
C’è un paradosso che attraversa la notizia di oggi da Tokyo, e vale la pena gustarselo fino in fondo: NTT docomo, l’operatore che ha trasformato l’open RAN in una bandiera nazionale e in un prodotto da esportazione, ha scelto la piattaforma baseband di Ericsson — silicio proprietario, integrazione verticale, tutto quello che l’open RAN prometteva di superare — come fondamenta della sua rete per gli anni a venire. L’annuncio è arrivato questa mattina con un comunicato congiunto ripreso da Mobile World Live: docomo adotterà la nuova generazione di RAN Compute, la famiglia di unità di elaborazione che costituisce il cervello delle stazioni radio base, per tutte le generazioni della sua infrastruttura mobile, 5G compreso. E il dispiegamento non è un progetto sulla carta: è già cominciato, a luglio.
Capacità doppia, consumi dimezzati: cosa compra docomo
La piattaforma scelta da docomo monta l’ultima generazione di Ericsson Silicon, i chip progettati in casa dal gruppo svedese, ed è ottimizzata per 4G, 5G e 5G Advanced con un occhio dichiarato ai carichi di lavoro di intelligenza artificiale e machine learning destinati a girare dentro la rete d’accesso. I numeri promessi sono di quelli che fanno drizzare le orecchie a qualunque direttore di rete: fino al doppio della capacità rispetto alla generazione precedente di baseband, con meno della metà dei consumi energetici. Un rapporto prestazioni-watt che pesa doppio nelle architetture C-RAN centralizzate — dove decine di unità di calcolo convivono negli stessi siti aggregati — ed è lì che docomo concentrerà i benefici, come ha spiegato Masafumi Masuda, il responsabile della progettazione della rete d’accesso: «Stiamo potenziando la capacità di elaborazione della rete per mantenere e migliorare la qualità delle comunicazioni a fronte di una domanda di traffico in crescita». Con una postilla che guarda lontano: la piattaforma servirà «un utilizzo futuro dell’AI» che l’operatore giapponese dà ormai per scontato.
Per chi mastica meno il gergo: la baseband è la parte della stazione radio base che non si vede dalle strade — niente pannelli, niente tralicci — ma che fa il lavoro sporco, trasformare il segnale radio grezzo in dati e orchestrare in tempo reale migliaia di connessioni simultanee. È il componente dove si gioca la vera corsa alla potenza di calcolo delle reti, ed è esattamente il territorio conteso della stagione dell’AI-RAN. Yukiko Sato, che guida i rapporti con il gruppo NTT per Ericsson Japan, ha aggiunto al quadro l’argomento che oggi apre più porte nei consigli di amministrazione: la piattaforma «non solo risponderà alle esigenze di traffico di docomo, ma migliorerà la sostenibilità ambientale e ridurrà i costi operativi». In un Paese dove l’energia è cara e i siti di rete si contano a centinaia di migliaia, dimezzare i watt della baseband non è un dettaglio da brochure: è una voce di bilancio.
Il Giappone, terra promessa (di Ericsson)
Il contratto con docomo non è un episodio isolato ma il terzo tempo di una campagna di Giappone che Ericsson sta giocando in modo chirurgico. A dicembre 2025 era arrivato il dispiegamento commerciale delle radio massive MIMO AIR 3255 a 4,5 GHz sulla rete 5G dello stesso operatore; nel corso del 2026 sono seguiti un accordo pluriennale con SoftBank sul core e nuove commesse con KDDI. Tre operatori su quattro, in un mercato che per un decennio è stato il laboratorio mondiale dell’alternativa ai grandi vendor: è la stessa docomo che con il progetto OREX ha impacchettato l’open RAN per venderlo agli operatori di mezzo mondo, ed è il Paese di Rakuten Mobile, che sull’architettura aperta ha costruito un’intera rete software e ora la porta fin dentro l’Ucraina in guerra. Che proprio qui i big tornino a vincere le gare più pesanti dice molto su dove è arrivata — e dove si è fermata — la rivoluzione multivendor. Va detto, per completezza, che le due cose non si escludono: la baseband Ericsson può convivere con interfacce aperte verso radio di terzi, e docomo non ha certo annunciato l’abbandono di OREX. Ma la sostanza commerciale resta: il cuore computazionale della rete del primo operatore giapponese parlerà svedese.
La risposta silenziosa nella guerra dell’AI-RAN
C’è poi una seconda lettura, tutta industriale. Lunedì abbiamo raccontato la spaccatura tra Nokia ed Ericsson sull’AI-RAN: Espoo che sposa le GPU di Nvidia promettendo il raddoppio dell’efficienza spettrale e manda in pensione il silicio custom, Stoccolma che difende i chip fatti in casa con stime prudenti e acceleratori neurali propri. La commessa di Tokyo è la risposta di Ericsson a quella narrazione, ed è una risposta senza conferenze stampa: il più esigente operatore d’Asia ha esaminato il mercato e ha scelto proprio l’Ericsson Silicon, la strada che i critici dipingono come vecchia. Il messaggio implicito agli investitori — scossi un mese fa dai piani Nvidia di Nokia — è che il silicio proprietario non solo non è morto, ma vince contratti «AI-ready» esattamente dove la concorrenza è più agguerrita. La partita vera, quella delle radio 6G del 2028, resta aperta; ma nel frattempo le baseband si vendono oggi, e oggi a Tokyo ha incassato Ericsson.
Il commento della redazione
Noi ci leggiamo una lezione che va oltre il Giappone: nella rete d’accesso il pendolo sta tornando verso l’integrazione. L’open RAN non è fallito — OREX esiste, Rakuten macina, e i test con Kyivstar dimostrano che l’architettura aperta ha trovato le sue nicchie strategiche — ma quando un operatore con il traffico e gli standard qualitativi di docomo deve scegliere il cervello della propria rete per il decennio dell’AI, la promessa di flessibilità multivendor pesa meno di due numeri secchi: capacità doppia, consumi dimezzati. È il segno che la battaglia degli apparati si è spostata dal dogma architetturale all’economia del silicio, dove contano i nanometri e i watt più delle interfacce aperte. E c’è un’ultima ironia di calendario: nella stessa settimana in cui la GSMA benediceva il consolidamento degli operatori europei, il Giappone ci ricorda che anche tra i fornitori il mercato sta convergendo su pochi campioni. La diversità, nelle reti mobili, resta un valore dichiarato da tutti — e praticato da pochissimi, perché alla fine i bilanci votano sempre per l’efficienza.