi 300 pagine: la commissione Ambiente e Comunicazioni del Senato ha chiuso l’inchiesta aperta dopo il blackout Optus del settembre 2025 con undici raccomandazioni, sostenute da Verdi, laburisti e Coalizione. La presidente della commissione, la senatrice dei Verdi Sarah Hanson-Young, le ha riassunte con una frase che agli operatori non sarà piaciuta: «Le telco australiane sono avvisate, è la fine dell’era dell’autoregolamentazione».
Togliere il Triple Zero a Telstra
La proposta che fa più rumore riguarda chi risponde quando un australiano compone lo 000. Oggi quel compito, che la legge chiama Emergency Call Person, spetta a Telstra: è l’operatore storico a prendere la chiamata e a smistarla verso polizia, vigili del fuoco o ambulanza. La raccomandazione numero 2 chiede al governo di «valutare l’istituzione di un’autorità pubblica» che si assuma quella funzione. Hanson-Young la traduce senza giri di parole: «Nazionalizzare il Triple Zero deve essere in cima alla lista delle cose da fare del governo», perché un servizio da cui dipende la vita delle persone non può essere lasciato ad «aziende che mettono i profitti davanti alle persone». Conviene però notare la distanza fra il tono della presidente e il testo votato: il rapporto dice «valutare», non «istituire», ed è su quella formula più prudente che i tre partiti hanno trovato l’accordo.
Accanto a questa c’è una raccomandazione meno vistosa, la numero 3, che nasce direttamente dalle cronache degli ultimi mesi: quando una chiamata d’emergenza non va a buon fine durante un guasto, qualcuno deve andare a controllare che quella persona stia bene. Nell’episodio Optus dell’11 settembre a bussare alle porte è stata la polizia dei singoli Stati; la commissione chiede al Triple Zero Custodian, la figura di garanzia del sistema, di riesaminare l’intero meccanismo e di valutare se non convenga affidare tutti i controlli allo stesso soggetto che gestisce il numero d’emergenza.
Roaming nazionale, standard minimi e indennizzi automatici
Il secondo blocco tocca le reti. La raccomandazione 7 chiede di modificare la legge per rendere obbligatorio il roaming nazionale, sia per le chiamate vocali sia per gli SMS: se la rete del proprio operatore cade, il telefono deve potersi appoggiare a quella di un concorrente. È un tema che in Australia torna ciclicamente, e che avevamo già incontrato ad agosto quando il regolatore della concorrenza ha riaperto il dossier per le zone rurali, dove spesso c’è la rete di un solo gestore. Secondo Hanson-Young il roaming domestico è già realtà «in Nuova Zelanda, in Canada e in Europa»; è un’affermazione sua, che il rapporto usa come argomento politico più che tecnico. La raccomandazione 8 aggiunge che gli operatori dovranno supportare un canale testuale affidabile per contattare lo 000, in aggiunta alla voce.
La raccomandazione 4 è quella che pesa di più sui conti: un quadro di affidabilità per tutte le reti che danno accesso al Triple Zero, con standard obbligatori di prestazione, sanzioni civili «sostanziali» per chi non li rispetta e un sistema di indennizzo automatico per chi è colpito, direttamente o indirettamente, da un disservizio. «È ora che alle telco si impongano standard minimi, come avviene per le società elettriche», dice la presidente. Come osserva iTnews, il rapporto non precisa né come debbano essere fatti questi standard né a quanto ammonterebbero gli indennizzi, e chiede anzi una consultazione estesa prima di introdurli; un precedente però esiste già, perché la società pubblica della rete fissa NBN Co paga rimborsi quando manca i livelli di servizio concordati.
Ed è qui che l’unanimità si incrina. I senatori laburisti appoggiano «un ulteriore approfondimento» dello schema di indennizzo, a condizione che sia «equo, pratico e mirato». Quelli della Coalizione scrivono di ritenere che non ci siano prove sufficienti per istituirlo: negli ultimi blackout, ricordano, gli operatori hanno attivato rimborsi volontari per chi dimostrava un danno, soluzione che giudicano preferibile a «un pagamento automatico e indiscriminato». In cambio propongono un obbligo diverso, quello di rendere pubblici i piani di investimento futuri sulle reti, soprattutto nelle aree regionali e remote.
Il regolatore sotto esame, e i telefoni in un registro
Il rapporto non risparmia l’ACMA, l’autorità delle comunicazioni. La raccomandazione 5 chiede una revisione indipendente del suo ruolo, dei poteri, delle risorse e delle competenze tecniche in materia di Triple Zero, e la 6 propone di darle il potere di obbligare gli operatori a produrre informazioni e prove. Hanson-Young è molto più dura del testo: l’ACMA avrebbe «fallito completamente», dimostrandosi «più un cagnolino che un cane da guardia». È la stessa autorità che, come abbiamo scritto a luglio, ha portato Optus in tribunale per il blackout del 2025.
Le ultime raccomandazioni guardano ai dispositivi, e sono quelle che a noi interessano di più. La 9 chiede un registro pubblico dei telefoni venduti in Australia che risultano conformi e testati, la 10 un quadro, affidato all’autorità della concorrenza, per far circolare le specifiche tecniche fra operatori e produttori, così da scoprire prima i limiti di reti e apparecchi. La 11 vuole che le telco pubblichino nei bilanci annuali numero, tipo, durata, causa e impatto dei disservizi. L’associazione dei consumatori ACCAN, che appoggia tutte e undici le raccomandazioni, ha messo in fila l’ultimo anno: il blackout Optus di dodici mesi fa, collegato a due morti; un guasto Telstra due mesi fa, con oltre 600 persone senza accesso al Triple Zero; un disservizio nazionale Vodafone a giugno; e l’episodio Optus dell’11 settembre. ACCAN indica anche il veicolo per agire subito, cioè il disegno di legge sulla copertura mobile universale all’aperto, già all’esame del Senato.
Il nostro commento
Un rapporto parlamentare non è una legge, e questo in particolare è pieno di verbi come «valutare» e «considerare»: tocca ora al governo decidere che cosa farne, mentre è ancora in corso la revisione delle norme sul Triple Zero che il rapporto stesso invita a usare come occasione. Ma la direzione è chiara, e va oltre l’Australia. Per anni l’affidabilità di una rete mobile è stata una faccenda commerciale, un argomento da pubblicità; quando sulla stessa rete passano le chiamate d’emergenza, diventa una faccenda da standard obbligatori, come la corrente elettrica. Due idee ci sembrano esportabili a prescindere da chi risponde al telefono. La prima è l’obbligo di pubblicare i dati sui guasti, perché oggi i blackout si conoscono dai social prima che dagli operatori. La seconda è il registro dei telefoni testati: chi segue le nostre analisi dal modem sa quante differenze si nascondono fra un dispositivo e l’altro sulla stessa cella, e che un telefono riesca davvero a chiamare i soccorsi su ogni rete non è un dettaglio da lasciare alle note a piè di pagina di una scheda tecnica.
Fonti: comunicato della presidente della commissione del Senato australiano con l’elenco completo delle raccomandazioni (21 settembre 2026); iTnews; comunicato ACCAN; Mobile World Live.