
Separare la rete dai servizi: in Italia ne discutiamo da vent’anni, tra scorpori annunciati, NetCo vendute e piani rimandati. In Indonesia lo hanno fatto in diciotto mesi. Come riporta Light Reading, e come confermano i comunicati ripresi dalla stampa economica di Giacarta, Telkom Indonesia ha completato la seconda e ultima fase dello scorporo della sua infrastruttura: asset per 85,7 mila miliardi di rupie — circa 4,8 miliardi di dollari — sono passati alla controllata PT Telkom Infrastruktur Indonesia, ribattezzata con il nome commerciale InfraNexia. Da oggi oltre il 90% dell’infrastruttura di rete dell’ex monopolista indonesiano vive in una società a parte, nata per fare una cosa sola: vendere connettività all’ingrosso, a chiunque la chieda.
I numeri dell’operazione danno la misura del Paese: dentro InfraNexia sono confluiti circa 112.000 chilometri di fibra ottica e 26.000 chilometri di sistemi in cavo sottomarino, la ragnatela che tiene insieme un arcipelago di oltre 17.000 isole distese su tre fusi orari. È un’infrastruttura che non ha eguali nel Sud-est asiatico, e che fin qui viveva mescolata al resto del gruppo: la prima fase dello scorporo, chiusa a gennaio, aveva trasferito poco più di metà della rete in fibra per costruire le fondamenta operative della nuova società; la seconda, da sola, vale 49,9 mila miliardi di rupie, circa 2,8 miliardi di dollari, e completa il trasloco. Un dettaglio però va sottolineato subito, perché cambia il senso di tutto: Telkom conserva il 99,9% della nuova società. Non è una vendita, non è un addio — è una separazione in casa.
Perché dividersi se non si vende?
La domanda è legittima, e la risposta ufficiale di Telkom è un piccolo manifesto strategico. InfraNexia nasce come fornitore di connettività wholesale «neutrale e affidabile»: la rete che prima serviva soprattutto il gruppo ora ha il mandato di servire il mercato intero, operatori concorrenti compresi. La contabilità separata rende visibile quanto rende davvero ogni chilometro di fibra — e quanto ce n’è di sottoutilizzata da mettere a reddito. E poi c’è la ragione più contemporanea di tutte: l’Indonesia sta vivendo un boom di data center, cloud e intelligenza artificiale, e chi possiede i cavi che collegano quelle strutture vuole presentarsi ai giganti tecnologici come un interlocutore puro, senza il sospetto di favorire la propria divisione retail. Una società-rete con i conti in chiaro, infine, è anche il veicolo perfetto per accogliere domani capitali esterni — fondi infrastrutturali, investitori istituzionali — senza toccare la casa madre: lo spin-off di oggi è, in prospettiva, l’asta di dopodomani.
Il contesto rende la mossa ancora più interessante. Il mercato indonesiano è reduce da anni di consolidamento — la fusione tra Indosat e Tri prima, quella tra XL e Smartfren poi — e la concorrenza si è spostata dalla guerra delle SIM alla corsa alle infrastrutture digitali: proprio la settimana scorsa Indosat Ooredoo Hutchison ha incassato 800 milioni di dollari dalla casa madre per il suo piano di infrastrutture AI, mentre i grandi del cloud continuano ad annunciare investimenti nell’arcipelago. In un Paese dove la banda larga fissa raggiunge ancora una minoranza delle famiglie e la fibra è il collo di bottiglia di ogni ambizione digitale, chi controlla i cavi — terrestri e sottomarini — controlla il ritmo a cui tutto il resto può crescere. InfraNexia nasce esattamente per presidiare quel rubinetto, e per farlo con l’abito del fornitore terzo che piace a regolatori e investitori.
Il copione, del resto, è ormai globale, e lo stiamo raccontando pezzo per pezzo: le torri si vendono a società specializzate — l’ultima giravolta di IHS è di pochi giorni fa — la fibra si scorpora in NetCo e InfraCo, e gli operatori si tengono clienti, marchi e servizi. La logica è sempre la stessa: l’infrastruttura vale di più quando è neutrale, perché la usano in tanti, e i mercati la valutano con multipli più generosi di quelli concessi alle telco tradizionali. L’Italia, per una volta, è stata precorritrice: TIM la sua rete l’ha venduta davvero, incassando e alleggerendosi del debito, mentre Open Fiber è nata direttamente wholesale-only. Telkom ha scelto la terza via: separare senza cedere, tenendo in casa sia la rete sia la libertà di decidere, un domani, cosa farne.
Il commento della redazione
A noi la mossa di Giacarta sembra la versione più lucida di un trend che altrove è stato subìto più che scelto. In Europa gli scorpori di rete sono figli della disperazione da debito: si vende l’argenteria perché i conti non reggono, e infatti TIM ha ceduto la NetCo per sopravvivere, non per strategia. Telkom fa la stessa operazione da una posizione di forza: nessun creditore alla porta, il controllo totale mantenuto, e una società-rete costruita con calma per capitalizzare il boom digitale del quarto Paese più popoloso del mondo. Se tra qualche anno InfraNexia aprirà il capitale, lo farà ai prezzi di un’infrastruttura corteggiata da hyperscaler e fondi, non ai saldi di una ristrutturazione. C’è una lezione anche per il dibattito italiano che periodicamente torna sulla rete unica: la differenza tra svendere e valorizzare non sta nell’operazione, ma nel momento e nella libertà con cui la si fa. Chi separa quando è costretto incassa poco e perde il timone; chi separa quando può ancora scegliere si tiene entrambi. L’arcipelago, in questo, ha battuto il continente. E vale la pena tenere d’occhio la prossima puntata: se davvero InfraNexia diventerà la porta d’ingresso unica per la fibra indonesiana — con hyperscaler, operatori rivali e fondi in fila allo sportello — Telkom avrà trasformato la vecchia rete dell’incumbent nel casello autostradale dell’economia digitale del Paese. Un modello che più d’una telco europea, oggi impegnata a ricomprarsi flessibilità dopo aver venduto tutto, guarderà con una punta d’invidia.