
Centotrentuno a Genova, ottantuno sparsi fra Padova, Bari, Bologna e Catanzaro: 212 persone, come ha titolato oggi Il Sole 24 Ore, che lavorano per i due fornitori di apparati di rete e che nel giro di una settimana si sono ritrovate dentro una procedura di licenziamento collettivo. Ericsson Italia ha aperto la sua l’11 settembre per 131 dipendenti della sede degli Erzelli, 56 impiegati, 64 quadri e 11 dirigenti; ZTE Italia ha comunicato ai sindacati quella per 81 lavoratori su un organico complessivo di 177, con la chiusura di quattro sedi. Lunedì 5 ottobre alle 16.30 il Ministero delle Imprese ha convocato a Roma il tavolo nazionale sul caso Ericsson, con azienda, sindacati e istituzioni locali. Per chi segue le reti mobili italiane dal lato tecnico, questa non è solo una vertenza sindacale: è un segnale su che cosa gli operatori stanno comprando, e da chi.
Erzelli: chiude l’ottica, resta meno della metà
Il caso genovese è il più pesante. Secondo i dati sindacali riportati da Faro di Roma, i 131 esuberi valgono oltre il 42 per cento dei circa 310 dipendenti di Ericsson a Genova, e il piano prevede la chiusura dell’intera unità di ricerca e sviluppo dedicata all’ottica più il ridimensionamento di altre attività di R&S. Sonia Montaldo, segretaria generale di Slc Cgil Genova, ha riferito a Genova Quotidiana che cosa ha detto l’azienda: «non si tratta di una delocalizzazione, ma il prodotto realizzato qui a Genova non verrà più fatto», con l’intenzione di «puntare su altre tecnologie, senza averci spiegato con precisione quali, e investire su queste attività in altri Paesi». Le motivazioni di Ericsson, riportate dalla stessa testata, sono la contrazione del mercato italiano delle telecomunicazioni e una revisione più ampia delle strategie di gruppo; i sindacati riferiscono che il mercato italiano è stato descritto dall’azienda come in «progressiva involuzione», al punto da rendere il paese meno conveniente per gli investimenti della multinazionale.
Il confronto in Prefettura non ha prodotto nulla: Ericsson ha respinto le richieste di ritiro, di revisione del numero e di ricorso agli ammortizzatori sociali, prospettando uscite volontarie incentivate, e secondo i sindacati la procedura potrebbe coinvolgere tutti i 131 entro fine anno. Lo sciopero del 23 settembre con presidio davanti alla Prefettura, poi il 1° ottobre lo sciopero di quattro ore e la manifestazione in piazzale Kennedy all’apertura del Salone Nautico, con il presidente della Regione Marco Bucci e la sindaca Silvia Salis fermi a parlare con i lavoratori. Bucci ha chiesto «la conferma che rimangono qua» e che le attività cancellate siano sostituite da nuove divisioni di prodotto; Salis ha avvertito che, se l’azienda non cambierà posizione, il Comune lavorerà con imprese e istituzioni per ricollocare i dipendenti. Slc Cgil, che per prima aveva diffuso la lettera dell’azienda, parla di «dramma sociale e scempio per il progetto del polo hi-tech degli Erzelli», sostenuto anche con investimenti pubblici proprio per consolidare a Genova la ricerca.
ZTE: ottantuno su centosettantasette, e un cliente solo
Il caso ZTE è meno visibile e, per le reti mobili, più eloquente. La nota unitaria di Slc Cgil, Fistel Cisl e Uilfpc Uil, riportata da Collettiva, dice che ZTE Italia «paga l’assenza di una visione strategica e di un serio piano di diversificazione commerciale», con ricavi che «dipendono in larga misura dalle commesse con Wind3, oltre a quote marginali su Zephiro e Open Fiber». Quanto presentato dall’azienda, scrivono i sindacati, «prefigura scenari privi di qualsiasi prospettiva di rilancio, delineando una probabile, graduale dismissione delle attività e il definitivo disimpegno del gruppo cinese dal mercato italiano». È un giudizio sindacale, non un annuncio aziendale, e va letto come tale. Ma il contesto in cui arriva lo conoscono i nostri lettori: due giorni fa i governi europei hanno chiesto di togliere la scadenza fissa di tre anni per rimuovere dalle reti gli apparati dei fornitori ad alto rischio, cioè Huawei e ZTE, legando i tempi anche alla «disponibilità di alternative adeguate». Un fornitore che chiude quattro sedi e dimezza l’organico italiano è, per definizione, un’alternativa in meno.
La lettura dei sindacati mette insieme le due vertenze: «gli 81 licenziamenti annunciati da ZTE Italia e i 131 esuberi dichiarati da Ericsson non sono episodi isolati, ma il sintomo drammatico di un sistema industriale che sta crollando», dice la segreteria nazionale di Slc Cgil, che punta il dito sulle «scelte industriali delle telco, frenate da scarsi investimenti sulle infrastrutture 5G e oppresse dai costi esorbitanti delle aste per le frequenze», e sulle grandi telco che «continuano a tagliare gli investimenti sulle infrastrutture e sulla ricerca e sviluppo». La domanda finale è politica: «cosa succederà quando termineranno le risorse del PNRR?».
Il nostro commento
Noi guardiamo le reti dal modem, e dal modem si vede che i fornitori sono pochi: in Europa il 95 per cento del mercato RAN è in mano a cinque nomi, e in Italia due di quei cinque stanno riducendo la presenza nello stesso mese. Non sono la stessa storia: Ericsson chiude un laboratorio di ricerca ottica, cioè sviluppo di prodotto che il gruppo sposta altrove; ZTE taglia la struttura che serve le commesse di rete, cioè la capacità di installare e manutenere apparati per i clienti italiani. Ma hanno una causa comune, che i sindacati chiamano con il suo nome: gli operatori italiani comprano meno rete, e chi la vende si adegua, proprio mentre il mercato mondiale degli apparati torna a crescere. Il tavolo del 5 ottobre può salvare posti di lavoro, ed è giusto che ci provi. Non può però cambiare la cosa che li ha messi a rischio, cioè quanto gli operatori investono nelle reti mobili di questo paese: su quello si decide altrove, nei bilanci di TIM, Fastweb+Vodafone, WindTre e Iliad. Il resto è conseguenza, e si vede ai piedi dei tralicci prima che nelle statistiche.
Fonti: Il Sole 24 Ore (2 ottobre 2026); Collettiva (nota unitaria Slc Cgil, Fistel Cisl, Uilfpc Uil su ZTE Italia); Faro di Roma; Genova Quotidiana (1° ottobre 2026); Avvenire (11 settembre 2026).
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