Tre mesi fa raccontavamo la Malaysia che archiviava la rete unica 5G: U Mobile aveva acceso la propria infrastruttura e il Paese diventava un mercato a due reti. Restava una domanda, ed era la più scomoda: che fine fa Digital Nasional Berhad, la società pubblica che quella rete unica l’aveva costruita, quando lo Stato se ne va e il monopolio finisce? La risposta è arrivata il 1° ottobre, ed è fatta di due pezzi che si incastrano: un finanziamento da 5,2 miliardi di ringgit e un titolo di spettro di lungo periodo su 240 MHz. DNB, in altre parole, non chiude. Diventa una società di rete all’ingrosso di proprietà degli operatori, con i soldi per andare avanti da sola e le frequenze per restare competitiva.

Il finanziamento, e l’uscita del ministero
Nel suo comunicato DNB parla del completamento di un finanziamento sindacato islamico a termine da 5,2 miliardi di ringgit, uno dei più grandi mai organizzati in Malaysia per una società non quotata, secondo The Star. L’operazione rifinanzia la linea di credito rotativa garantita dal governo, scaduta il 29 settembre, e costruisce una struttura di debito di lungo periodo. Il punto politico sta nel passaggio successivo: il finanziamento «facilita l’uscita programmata» del ministero delle Finanze come azionista ordinario e il passaggio a una proprietà paritaria tra i tre operatori soci, CelcomDigi attraverso la controllata Infranation, Maxis Broadband e YTL Power International, atteso all’inizio del quarto trimestre del 2026. Lo Stato tiene una golden share, chiamata special share, per presidiare le questioni strategiche.
«Questo finanziamento dà a DNB una piattaforma sostenibile per operare in autonomia, continuare a investire nel miglioramento della rete e nell’espansione della capacità, e valorizzare le nostre risorse di spettro ampliate», ha detto l’amministratore delegato Azman Ismail. CelcomDigi, dal canto suo, ha fatto notare che il finanziamento dovrebbe ridurre il bisogno di nuovi apporti di capitale da parte degli operatori azionisti, lasciandoli liberi di concentrarsi sull’efficienza e sulle prestazioni della rete.
I 240 MHz che diventano un diritto
La seconda metà della notizia è quella che interessa di più a chi guarda la radio. Il 1° ottobre il regolatore MCMC ha assegnato a DNB l’intero blocco da 100 MHz tra 3,3 e 3,4 GHz, chiamato F0, e ha convertito l’intera dotazione di spettro della società, 240 MHz, in uno Spectrum Assignment, cioè un’assegnazione di lungo periodo con valore di diritto, al posto delle formule provvisorie precedenti. DNB sottolinea la «maggiore certezza regolatoria» e cita le tecnologie che quel blocco permette di spingere: massive MIMO, carrier aggregation, 5G Advanced e funzioni di rete guidate dall’intelligenza artificiale. CelcomDigi parla di 200 MHz contigui in banda media, una larghezza che nessun operatore italiano ha sui 3,5 GHz, dove il blocco più grande è di 80 MHz, e che spiega da sola perché i soci abbiano voglia di restare dentro.
The Star riporta anche la voce della cautela. Un esperto del settore sentito dal quotidiano osserva che il finanziamento dà a DNB i soldi per operare e investire e lo spettro le dà capacità e certezza, ma che «lo spettro di per sé non si traduce automaticamente in profitti più alti»: serve domanda all’ingrosso sufficiente dagli operatori, prezzi di accesso adeguati e un utilizzo della rete che generi la cassa per ripagare i 5,2 miliardi e finanziare gli investimenti futuri. Kenanga Research, a settembre, stimava che la perdita netta di DNB potesse scendere da 1,21 miliardi di ringgit dell’esercizio 2024 a 750 milioni e poi a 500 milioni nell’esercizio 2027, con un impatto di circa l’8 per cento sugli utili 2027 di CelcomDigi e Maxis.
Il secondo tempo del modello malaysiano
Per capire perché tutto questo conti bisogna ricordare da dove viene DNB. Nata nel 2021 come società interamente pubblica per costruire un’unica rete 5G nazionale da rivendere all’ingrosso, con Ericsson come fornitore, era stata la scommessa più radicale del Sud-est asiatico sul modello della rete unica. Le proteste degli operatori sui costi e sulla governance avevano portato il governo, già nel 2023, a cambiare rotta verso il modello a due reti, e a luglio U Mobile ha completato il trasloco dei suoi clienti sulla propria infrastruttura. Da allora DNB è la rete di chi è rimasto, cioè CelcomDigi, Maxis e YTL, che ora ne diventano anche i proprietari, e il 1° ottobre segna il momento in cui smette di essere un’emanazione del Tesoro per diventare la società di rete condivisa di tre operatori concorrenti.
Il commento della redazione
È un finale più interessante di quello che molti si aspettavano quando la rete unica è stata smontata. La Malaysia non ha buttato via l’infrastruttura pubblica né l’ha svenduta: l’ha trasformata in una società di rete condivisa, con i tre operatori che la usano come proprietari paritari, il debito al posto delle garanzie statali e lo spettro blindato in un titolo di lungo periodo. È, in sostanza, il modello che in Europa chiamiamo network sharing, arrivato per la strada opposta, dalla rete di Stato verso la proprietà privata invece che dagli operatori verso la condivisione.
Resta il nodo che The Star mette in evidenza e che vale per qualunque rete all’ingrosso: la capacità non è ricavo. Duecentoquaranta megahertz in mano a una società che vende all’ingrosso a tre azionisti sono un patrimonio enorme, ma li paga chi li usa, e i tre azionisti hanno ogni interesse a pagare il meno possibile. Il vero banco di prova non sarà la copertura, che DNB ha già, ma i prezzi di accesso e la disciplina con cui CelcomDigi, Maxis e YTL faranno convivere la rete comune con i loro siti. Dall’altra parte c’è U Mobile, da sola, con una rete nuova: il confronto tra i due modelli, finalmente, lo deciderà il mercato.
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