
Nel gergo della finanza si chiama “collocamento accelerato”, ma la sostanza รจ piรน antica del gergo: lo Stato fa cassa col gioiello di famiglia. Giovedรฌ sera, a mercati chiusi, l’agenzia delle partecipazioni statali francese (APE) e la banca pubblica Bpifrance hanno messo sul mercato 66,5 milioni di azioni Orange โ circa il 2,5% del capitale โ incassando attorno a 1,1 miliardi di euro. La quota pubblica nel primo operatore francese scende cosรฌ da circa il 23% al 20,4%. Eppure, ed รจ qui che la notizia si fa interessante, a Parigi nessuno parla di ritirata: grazie al meccanismo del voto doppio, lo Stato continuerร a pesare in assemblea per quasi il 30%. Vendere senza mollare: un’arte in cui i francesi non hanno rivali.
Il trucco (legalissimo) del voto doppio
Per capire l’operazione bisogna partire da una legge del 2014, la loi Florange, che premia gli azionisti fedeli: chi tiene le azioni nominative per almeno due anni vede raddoppiare il proprio diritto di voto. Lo Stato francese, azionista di Orange dai tempi in cui si chiamava France Tรฉlรฉcom ed era un monopolio pubblico, di anni ne ha accumulati ben piรน di due. Il risultato, riportato da Reuters e ripreso da Mobile Europe, รจ che anche dopo la cessione il peso di Parigi in assemblea resterร vicino alla soglia del 30%, a fronte di una partecipazione economica ormai sotto il 21%. Secondo le stesse fonti, la struttura dell’operazione รจ stata discussa tra governo e azienda per circa due anni: non un blitz, ma un disimpegno progettato con cura da orologiai.
La logica รจ dichiarata nella sua eleganza: monetizzare una parte del capitale โ con le casse pubbliche francesi notoriamente sotto pressione โ senza rinunciare a un grammo di influenza sulle scelte strategiche dell’operatore che gestisce le reti piรน importanti del Paese. Gli analisti la chiamerebbero separazione tra proprietร e controllo; un contribuente francese la chiamerebbe, piรน prosaicamente, avere la botte piena e la moglie ubriaca.
Vale la pena ricordare da dove viene quella quota. France Tรฉlรฉcom fu privatizzata a rate a partire dal 1997, ma lo Stato non รจ mai davvero uscito di scena: nemmeno negli anni piรน bui โ il quasi-crac del debito nel 2002, salvato con un intervento pubblico da manuale โ e nemmeno dopo il cambio di nome in Orange, Parigi ha mai lasciato che il primo operatore del Paese diventasse una societร come le altre. La partecipazione pubblica ha garantito per decenni poltrone nel consiglio, un canale diretto con l’Eliseo e un flusso di dividendi tutt’altro che simbolico. ร questa lunga fedeltร , paradossalmente, a rendere oggi possibile il disimpegno: sono proprio gli anni di possesso ininterrotto ad aver maturato quel voto doppio che permette allo Stato di alleggerirsi senza contare di meno.
Perchรฉ proprio adesso
Il tempismo non รจ casuale. Dopo anni passati nel purgatorio di borsa, i titoli delle telco europee sono tornati a correre: Orange รจ tra i protagonisti di quella che la stampa di settore ha battezzato la “riscossa” del comparto, trainata da tariffe in risalita, costi sotto controllo e dal nuovo appetito degli investitori per le infrastrutture digitali. Quando il titolo รจ ai massimi pluriennali, vendere รจ semplicemente buon senso. E Orange, dal canto suo, รจ nel mezzo di una stagione di grandi manovre: ha appena annunciato con l’investitore neozelandese Morrison โ sรฌ, lo stesso che sta trattando l’ingresso in Optus dall’altra parte del mondo โ una joint venture da 3 miliardi di euro per i data center francesi, e resta la candidata piรน corteggiata per spartirsi le spoglie di SFR, lo spezzatino che Bruxelles ha rimandato al giudizio di Parigi. Un azionista pubblico piรน leggero, in questo scenario, lascia all’azienda piรน libertร di manovra โ e al governo meno imbarazzi quando il primo operatore nazionale si presenterร dall’antitrust a chiedere di comprare pezzi del secondo.
Parigi vende, Roma compra
Vista dall’Italia, l’operazione ha un sapore particolare. Mentre la Francia riduce l’esposizione economica sul suo campione nazionale tenendosi il controllo di fatto, Roma sta facendo il percorso esattamente inverso: attraverso Poste Italiane, lo Stato italiano sta salendo nel capitale di TIM con l’OPAS da 10,8 miliardi che ridisegnerร l’assetto dell’ex incumbent. Due strade opposte per lo stesso obiettivo dichiarato โ la sovranitร sulle reti โ con una differenza non piccola: Parigi incassa, Roma investe. E la Germania sta a guardare dalla sua posizione di rendita, con poco meno di un terzo di Deutsche Telekom saldamente in mano pubblica tra quota federale diretta e KfW. In un’Europa dove la GSMA invoca il consolidamento e i governi tornano protagonisti, il rapporto tra Stati e telco non รจ mai stato cosรฌ di moda โ cambia solo il verso della corrente da un Paese all’altro.
Il commento della redazione
L’operazione francese รจ, tecnicamente, un piccolo capolavoro: si vende al momento giusto del ciclo, si incassa piรน di un miliardo e non si cede nulla che conti davvero, perchรฉ il voto doppio trasforma la quota residua in una maggioranza di blocco di fatto. Ma proprio qui sta il rovescio della medaglia, e ci pare giusto dirlo: chi ha comprato giovedรฌ sera sa di essere entrato in una societร dove un socio col 20% del capitale comanda col 30% dei voti, e questo sconto di governance prima o poi si paga, di solito in valutazione. La domanda vera, perรฒ, รจ un’altra: se persino la Francia โ il Paese che ha inventato il colbertismo โ ritiene che per governare le reti non serva piรน possederle, che cosa dice questo del modello italiano, dove per riprendersi TIM si รจ scelto di metterci i soldi veri, a premio sul mercato? Tra qualche anno sapremo chi ha fatto l’affare migliore. Il nostro sospetto รจ che a Bercy abbiano studiato meglio la lezione: nelle telecomunicazioni europee di oggi il controllo รจ questione di regole, non di capitale.